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  • La riforma delle professioni

    Pubblicato il 15 luglio 2011 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    La recente manovra fiscale conteneva inizialmente misure riguardanti la liberalizzazione degli ordini professionali.

    Su pressione di alcuni avvocati-parlamentari il Governo ha poi deciso di togliere gli emendamenti in questione.

    La riforma però va affrontata, è uno dei nodi fondamentali che il Paese deve sciogliere; anche la Comunità Europea da anni ci sprona ad intervenire e non dobbiamo più nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi.

    Da un lato c’è la funzione, costituzionalmente prevista, di valorizzazione e di  tutela delle professioni, dall’altro però l’esigenza di adeguarsi ai tempi nuovi.

    Possiamo concordare sul fatto che tale riforma non poteva essere affrontata come uno dei tanti commi della manovra, non possiamo invece pensare di archiviare il problema.

    Dobbiamo guardare ai paesi più avanzati e contemplare una organizzazione degli studi professionali sempre più articolata e competitiva. Solo grande specializzazione e organizzazione “d’impresa” permettono di affrontare in maniera autorevole e qualificata le problematiche complesse della modernità.

    Quindi, iniziamo subito una discussione ampia ed approfondita  per una riforma delle professioni che garantisca un approccio moderno, aperto, senza timori di confrontarci con quello che sarà il ruolo del professionista nell’economi degli anni a venire. All’estero lo hanno già fatto. Chiusure a riccio e rinvii sine die non risolveranno il problema.

    Per questa ragione la scossa, pur brusca, dell’emendamento contestato avrebbe sicuramente smosso le acque; ma temo qualcuno preferisca la palude dell’immobilismo.

    Ricordo che un tempo le tante botteghe dei nostri paesi dicevano che gli ipermercati non sarebbero mai arrivati, che era una cosa “americana” e “da telefim”. Oggi invece gli ipermercati sono ovunque e tante piccole botteghe hanno chiuso. Non vorrei che tra non molto la stessa cosa dovesse accadere anche agli studi professionali.

    Il mio pensiero infine non può non andare ai tanti giovani meritevoli che dopo anni di studi vedono il loro talento imbrigliato nelle maglie della burocrazia, degli esami farsa e dei praticantati vicini allo schiavismo. E penso anche alle tante famiglie che hanno fatto grandi sacrifici per accompagnare i figli nel percorso di studi. Negli ultimi anni si è parlato spesso di “bamboccioni”, come possiamo pensare di sacrificare e tenere ferma una intera generazione di giovani che ambisce a mettersi in gioco? Come possiamo pensare di tenere il paese fermo e non competitivo rispetto a chi è molto più avanti di noi? Il futuro è alle porte e l’immobilismo non farà il gioco né dei professionisti, né dei nostri giovani, né dell’economia del Paese. E’tempo di agire.

     

    2 risposte a “La riforma delle professioni”

    1. Pier Giorgio Confente

      Sono un professionista ormai giunto verso la fine della propria attività, con più di 40 anni trascorsi dalla laurea, dapprima ho lavorato come insegnante e poi mi sono impegnato nella libera professione.
      Ho sempre assunto un ruolo positivo nell’ambito dellOrdine degli ingegneri ed ora, per la Federazione degli Ordini degli Ingegneri del Veneto coordino la Commissione Ingegneria Industriale.
      La mia attività professionale, come consulente di medie e grandi aziende, mi porta spesso a confrontarmi con tecnici inglesi, tedeschi, statunitensi ed ho notato alcune differenze sia di impostazione mentale che di formazione.
      Spesso mi sono confrontato con tecnici di preparazione molto limitata anche se specialistica e che quindi non riuscivano a collocare le proprie competenze in rapporto sinergico con le competenze di altri e non riuscivano ad affrontare la complessità degli impianti.
      La formazione dell’ingegnere italiano è riconosciuta per l’ampia visuale, per la competenza e per la capacità di affrontare problemi nuovi,non standard e complessi.
      Certamente un limite della organizzazione degli studi professionali italiani è spesso la dimensione
      Noi la dobbiamo affrontare mettendoci in rete con altri colleghi (collaborazione tra studi, associazione di professionisti, ecc.).
      Non ritengo positiva la soluzione di grosse società nelle quali l’ingegnere è solo un numero al servizio del capitale.
      Certamente rappresentiamo una “tipicità” ma tenendo presente che sempre più vincerà che si saprà velocemente adattare al progresso scientifico e tecnico, che saprà partorire idee nuove dovremmo migliorare la nostra modalità organizzativa senza assumere l’organizzazione disumanizzante della grossa società di capitale.
      Certamente chi ha in mente una umanità controllata dal grande capitale sempre meno tellera la presenza di forze vive ed indipendenti!
      In tal senso l’attacco agli Ordini professionali è spesso dovuto alla scelta del tipo di società e di chi la deve controllare.
      Non sono quindi daccordo con l’articolo che trovo generico e che non tiene conto degli interessi reali in gioco.
      Semmai cerchiamo di capire se tutti gli Ordini sono indispensabili!
      Lo sono quelli che devono garantire la deontologia in settori delicati per la salute e siccurezza pubblica!
      Cerchiamo di vedere se i codici deontologici debbono essere aggiornati e se vi sono modalità migliorative da introdurre nel loro funzionamento visto che spesso rappresentano l’unica difesa di una clientela naturalmente disinformata e sprovvista di adeguate cognizioni!
      L’esempio del supermercato non calza!
      Il professionista serio non è un “venditore” ma un soggetto che deve nel suo progetto / direzione lavori tener conto non solo del proprio interesse, di quello del committente ma deve anche tener conto della sicurezza pubblica, del risparmio energetico, della salvaguardia dell’ambiente fisico e culturale.
      Spero che il Partito democratico abbia l’intelligenza di aprire un approfondito dibattito sull’argomento senza appiattirsi su posizioni demagogiche (come purtroppo successe al periodo delle lenzuolate).
      Saluti Confente

    2. Il sasso in piccionaia dell’on. Fogliardi dà l’occasione per cominciare un dibattito su di un argomento molto più complesso di quanto non sembri.
      Sono anch’io, come il collega ed amico Pier Giorgio Confente, un ingegnere con oltre 40 anni di attività ed anch’io opero da molti anni nei nostri organismi istituzionali.
      Il tema, dicevo, è molto più complesso del dilemma semplicistico “ordini sì, ordini no”.
      Mi limiterò quindi ad alcune brevi e lacunose considerazioni, ma che, specie per in non addetti ai lavori, possono costituire un primo approccio conoscitivo.
      La prima considerazione da fare riguarda la diversa specificità dei vari ordini professionali.
      Quello degli ingegneri (a differenza di altri) non può essere considerato un ordine chiuso in quanto per essere iscritti è necessaria e sufficiente la condizione di essere laureati e di aver superato l’esame di stato.
      E qui si pone un primo quesito: va eliminato, come viene chiesto da più parti, il valore legale del titolo di studio?
      Chi garantirebbe in tale situazione il livello delle competenze e, più in generale, il comportamento deontologico dell’ingegnere e quindi, pur con un po’ di forzatura, il rapporto fra l’ingegnere e la società?
      C’è da dire subito che la “categoria” degli ingegneri è molto composita spaziando dall’ingegneria civile (edilizia, infrastrutture ecc.) a quella industriale (chimica, meccanica ecc.) a quella dell’informazione (elettronica ecc.).
      Ci sono poi i liberi professionisti (una minoranza) ed i dipendenti.
      L’ordine chi rappresenta e che funzioni reali ha?
      Bisogna dire subito che l’Ordine, nei fatti, rappresenta soprattutto, anche se non esaustivamente, i liberi professionisti “civili” e, più in particolare, la libera professione degli ingegneri che lavorano pressocché da soli od in piccole strutture.
      Le grandi Società di Ingegneria hanno dinamiche diverse e forme di rappresentanza diverse.
      La funzione precipua dell’Ordine (che, ricordo essere emanazione del Ministero di Grazia e Giustizia) è quella di salvaguardare la deontologia della professione e, di fatto, anche se non di diritto, sempre di più organizzare la istruzione permanente dei colleghi.
      Il peso politico è sicuramente svuotato e spesso gli interventi “istituzionali” rischiano di assumere aspetti di mera rappresentanza.
      Serve ancora l’Ordine?
      Penso di sì; ma, proprio tenendo conto delle frettolose considerazioni sopra esposte, andrebbe sicuramente riformato.
      Concordo con Pier Giorgio Confente nell’augurio che questa sia l’occasione per l’apertura di un dibattito approfondito.

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