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  • Emergenza lavoro

    Pubblicato il 22 maggio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Oggi l’istat ha diffuso i dati del rapporto incentrato sulla situazione economica delle famiglie italiane. L’Italia ha “la quota più alta d’Europa” di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano. Si tratta dei cosiddetti Neet, arrivati a 2 milioni 250 mila nel 2012, pari al 23,9%, circa uno su quattro. In un solo anno sono aumentati di quasi 100 mila unità. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno).
    Non se la passano certo meglio le persone di mezza età che restano disoccupate: ricollocarsi a 50 anni è sempre più difficile.
    La disoccupazione è una piaga sociale e il governo in questo momento ha una grande priorità: il lavoro

    Le tasse sul lavoro fanno sì che in Italia un lavoratore arrivi a costare all’impresa circa due volte il suo stipendio netto. Nel resto dell’area euro il rapporto è inferiore: 1,7. Quindi le tasse sul lavoro sono un macigno per imprese e lavoratori. Per riportare il cuneo fiscale (cioè la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto incassato effettivamente dal lavoratore) a livelli europei servono circa 50 miliardi.

    Si è parlato molto anche di IMU in questi mesi; sicuramente la sospensione della tassa rappresenta una boccata di ossigeno per le famiglie, ma dobbiamo guardare al sistema generale della fiscalità, che andrebbe riformato.
    Le imposte sul patrimonio e quelle sui consumi sono le meno distorsive; al contrario, quelle sui redditi da lavoro e da impresa sono le più dannose per l’economia, perché scoraggiano gli investimenti e lo sviluppo.
    La composizione del prelievo, anche a saldi invariati, influisce sulle prospettive economiche. Tradotto: ricavare 100 da una tassa anziché da un’altra non è la stessa cosa per il tessuto economico del Paese. Questoè un fattore da considerare.
    Come ha ricordato Giampaolo Galli su Europa del 21 maggio:

    L’Italia rispetto agli altri paesi Ocse e Ue ha un prelievo fortemente concentrato sulle basi più distorsive e con maggiori effetti negativi sulla crescita. Molti paesi dell’Ue hanno spostato il prelievo su queste altre basi da molto tempo e alleggerito notevolmente quello sui fattori produttivi (si veda Taxation Trends, European Commission, 2013).

    Torniamo sempre alle grandi questioni: la fiscalità e il lavoro.
    Bisogna ridurre il cuneo fiscale mettendo a disposizione delle aziende e dei lavoratori, almeno in via sperimentale, un modello di rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato meno costoso e più flessibile, che per un verso consenta la regolarizzazione di tutte le posizioni lavorative a rischio senza shock di costo o di rigidità per le aziende. Bisogna agevolare il più possibile i nuovi incontri fra domanda e offerta. Interessante in questo senso la proposta di Scelta Civica per superare il dualismo tra protetti e non protetti:

    Proponiamo di rispondere all’emergenza offrendo a imprese e lavoratori la possibilità di sperimentare, in sede di regolarizzazione di vecchie collaborazioni autonome continuative, o di costituzione di nuovi rapporti, un modello di contratto di lavoro dipendente meno costoso (per la riduzione drastica del cuneo fiscale e contributivo che separa il costo del lavoro dalla retribuzione netta) e capace al tempo stesso di conciliare la massima possibile flessibilità delle strutture produttive con la massima possibile sicurezza del lavoratore nel passaggio dalla vecchia alla nuova occupazione, in caso di licenziamento. (Leggi tutto)

    L’obiettivo di ogni azione è sempre lo stesso: che le aziende tornino ad assumere e che  i lavoratori si ritrovino con più soldi in busta paga. La grande sfida del Governo è razionalizzare la spesa, tagliare gli sprechi e dismettere parte del patrimonio pubblico per dare ossigeno al lavoro e far ripartire l’economia.

     

    Una risposta a “Emergenza lavoro”

    1. La tesi del suo articolo asserisce che tagliando le imposte (non sono tasse…) sul lavoro si rilancerebbe l’occupazione. Ridurre il cuneo fiscale, come viene chiamato in gergo, non risolve la causa principe della disoccupazione in quanto il costo industriale complessivo del prodotto è dato dall’insieme dei costi dei fattori prodottivi diretti e indiretti. Ecco quindi che diminuire il “cuneo fiscale” renderebbe più conveniente la voce costo mano d’opera per l’impresa, ma ceteris paribus, avrebbe sempre altre voci a ben costi maggiori rispetto la concorrenza europea, mi riferisco al costo del carburante, pedaggi autostradali, prezzo energia, riscaldamento, burocrazia, ecc… Ho detto concorrenza europea perché con quella cinese, indiana o coreana (per citarne alcune) abbiamo unità di misura concorrenziali incommensurabili. Potremmo parzialmente risolvere il problema destinando a parità di costo complessivo (costi produzione + pressione fiscale) parte della quota destinata alla voce “pressione fiscale” alla retribuzione del lavoratore. L’ipotesi è che quest’ultimo disponendo di maggiori risorse finanziarie (stiamo parlando di forse un centinaio di euro mensili) le destini a nuovi acquisti rilanciando il volano dell’economia. Ritengo tale ipotesi azzardata come quella di supporre che un aumento dell’iva dall’aliquota del 21 al 22% ingeneri una crescita sensibile del gettito iva, modelli aggiornati sul comportamento del consumatore secondo dinamiche da recessione dimostrano che sarà esattamente l’opposto, ovvero che vi sarà una diminuzione del gettito non solo iva, ma anche irpef.
      Per finire ritengo la mancanza occupazione e quindi di lavoro dovuta prevalentemente a mancanza di domanda; es. se un negozio ha 5 dipendenti, diminuendo il costo del lavoro di questi, non aumenta il numero di clienti del negozio per i quali si rende necessario l’assunzione di nuovo personale. Qualche anno fa si concedeva il “prestito” acquista oggi pagherai in comode rate a partite dall’anno prossimo. Ora si guardano bene dall’acquistare l’ennesimo elettrodomestico. In passato era lo stato che rilanciava l’economia secondo una politica Keynessiana individuando i settori con moltiplicatori di maggiore entità, solo che i vincoli di pareggio di bilancio dello stato ora non lo consentono più.
      Ovviamente ci si potrebbe chiedere perché siamo ridotti a questa situazione e altri paesi europei no ? Chi è il responsabile ?
      Cordialmente

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