On. Giampaolo Fogliardi

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  • La cultura del comportamento

    Pubblicato il 29 giugno 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    CORRUZIONEDi fronte agli ultimi tristi fatti di cronaca che coinvolgono molti amministratori pubblici e politici di ogni schieramento si pone una nuova “questione morale”. Dobbiamo tornare a una sana “cultura del comportamento”, un concetto caro a Pietro Scoppola, illustre rappresentante del Cattolicesimo democratico. Ce lo ricorda Giorgio Merlo in questo articolo su “Il domani d’Italia” che consiglio.

    Questione morale, emergenza che evoca un nuovo senso del dovere.
    Scoppola, anni fa, poneva il problema della “cultura del comportamento”

    Purtroppo è ritornata con prepotenza la “questione morale” nella politica italiana. Corruzione, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, tangenti, concussione, associazione a delinquere e infiltrazioni mafiose, minacce e via discorrendo sono parole tornate di moda sui giornali e nelle cronache televisive. In tutti i territori e in ogni angolo d’Italia. Certo, c’è Mafia Capitale a Roma ma ci sono centinaia di altri esempi di malcostume e di profonda degenerazione nella pubblica amministrazione in ogni angolo del paese. Un fenomeno trasversale che coinvolge quasi tutte le formazioni politiche. In particolare del Pd e di altre formazioni del centro destra.

    Ora, il ritorno prepotente della “questione morale” non può non interrogare la politica, tutta la politica sul profondo e ormai strutturale decadimento etico, culturale ed ideale di tutto ciò che è riconducibile al “pubblico”. E’ perfettamente inutile predicare ogni giorno che si è alfieri, paladini e detentori della pubblica moralità e della cultura della legalità e poi rubricare il tutto a fatti personali, episodi marginali e circoscritti. No, quando un fenomeno è diffuso in modo omogeneo in tutta la società e in tutto il territorio significa che il malcostume e la degenerazione sono strutturali e quasi fisiologici nella pubblica amministrazione italiana. E, soprattutto, significa che la politica è malata, profondamente malata.

    Ecco perché, al di là di ridicoli moralismi e di ormai stucchevoli nuovismi, è giunto il momento di riproporre, anche in questa stagione politica, la cosiddetta “cultura del comportamento”. Una definizione coniata molti anni fa da un illustre esponente del cattolicesimo democratico, lo storico Pietro Scoppola. Una definizione che, accanto alla “cultura del progetto” rappresenta la cifra distintiva per una buona politica e una bella politica. Senza un recupero pieno, organico e serio della moralità e di un rinnovato “senso del dovere” di morotea memoria, la politica stessa è destinata a diventare sempre più un mero luogo dove si intrecciano affari, spartizioni, prebende e distribuzione di mero potere. No, non è questa e non può essere questa la finalità dell’azione politica e dell’impegno politico di migliaia di amministratori locali che sono e restano onesti e che continuano a fare il loro lavoro con abnegazione, completa dedizione e vero disinteresse.

    Un recupero di moralità  che può essere decisiva anche per ridare credibilità alla politica e alle stesse istituzioni democratiche. Perché la ragione di fondo del crescente astensionismo elettorale affonda le radici proprio in questa profonda e distorta degenerazione dell’azione politica. Senza una vera e non solo propagandistica inversione di rotta può essere a rischio la stessa qualità della nostra democrazia. Per questo non si può più scherzare o liquidare il ritorno della “questione morale” con una semplice alzata di spalle.
    Giorgio Merlo

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  • Ermanno Dossetti a 100 anni dalla nascita: il ricordo di un uomo che ha tradotto con rigore i valori cristiani nell’impegno politico

    Pubblicato il 17 giugno 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Ermanno DossettiPierluigi Castagnetti ricorda Ermanno Dossetti sulle pagine de Il domani d’Italia in occasione del centesimo anniversario della nascita. Cogliamo l’occasione per consigliare a tutti la lettura di questo articolo

    Quest’anno ricorre il centesimo anniversario della nascita di Ermanno Dossetti, partigiano, primo segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Reggio Emilia, deputato dal 1963 al 1968, docente di latino e greco poi preside al Liceo Ariosto di Reggio Emilia e al Liceo Rinaldo Corso di Correggio, presidente “storico” dell’OPO (poi Osea), ideatore  e realizzatore del Villaggio Belvedere destinato all’accoglienza e assistenza di ragazzi bisognosi.

    Martedi 16 giugno, alle ore 17.00, verrà ricordato in un convegno presso la sala “Aldo Moro” della Camera dei Deputati in occasione della presentazione del volume  di Luigi Giorgi, Ermanno Dossetti, Il Margine, Trento, 2015. Il volume sarà presentato dal ministro Graziano Delrio, dall’on. Gerardo Bianco, dall’on. Vanna Iori e dalla prof.ssa Maria Dossetti.

    Lo storico Paolo Pombeni dell’università di Bologna apre così la importante prefazione al volume: “Essere in relazione di stretta parentela con un grande personaggio è sempre un destino complicato: il rischio ovvio è di essere spinto a presentarsi come l’alternativa a lui per sottolineare le proprie peculiarità, oppure di divenire il gran sacerdote celebrante il rito della sua gloria…C’è una terza alternativa, per la verità raramente praticata, ed è quella di scomparire nell’ombra, rimanendo al di fuori di ciò che quel legame può determinare. Sono le riflessioni che vengono in mente ragionando sulla figura del fratello di don Giuseppe Dossetti, Ermanno (Manno nel loro linguaggio familiare)”.

    In effetti Ermanno Dossetti è stato a sua volta un grande personaggio, dotato di un singolare senso della storia e di un’autorevolezza sua propria, generalmente riconosciuta e conosciuta bene da chi ha avuto la ventura di conoscerlo personalmente, come i suoi allievi. Uomo rigoroso, particolarmente esigente con se stesso e con gli altri, capace come pochi di trasmettere, anche attraverso i classici greci e latini, i valori a cui ha orientato tutta la sua vita e attorno a cui ha cercato di educare intere generazioni di giovani. Sin dalla sue prime classi al liceo (di cui facevano parte personaggi che poi assumeranno ruoli di rilievo nella vita pubblica italiana come Dino Felisetti, Giorgio Degola, Achille Maramotti e più tardi Antonio Bernardi, Eletta Bertani, Adriano Vignali, Albarosa Paganelli, Adriano Nizzoli, Paolo Borciani, Elisa Pergreffi e tanti altri), rivelò una spiccata tempra di educatore che l’accompagnerà anche in tutte le sue esperienze politiche.

    La riflessione sui grandi interrogativi riguardanti l’uso della violenza nella storia e la faticosa impresa di orientare la politica alla costruzione della pace, sarà al centro della sua vita sino alla fine, anche quando da tempo aveva lasciato  volontariamente il seggio parlamentare e pur continuava a riflettere e dispensare consigli a quanti lo interpellavano, a partire dal fratello don Giuseppe di cui è sempre stato consigliere ascoltatissimo. A proposito del quale, rivelerà all’autore del libro: “La domanda, come mai si è impegnato nella Resistenza, non è una domanda da poco…Ci sono stati infatti degli amici dell’Azione Cattolica che si sono rifiutati, per quanto sollecitati, …per il rifiuto dell’azione armata, un rifiuto del tutto legittimo per un cristiano. La scelta ha comportato anche per noi dei drammi, soprattutto in certi momenti, in certe situazioni e per certe non dico corresponsabilità”.

    Anche nella sua esperienza parlamentare, in cui si è distinto per un impegno diligente e continuativo nella commissione Interni (aveva rifiutato la commissione Istruzione per evitare conflitti di interesse con la sua professione), avrà sempre una attenzione particolare per i temi della violenza, delle guerre di quel periodo – quella del Viet Nam e quella israeliana dei sei giorni – e della pace, intervenendo nel gruppo parlamentare e in Aula con discorsi seguitissimi che destarono molta attenzione nei banchi del governo e in quelli delle opposizioni.

    “La responsabilità di un partito come la Democrazia Cristiana – dirà in un intervento sul Viet Nam- è particolarmente grave…perché questo nome non può che significare una autonoma, convinta adesione almeno ai valori cristiani più radicali e fondamentali; e non c’è dubbio che la pace è per il cristiano un valore originario, non condizionato ma condizionante, e quindi non un valore come tanti altri, che possa essere messo in concorrenza con tanti altri valori, ma un valore da gerarchizzare al sommo di tutti gli altri”.

    Come è noto Ermanno Dossetti nelle elezioni del 1968 non volle ricandidarsi, nonostante le pressioni della DC reggiana, guidata allora da Paride Bondavalli, e dello stesso presidente del Consiglio Aldo Moro, sicuramente per ragioni familiari avendo sofferto per tutta la legislatura la lontananza  dalla moglie e dai suoi sei figli, ma anche per la constatazione che la situazione politica non consentiva quei cambiamenti che lo avevano indotto – per pressione degli ambienti giovanili reggiani, della DC e del mondo cattolico, e in particolare di un sacerdote a cui era molto legato, don Giovanni Reverberi, parroco di san Giovanni Querciola – cinque anni prima ad accettare la candidatura. Rivelando ancora una volta un distacco personale rispetto al suo impegno politico, veramente singolare. E’ il figlio, don Giuseppe, in una intensa postfazione al volume di Giorgi a osservare che: “Dover essere interlocutore del fratello, alla sua altezza, ma con il compito di esserne complementare, sviluppò in lui, credo, quella caratteristica di disinteresse e di onestà, la capacità di consigliare che tutti noi abbiamo conosciuto”.

    Pierluigi Castagnetti

  • Renzi spenga la Playstation e ascolti il Paese

    Pubblicato il 5 giugno 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    renzi playstationIl presidente del consiglio ha passato la sera dello spoglio a giocare alla Playstation, facendosi immortalare dal fido spin-doctor mentre sfidava il presidente del partito Orfini, quasi a voler dire “a noi non interessa”.

    Eppure le regionali non sono state il trionfo tanto atteso, men che meno nella nostra regione.

    E dove il Pd si impone è grazie a candidati locali slegati dall’ortodossia renziana. Ortodossia che era invece rappresentata dal volto telegenico di Alessandra Moretti, scesa in campo in Veneto per segnare il ‘golden goal’ di un pronosticato 7 a 0. Ma sappiamo che è andata a finire in un’altra maniera.

    Nella vita di un leader politico vi è sempre un momento in cui si tocca il risultato massimo e poi pian piano inizia un lento, può essere anche molto lento, ma inesorabile declino; a un certo punto svanisce il luccicante effetto novità e i problemi improvvisamente risultano difficili da risolvere rispetto alle facilità con cui di facevano le promesse, le slide e gli annunci. Ecco, arriva un momento in cui le persone cominciano a non crederti più.

    Questa è la fase di Renzi e del suo Pd: ha raggiunto il massimo livello nelle elezioni europee dello scorso anno, ma ora è iniziata una nuova fase, difficile, in discesa nei consensi e di conseguenza nei risultati.

    In Puglia vince Emiliano non il Pd. In Campania vince De Luca non il Pd, in Liguria si perde, in Veneto con Alessandra Moretti è una “Caporetto”. Perfino nella rossa Toscana, da sempre roccaforte, si perdono consensi. E non apriamo l’inquietante capitolo “astensione”, ormai ai massimi storici.

    Il Pd non è più un partito “solido” come lo erano i partiti di un tempo, ma nemmeno “liquido” come si proponeva ai suoi albori; ormai siamo allo stato gassoso e, come si sa, appena trova una valvola di sfogo, il gas si disperde.

    Il Partito democratico è lasciato alle singole personalità che, se mature e radicate, possono ancora raccogliere consensi, ma al contrario se sono giovani e incentrate su slogan generici, sorrisi telegenici e riproposizione dell’”adesso ci penso io” renziano in chiave locale, non riescono a sfondare, anzi, perdono anche la base storica dei voti che il partito aveva (Veneto docet).

    I risultati di questa tornata, si voglia o no, danno ragione ai “dissidenti” e alla minoranza interna del Pd.

    Se un partito di centro sinistra vara la riforma elettorale che vara, se approva la vergognosa riforma della scuola, se non ammette più alcuna forma di democrazia interna e se il grande capo si avvale solo di “signorsì” e non di teste anche critiche ma produttive, se viene a mancare l’entusiasmo della piazza e della partecipazione che ha segnato altri tempi (leggi Prodi e/o Veltroni), allora non ci si meravigli del risultato, di un certo scollamento con l’elettorato.

    E non si pensi che far saltare il banco e correre alle urne per le politiche possa risanare il tutto, anzi! Non voler riconoscere questo dato significa nascondere la testa sotto la sabbia, significa non comprendere che fare politica è un arte nobile, che bisogna avere sensibilità e capacità di comprendere i tempi che ci attendono e i bisogni dei cittadini; cittadini sempre più maturi e capaci di discernere, sempre più all’altezza di esprimere un consenso che va guadagnato. Un consenso che, come scriveva Benigno Zaccagnini, “o c’è lo guadagniamo con la nostra capacità politica, o non ce lo meritiamo”. E in questo caso una seria riflessione sull’astensionismo va fatta. Non si può fare spallucce. Quindi il presidente del consiglio spenga la Playstation e faccia un bagno di umiltà. Il Paese ha bisogno di riforme, non di prove di forza, di superbia né tantomeno di un continuo show dell’uomo solo al comando.

    Giampaolo Fogliardi

  • La solitudine del Papa

    Pubblicato il 9 aprile 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Udienza generale di Papa FrancescoÈ stata un Pasqua difficile per migliaia di Cristiani nel mondo: c’è una vera e propria persecuzione in atto e non possiamo far finta di niente, anche se il tema è scivolato nell’indifferenza dei media e della politica.

    “Auspico – ha detto Papa Francesco dopo la preghiera mariana del Regina Caeli – che la Comunità Internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più elementari. Auspico veramente che la Comunità Internazionale non rivolga lo sguardo da un’altra parte”.

    Nei giorni in cui abbiamo celebrato la resurrezione di Cristo, il Papa ha voluto porre l’accento sulle sofferenze dei Cristiani nel mondo moderno. Quello che mi ha colpito non è l’intervento del Santo Padre, giusto, equilibrato e tempestivo, ma il silenzio che lo ha circondato. Il silenzio delle istituzioni italiane e dei politici ai vertici del nostro Paese che hanno preferito “bypassare” un tema spinoso come se non ci riguardasse.

    Il fatto che il cuore del problema non sia sotto ai nostri occhi non significa che non ci riguardi né che non riguardi il nostro futuro come comunità unita da alcuni valori fondamentali e fondanti, a prescindere dalla fede. A maggior ragione spaventa la mancanza di una voce forte che nel panorama politico attuale sappia farsi sentire su questo tema. Che fine ha fatto il cattolicesimo popolare? Eppure sulla carta il popolarismo viene sfoggiato, quando fa comodo, come “pedigree” politico o come nobile influenza da molti esponenti di spicco dell’attuale classe dirigente del Paese.

    Non ne faccio una questione legata strettamente alla fede: ho vissuto l’impegno politico sempre in modo laico e questo tema secondo me solleva grandi interrogativi alla società nella sua interezza. Discutiamo di tutto e del contrario di tutto, il governo presenta ogni giorno una nuova riforma, ma perdiamo di vista i valori fondanti del “patto sociale” che ci rende una nazione civile e democratica.

    Mi ha colpito l’intervento di Lucia Annunziata sull’Huffington post. Si dichiara, come sappiamo, convintamente atea, ma da persona intelligente sa cogliere il nocciolo del problema, che va al di là della fede, e appunto fa notare come: “la notizia di questi giorni è la solitudine in cui è stato lasciato proprio questo popolarissimo Papa, da mesi voce unica nel denunciare le stragi dei fedeli e oggi unico capo di stato a puntare il dito contro l’immobilismo delle Nazioni Occidentali su questi eccidi. L’esatto contrario di Charlie Hebdo, insomma”.

    Poi Annunziata, da donna progressita, si chiede perché anche la sinistra, sempre in campo per mille cause, qui sia inerme: “Ma, eccezion fatta per pochi, mai una volta, in tutte queste passioni si sono inseriti la pena o l’orrore per la morte di uomini e donne a causa della loro fede. La morte cioè come violazione finale del diritto più importante della libertà personale. Fede che, per altro, è quella della maggioranza del nostro paese, ed è anche la base della definizione (volerlo o meno) della storia e della cultura del continente in cui viviamo”.

    Quindi la difesa dei cristiani perseguitati nel mondo ha un significato universale, oserei dire fondante per una cultura che voglia dirsi pienamente democratica e libera, a prescindere dalla fede o dall’essere o non essere “di sinistra”.

    Invece oggi sembra essersi smarrita nella polemica quotidiana, nella lotta intestina dei partiti, nella politica dei piccoli posizionamenti strategici, quella tensione ideale che ha animato le stagioni cruciali del nostro Paese. C’è ancora, tra i cattolici impegnati in politica, chi sa dar voce a questa tensione, chi sa battersi per questi valori e per questi ideali?

    Giampaolo Fogliardi

  • Sturzo e Don Milani non appartengono al “pantheon” di Salvini

    Pubblicato il 3 marzo 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    SalviniNon penso di essere stato l’unico sbigottito di fronte all’improvvisato “pantheon” di riferimenti estratto dal cilindro di Salvini durante la sua personale marcia su Roma (con il manipolo di Casa Pound al proprio fianco).
    Il populismo non c’entra nulla né con la tradizione di don Luigi Sturzo né con quella di Don Milani.
    Bisogna fare chiarezza: Salvini è libero di lanciare la sua sfida per la conquista della leadership del centrodestra, ma non usi a sproposito riferimenti a culture politiche che chiaramente non conosce. Sono tradizioni nobili e non treni su cui saltare in corsa per attirare l’attenzione nella continua sfida a chi urla di più e a chi compone il pantheon di riferimenti politico-culturali più variopinto.

    Propongo qui l’intervento che l’amico Lucio D’Ubaldo ha scritto su Il domani d’Italia.

    L’allestimento di un Pantheon culturale, quale che sia, è diventato un must della politica un po’ frivola e un po’ barbara, alla quale volentieri però si sottomettono veri e presunti leader di quella che oramai deve essere considerata la nostra post-seconda repubblica.
    A questo imperativo si è piegato anche Matteo Salvini in occasione del suo battesimo lepenista di sabato a piazza del Popolo. Ha detto, senza convincere molto, che la Lega ha come referenti Oriana Fallaci, Lorenzo Milani e Luigi Sturzo: un Pantheon, cioè, tanto essenziale quanto improbabile, con un nucleo di “orgoglio leghista” alimentato dal connubio di radical-populismo e xenofobia in funzione di una eccitazione di massa in chiave antieuropea.
    È un’operazione che segna comunque la nascita di una nuova destra, se non altro per la nutrita presenza alla manifestazione romana dei neo-fascisti di Casa Pound. Berlusconi ha reagito male perché la deriva anti-sistema di Salvini mette a dura prova la plausibilità di un accordo tra i cosiddetti moderati in vista delle imminenti regionali, come pure, soprattutto, delle future elezioni politiche. In realtà viene alla luce l’equivoco mai risolto di una alleanza di potere costruita, fin dal lontano 1994, con l’intento di aggregare forze di natura assai diversa, ma tutte  confluenti nell’azione di contrasto alla minaccia ancora (e sempre) costituita dai comunisti o post-comunisti, senza prevedere in definitiva alcuna discriminante a destra.
    Sta proprio qui, essenzialmente nella rottura del tradizionale canone repubblicano, il carattere eversivo del berlusconismo. Del resto in Francia e Germania, esempi di grandi democrazie europee, tanto Sarkozy quanto la Merkel sono testimonianza viva e diretta di come la logica bipolare debba essere intesa correttamente, vale a dire in antitesi a facili e pericolosi ammiccamenti verso l’estrema destra.
    Ora, in questa cornice di per sé allarmante, non si comprende quale sia la legittimità del tentativo leghista di fare di Luigi Sturzo – profondamente popolare, ma rigorosamente antipopulista – un simbolo della nuova destra radicale. Questo non è accettabile, sebbene molto o troppo, per incuria mista a furbizia, si tende invece ad accettare in un tempo di pensiero debole, anzi debolissimo. Occorre mettere freno a una forma d’indebita usurpazione, dal momento che Sturzo appartiene inequivocabilmente alla storia più bella e più significativa del pensiero democratico italiano.
    Bisogna ritrovare lo spirito di una giusta battaglia politica nel nome dell’identità del popolarismo.

    Segnalo anche l’intervento di Famiglia Cristiana nel quale si invita il leader leghista a non citare a sproposito Don Milani. Elisa Chiari spiega giustamente:

    Se fosse vivo, il prete di Barbiana, dove le porte erano aperte, sarebbe esattamente tra chi il leader della Lega vuole cacciare: tra gli immigrati, nei campi rom, in mezzo ai rifugiati. Il suo motto, “I care”, era l’esatto opposto del “me ne frego”.

  • La scelta giusta

    Pubblicato il 4 febbraio 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    MattarellaSergio Mattarella si è insediato al Quirinale e da cittadino italiano sono orgoglioso di questo nuovo Capo dello Stato.

    Tra i nomi che circolavano nei giorni scorsi, Mattarella era il profilo migliore, quello più adatto a ricoprire la carica in un momento tanto dedicato; un nome di garanzia che ha trovato giustamente l’appoggio di gran parte delle forze in campo.

    Anche chi non lo ha votato, lo ha fatto solo per calcoli di bottega o per ordini di scuderia: “Beghe” interne ai partiti, insomma. Ma nessuno ha mai messo in discussione l’autorevolezza dell’ex giudice della Corte costituzionale.

    Mattarella è un intellettuale, un professore di diritto, ma anche un politico di esperienza, un uomo delle istituzioni saggio e pacato, lontano dal mondo delle chiacchiere e dei talk show. Lo stimiamo per un percorso personale e politico coerente, saggio, segnato anche da momenti tragici che ne hanno rafforzato, suo malgrado, il senso profondo dell’impegno politico.
    Per questo sono certo che sarà un ottimo Presidente della Repubblica.

    Matteo Renzi ha dimostrato intelligenza politica scegliendo un candidato di alto profilo che potesse ricompattare l’arco costituzionale. Mi auguro che sia l’inizio di una nuova fase del renzismo, una fase più matura e meno guascona. Mi auguro che molte delle riforme in campo, chiaramente ispirate a un pensiero moderato e liberale, vadano in porto.
    Berlusconi invece ha dimostrato di aver fatto il suo tempo e di rappresentare una figura troppo ingombrante nel centro-destra, una figura che ha impedito e impedisce l’affermarsi di nuovi leader e il fiorire di una nuova fase in quello schieramento.
    Su Grillo non varrebbe nemmeno la pena perdere fiato, dato che a forza di voler far politica negando la politica si sta condannando a una meritata irrilevanza.

    A livello personale sono felice che sia salito al Quirinale un uomo che si è formato nella cultura politica democristiana, morotea in particolare, un interprete autentico del popolarismo. E non lo dico per mere questioni di “bandiera”, ma perché so che un politico così abituato a cercare la mediazione, a lavorare per il bene comune potrà svolgere a pieno il mandato che la costituzione gli riserva. Non penso certo che possa favorire una parte anziché un’altra.

    Ho letto di fantasiose ricostruzioni giornalistiche sul ritorno della “Balena bianca”: sono chiaramente note di colore, quella stagione si è conclusa e ogni epoca deve avere i propri interpreti e i propri schemi; ciò non toglie che a livello profondo, a livello ideale, l’esperienza del popolarismo può essere linfa vitale per il futuro del pensiero politico italiano. È un seme che saprà germogliare; forse non sappiamo ancora bene in che modi o in che tempi, ma l’elezione di Sergio Mattarella conferma che il tempo è galantuomo e che il bisogno della politica con la P maiuscola non viene meno, nemmeno in questi tempi frenetici, precari e improntati al leaderismo più spinto.

    L’elezione di Mattarella rappresenta anche il ritorno alla politica riflessiva, la vittoria del ragionamento sulle grida isteriche e sulle azioni d’impulso, il proseguo della cultura morotea della ricerca dell’interesse comune e del compromesso (non al ribasso) rispetto alle scorciatoie populiste, che come sappiamo durano giusto una stagione.

    Più “ragionare insieme” e meno “ghe pensi mi” perché dopo un ventennio di montagne russe ci siamo trovati con in mano un pugno di mosche e per ripartire, per superare quella fase, dobbiamo poggiarci sui pilastri politici che hanno fatto crescere il paese, non per replicarli fuori tempo massimo, ma perché segnino un cammino politico vero, né leaderistico, né populistico.

    L’elezione di Sergio Mattarella sia un augurio, un segnale di buon auspicio per tutti coloro che si sentono liberi e forti e che amano ancora la politica e la intendono come impegno, come mediazione e come ricerca del bene comune. Speriamo arrivi una stagione in cui, come diceva Aldo Moro, “rinascano diritti e doveri”, una stagione dove fiorisca la democrazia e torni a crescere prospera la nostra amata Italia.

  • Grazie Presidente

    Pubblicato il 15 gennaio 2015 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Giorgio NapolitanoSi conclude questa settimana l’esperienza di Giorgio Napolitano al Quirinale.
    I quotidiani stanno versando fiumi di inchiostro per ricordare l’uomo che ha guidato l’Italia in una stagione difficile, controversa, transitoria; una stagione che purtroppo non si è ancora conclusa.

    Lo ricorderemo come il Presidente che è stato per certi versi ‘costretto’ dagli eventi a prolungare la propria permanenza sul Colle oltre il desiderato. Lo ha fatto per il bene del Paese e a causa dei demeriti dei partiti che non sono stati capaci di trovare la quadra nei momenti fondamentali.

    Il bene del Paese, appunto. Ringraziamo questo grande uomo perché ha saputo tenere i nervi saldi e usare tutti i poteri che la costituzione gli attribuiva, oltre alla sua influenza di carattere “morale”, per aiutare l’Italia a superare una fase di profonde lacerazioni.

    Dobbiamo ringraziare Giorgio Napolitano per l’esempio che ha fornito alla nazione: è rimasto oltre la “scadenza naturale” non per egoismo, ma per sopperire alla mancanza di coesione e lungimiranza della classe politica. Nonostante l’età, non è venuto meno al suo ruolo di guida.

    Mi sembrano sterili le critiche di chi lo accusa di essere andato oltre il proprio compito nell’esercizio delle sue funzioni di Presidente della Repubblica. Vedo tanta ipocrisia.
    Sì, Giorgio Napolitano è stato a pieno protagonista di questa fase, ma anche quando ha fatto sentire la propria voce non è mai venuto meno alla classe e all’eleganza che hanno contraddistinto il suo operato.

    Forse sono gli esponenti di alcuni partiti che non hanno dato prova di lungimiranza, classe, sobrietà: quando la sfiducia dei cittadini cresceva e gli sciacalli sui mercati internazionali miravano alla bancarotta del paese, lo spread cresceva e l’Europa tutta viveva una delle sue fasi più drammatiche, Giorgio Napolitano ha saputo tenere la barra dritta, svolgendo il suo ruolo di “guida” con chiarezza, ma senza mai oltrepassare il proprio ruolo. 
Il resto sono chiacchiere.

    Diciamo grazie al presidente Napolitano per la stabilità che ha garantito e per l’esempio di dedizione, sobrietà e tenacia che ha dimostrato a tutti gli italiani.

  • Un capo solo al comando?

    Pubblicato il 18 ottobre 2014 giampaolo 3 commenti Condividi su Facebook

    Renzi e Berlusconi

    Sono passati sette anni dalla nascita del Partito democratico; contribuii a fondarlo nell’ormai lontano 2007, quando da segretario della Margherita portai avanti anche nella nostra città quel progetto che sarebbe dovuto diventare la casa dei riformisti, la casa di un centrosinistra moderno e post-ideologico. Pensavo che il cattolicesimo democratico avrebbe trovato il suo spazio, si sarebbe contaminato e sarebbe cresciuto all’interno di quel progetto. Allora quella scelta rappresentava il futuro, il desiderio di mollare gli ormeggi e di rinnovare la politica italiana.
    Dopo alcuni anni decisi di proseguire per altre strade, ma non è questo il tema del mio intervento. Ora mi chiedo se quel progetto abbia effettivamente rinnovato la politica italiana; dopotutto stiamo parlando del partito del Presidente del consiglio.
    A che punto siamo?

    Dopo un grande risultato del Pd alle europee ho letto della forte polemica interna per il crollo verticale del tesseramento. Si è imposto un modello di partito molto “liquido”, probabilmente segno dei nostri tempi; un modello che crea una frattura rispetto alla tradizione di partecipazione e confronto tipica dei partiti che coinfluirono in quel progetto nel 2007. Ora c’è un leader solo al comando, forse le primarie-plebiscito sono diventate l’unico momento di condivisione di un percorso comune?
    Non facendo più parte di quel partito non posso saperlo, certo che un crollo così repentino degli iscritti è indice di trasformazioni profonde.

    Renzi in questo momento è forte, ma non penso che l’Italia possa dire altrettanto. Temo che ci sia un leader sveglio, intraprendente, astuto ma sostanzialmente solo al comando, sostenuto a malavoglia da un gruppo parlamentare per certi versi ostile. Un leader che non ha veri competitori, né interni né esterni al partito e che si regge su un equilibrio dato dalla mancanza di alternative.
    Lo stesso Belrlusconi, mai così tenero verso un leader a lui opposto, rimane quasi in disparte. Non conosciamo gli impegni sottoscritti nel Patto del Nazareno, ma sono certo che ci sia un disegno, un’architettura che comprenderemo poco a poco.

    In questo scenario non si è realizzato un grande obiettivo che ci eravamo prefissati nel 2007: giungere alla democrazia dell’alternanza, a risultati chiari, a grandi poli che si scontrano ma che il giorno dopo delle elezioni possono governare. Invece la stabilità nel nostro caso è data da un blocco, dai veti incrociati, da un parlamento che va avanti a colpi di fiducia, da un centrodestra bloccato dalla figura del Cavaliere che non vuole farsi da parte e che negli anni ha “ucciso nella culla” ogni possibile leader di area.
    E quindi rimane Matteo Renzi, forte, ma solo, attorniato da una squadra giovane ma selezionata appositamente perché nessuno possa mettere in ombra la figura del premier.

    In tutto questo ciò che manca è proprio la politica: c’è una parte del centrosinistra che accetta per mancanza di alternative la leadership dell’ex sindaco di Firenze e una parte del centrodestra che non saprebbe chi contrapporgli e quindi di fatto lo sostiene.

    Nel frattempo molti nodi rimangono scoperti e la crisi economica non è certo passata. Le riforme istituzionali erano in cantiere da anni, ma non sono viste dai cittadini come una priorità.

    Se questo sistema saltasse che alternative avremmo: Renzi contro se stesso? Non lo dico con astio: gran parte del programma liberal-democratico che ha promesso il premier è condivisibile e auspicabile e riprende molte battaglie che ho portato avanti in questi anni (dalla semplificazione del fisco al contratto a tutele crescenti, per fare un esempio). Ne faccio una questione di prospettiva politica; di qualità dello sviluppo del confronto politico nel nostro paese.
    È la mia naturale diffidenza verso gli uomini soli al comando.

    Ho una cultura politica diversa e credo nella continua condivisione e nella partecipazione, allo stesso tempo ho sempre considerato grandi statisti coloro che hanno saputo circondarsi delle migliori figure della loro epoca, mentre ho la sensazione che sia Renzi che Berlusconi, fautori di questo precario equilibrio, non siano leader ben disposti ad avere al proprio fianco chiunque possa metterli anche solo leggermente in ombra.

  • Buon lavoro ad Antonio Pastorello

    Pubblicato il 18 ottobre 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Antonio Pastorello
    Desidero fare i miei complimenti al nuovo presidente della provincia Antonio Pastorello e augurargli buon lavoro.
    È una persona preparata e trasparente con un curriculum di tutto rispetto, sicuramente idoneo ad amministrare un ente pubblico che ricordiamo ha quote in molte società cruciali per lo sviluppo del nostro territorio.
    Entrambi i contendenti erano sostenuti da schieramenti trasversali e sono certo che ha prevalso la persona più esperta e adatta a ricoprire il ruolo.

  • Una nuova stagione

    Pubblicato il 24 settembre 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Care amiche, cari amici,
    torno a scrivere dopo una lunga estate; un’estate impegnativa dal punto di vista professionale – è un periodo difficile per tante imprese e tanti artigiani – ma culminata con un lieto evento: il matrimonio di mia figlia Mariangela. A lei e a Eugenio Calearo Ciman auguro ogni bene.

    L’estate è iniziata con l’affermazione alle elezioni europee del premier Matteo Renzi; dopo poco però è arrivata la doccia fredda dei dati macroeconomici: zero crescita e disoccupazione sempre più alta.
    Nessuno ha l’illusione che bastino pochi mesi a sbloccare un paese fermo da anni e per questo ci siamo sempre sottratti alla critica sterile. Inoltre, parte dell’azione del governo è stata chiaramente ispirata al riformismo che abbiamo tanto sostenuto in tempi non sospetti e quindi speriamo in un reale cambiamento.

    Prendiamo il Jobs Act: sono anni che ripetiamo che si deve mettere mano a un mercato del lavoro complicato e caratterizzato da forti disuguaglianze (ricordo ad esempio questo intervento del 2011 quando tentammo di introdurre il concetto di flexecurity nel partito in cui allora militavo).
    Sosteniamo il “contratto indeterminato a tutele crescenti” ispirato appunto ai principi della flexsecurity: un contratto unico che prevede che le tutele aumentino gradualmente con il passare del tempo.

    I più giovani hanno un percorso lavorativo fatto spesso di contratti diversi da quello subordinato: progetto, chiamata, partita IVA, lavoro interinale, cooperative vere e false, associazioni in partecipazione vere e false. Tutto ciò per queste persone ha significato nessun diritto alla maternità, alla malattia e zero tutela in caso di risoluzione del rapporto, pochi contributi pensionistici, nessun tfr.
    Il Governo intende intervenire giustamente su diversi fronti: ammortizzatori sociali, incentivi per l’occupazione, semplificazione delle procedure, tipologie contrattuali, tutela della maternità.

    In questo contesto la riforma del lavoro è solo una delle misure necessarie – ma non sufficienti – al rilancio dell’economia e per questo il dibattito sull’Articolo 18 non mi entusiasma; anzi ho il timore che sia solo strumento per una lotta di posizionamento interna al partito del premier.
    Renzi deve governare e portare avanti le riforme, ma un grande leader non cerca lo scontro strumentale e simbolico ogni giorno; un grande leader deve saper guidare il Paese da statista con i nervi sempre saldi. Invece, nel momento di riforme cruciali, il partito di maggioranza relativa sembra sull’orlo della spaccatura, lacerato da antichi conflitti.

    Una volta ancora penso che un centro riformista e popolare sia necessario perché questa fase di rinnovamento prosegua e non sia nelle mani di un uomo solo al comando, determinato sì, ma troppo spesso ostaggio di veti incrociati.

    Anche in questa stagione manterremo fede alle nostre idee, guardando lontano e non pensando alla convenienza del momento. Un lavoro costante di semina prima o poi dà i suoi frutti. Chi l’avrebbe mai detto, qualche anno fa, che la flexecurity sarebbe arrivata in cima all’agenda di governo?