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  • Aldo Moro, un ricordo nel giorno del rapimento

    Pubblicato il 16 marzo 2011 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook
    Oggi ricordiamo il rapimento di Aldo Moro. Il collega Pisicchio è intervenuto con questo articolo significativo sul quotidiano Europa; ne consiglio a tutti la lettura perché sottolinea, ancora una volta, la statura morale e intellettuale dello statista rapito e ucciso dalle Br. E per celebrare l’Italia è giusto ricordare anche la fase costituente, uno dei momenti più alti della nostra storia.
    Moro, quel dibattito sul diritto di resistenza
    Il 16 marzo di Aldo Moro nell’anno delle celebrazioni del centocinquantesimo dell’unità d’Italia, assume, se possibile, un senso ulteriore, perché racconta alle generazioni più giovani e ai molti delusi da una politica spogliata da ogni nobiltà, quanto grande,invece, possa essere stata la dignità incarnata da uomini come lui.
    Moro venne rubato alla famiglia e alla vita pubblica il 16 marzo di trentatrè anni fa, interrompendo la trama assai coerente di testimonianza umana e di un agire politico che aveva forse avuto nella stagione della Costituente il suo contributo più alto. Alla Costituente Moro aveva meno di trent’anni – e già questo è un formidabile elemento di felice diversità di quella stagione rispetto a quella gerontocratica di oggi – e portava la sua cultura di giuspenalista e di filosofo del diritto vicino alla sensibilità quasi giansenista di Montini, il futuro Paolo VI, all’interno di una esperienza dialogica con la cultura marxista e quella laico-liberale, che sarebbe rimasta assolutamente unica nella storia della nostra repubblica, impregnando di sé l’intera Costituzione.
    Accettò il confronto con il gruppo dei “professorini”, formato da Dossetti, da La Pira e dal giovane Amintore Fanfani, ispirati dal furore dell’intransigenza di un cattolicesimo democratico chiamato a cambiare il mondo, ma non ne fu coinvolto, conservando orgogliosamente un profilo originale, con indole più incline alla mediazione. Quel profilo che lo portò a scrivere pagine fondamentali della nostra Costituzione, attraversando praticamente tutto l’arco degli articoli approvati (fu il costituente più prolifico:più di trecentosessanta interventi), ma lasciando il segno indelebile nelle norme che disegnano l’ordinamento dello Stato, la dignità della persona umana, la libertà di associazione, la scuola e la famiglia.
    Vorremmo ricordare Moro con un breve intervento, non tra i più noti, fatto in Sottocommissione il 3 settembre 1946. È in discussione una proposta del democristiano Dossetti che vuole introdurre in Costituzione il diritto di resistenza: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». La norma, forte e carica di conseguenze per l’ordinamento giuridico, è ispirata dalla Costituzione francese che contempla un analogo principio.
    Com’è prevedibile si apre un complicato dibattito, dove condivisioni e dissensi si manifestano con intensità.
    Moro interviene e difende il principio: è un dovere morale, dice, «che è bene sia affermato dalla Costituzione, nel senso che la passività, di fronte all’arbitrio dello Stato, costituisce inosservanza di un dovere morale fondamentale».
    La norma, dunque, ha per Moro un preciso significato giuridico poiché «pone un criterio direttivo al legislatore penale affinché non consideri come reati degli atti commessi con apparenza delittuosa, ma che hanno invece il nobile scopo di garantire la libertà umana».
    La norma, com’è noto, non entrò in Costituzione. Forse fu un bene, forse no. Resta a noi oggi la straordinaria forza di quel dibattito, il senso pieno dell’impresa storica compiuta, la volontà di mettere al riparo la carta della difficile democrazia appena conquistata, dalle mene di qualche nuovo despota.
    Resta la dignità altissima di Uomini consapevoli di attendere all’impegno di un’Italia migliore, che avrebbe chiamato a uno a uno ogni cittadino a difenderla da ogni forma di fascismo, violento o suadente che si fosse manifestato.

    Pino Pisicchio

    Link all’articolo su Europa

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