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  • Il pasticcio kazako

    Pubblicato il 17 luglio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    La vicenda ormai è sotto gli occhi di tutti: il nostro Paese ha permesso di riportare in Kazakistan, contro la loro volontà, la moglie e le figlia di uno degli oppositori del presidente presidente Nazarbayev.

    I contorni dell’operazione ricordano più un film d’azione che una trattativa diplomatica. Per questo sembra strano che il Ministro dell’Interno non ne fosse informato. Una operazione stranamente velocissima per gli standard della burocrazia italiana: assalto della villa all’alba, detenzione in un cosiddetto centro di prima accoglienza per clandestini, consegna diretta ai diplomatici kazaki in Italia e deportazione  nella repubblica centroasiatica; il tutto  in soli due giorni.

    Il Kazakistan non brilla per il rispetto dei diritti umani, ma dal Kazakistan transitano tanti interessi dell’industria italiana, soprattutto energetica, e quindi è possibile che alcuni poteri avessero interesse a far passare sotto silenzio il caso.

    Molto interessante la riflessione di Enrico Mentana. Probabilmente l’aereo Kazako ha deportato anche la nostra dignità.

    Un affronto alla nostra residua illusione di essere la culla del diritto. E quel che fa indignare di più è che per oltre un mese il nostro governo abbia fatto finta di niente, sperando contro ogni ragione di passarla liscia, come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia. Responsabilità diretta del presidente del Consiglio, che ha atteso sei settimane prima di accusare ricevuta dello scandalo. Ma, ancor più, responsabilità del suo vice, Angelino Alfano, che è anche ministro dell’Interno, e vuol farci credere di non aver saputo niente né prima né durante il blitz, e di non essersi reso conto della gravità del caso neanche dopo, visto che ha garantito sulla regolarità dell’operato delle forze di polizia, quelle stesse che non l’avrebbero informato.
    Ma non è possibile che moglie e figlia del maggior avversario del presidente del Kazakistan abitassero nella nostra capitale da quasi un anno senza che nessuno (forze dell’ordine, servizi segreti, diplomazia) ne fosse a conoscenza. Non è possibile che sia stato compiuto un vero e proprio assalto – che poteva comportare rischi e spargimento di sangue – senza attivare una catena di comando che risale fino ai vertici. Non è possibile che il blitz e la sua preparazione siano avvenuti sotto la sola responsabilità di funzionari di pubblica sicurezza, per di più durante il periodo di interregno tra la morte del capo della polizia e la nomina del suo successore. Non è possibile che le procedure di espulsione siano state seguite dall’ambasciata kazaka ma non dal nostro ministero degli Esteri.
    Già, il ministero degli esteri. Qui sta l’aspetto più incomprensibile: il giorno del fermo di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua la nostra diplomazia era guidata già da un mese dalla donna più accreditata per le lotte sui diritti umani e civili della nostra politica, Emma Bonino. Se un caso simile fosse accaduto un anno fa avremmo avuto la sacrosanta protesta non violenta della Bonino insieme a tanti esponenti radicali davanti all’ambasciata kazaka, come è accaduto tante altre volte, e con iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Ma ora è ministro degli Esteri, e la sua mancanza di iniziativa e di indignazione sono sconcertanti: perché per trenta giorni non ha parlato del caso, e quando lo ha fatto si è limitata a protestare l’estraneità del suo ministero?
    Molti sono convinti che, da un certo punto in poi, la storia fosse ben conosciuta dal ministro dell’Interno, da quello degli Esteri e dallo stesso premier: e che una tale «congiura degli innocenti» sia stata dettata dalla necessità di compiacere un Paese potentissimo per la sua produzione di gas, e del quale siamo il terzo partner commerciale al mondo dopo Russia e Cina, accogliendo magari la richiesta di aiuto di un presidente, Nazarbayev, molto amico dell’ex premier Berlusconi.
    Forse si è anche sottovalutata l’eco dell’operazione, visto che il dissidente Ablyazov è a sua volta un ex oligarca ricco, spietato e corruttore, e non certo un profeta disarmato. Sarà: ma nella sfida tra il rais kazako e il suo avversario rischiano di abbrustolirsi la nostra dignità nazionale, e il governo che pro tempore ce l’ha in gestione.

     

    Una risposta a “Il pasticcio kazako”

    1. Francesco Caldogno

      Su questo fatto, per come sono andate le cose, c’è da essere semplicemente sbigottiti.

      Certo, che se sono gli interessi economici (l’acquisto del gas kasaco) che inducono a questi comportamenti, siamo davvero meschini. Per certi versi mi sembra che ci sia da riflettere parecchio sull’utilizzo da parte di noi tutti di materie prime (gas, petrolio, ecc.) acquistati in Paesi dove i diritti umani sono calpestati alla luce del sole; ci sarebbe da riflettere anche sul commercio internazionale coi Paesi poveri: si acquista materie prime e altri prodotti a basso prezzo e si vendono loro i nostri prodotti a prezzi esorbitanti.

      Il caso Calderoli: Se questa sua infelice e deprecabile esternazione è da condannare, tanto più fatta da un uomo delle istituzioni, per certi versi non c’è da stupirsi che ogni tanto da qualcuno di loro escano “queste battute” perchè è nel loro DNA.
      A me sembra che non bisogna stancarsi di dialogare,rispettare tutti, vedere la diversità come opportunità di arricchimento.

      Un saluto Francesco Caldogno

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