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  • La valigia di Francesco (Enzo Bianchi)

    Pubblicato il 26 luglio 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    L’esempio che ci sta dando Papa Francesco deve essere anche ispirazione per la società italiana. Si esce dalla crisi sociale ritornando a un comportamento fondato sui valori, sullo spirito di collaborazione, sulla fratellanza. Il papa ha dato un grande esempio del rinnovamento che sta portando nella Chiesa anche attraverso tanti piccoli gesti quotidiani.
    Enzo Bianchi, in questo articolo uscito su Repubblica il 23 luglio, propone un ritratto molto bello dei primi mesi di Papa Francesco.
    L’entusiasmo con cui è stato accolto in Brasile è la conferma che questo papa ha saputo instaurare da subito un legame con i fedeli di tutto il mondo

     

    Sono in molti a parlare di nuovo di “primavera della chiesa”inaugurata da papa Francesco.
    Chi ha vissuto la primavera annunciata da Pio XII nel maggio 1958 e inaugurata da papa Giovanni e dal concilio Vaticano II, non si aspettava più una nuova stagione ricca di speranza e di aperture.

    Soprattutto dopo gli ultimi due decenni. E invece? Anche questo va riconosciuto: papa Francesco ha acceso nei cuori un’attesa, delle speranze per una chiesa che si rinnova, che continua la sua incessante riforma. Questo giudizio positivo e soprattutto questa attesa dipendono e da alcune parole e da alcuni gesti: come quelli compiuti ieri, che ci hanno mostrato per la prima volta un Papa salire la scaletta dell’aereo portando in mano la sua cartella, senza affidarla ai suoi collaboratori. Come se Francesco dicesse: nessuno deve portare un peso al posto mio. E poi atterrato in Brasile, è salito su una piccola utilitaria, una Fiat Idea, che era la macchina più piccola del corteo.
    Cominciamo, dunque, con i gesti. In quattro mesi non possono essere tanti, anche se quei pochi sono stati subito raccontati come “i fioretti di papa Francesco”, perché semplici, eloquenti e anche singolari, come quelli del Poverello di Assisi. Eletto papa il 13 marzo, Francesco si è affacciato in piazza San Pietro e prima di impartire la benedizione apostolica al popolo, ha chiesto che il popolo invocasse per lui la benedizione di Dio e si è inchinato in un silenzio di adorazione a Dio, di preghiera a Dio, ma anche di profonda comunione.
    Questa azione di Francesco, che ha stupito e toccato i cuori di quanti nel mondo volevano conoscere l’identità del nuovo papa, va valutata in se stessa, come gesto suo personale, che appartiene al suo stile nell’esercizio del ministero pastorale. Sì, con papa Francesco si è avvertito “qualcosa di nuovo oggi nel sole” (Giovanni Pascoli)… E così, senza maggiorare ma neppure dimenticare tale atto, occorre raccontare la sua volontà di semplicità, di cui i credenti avevano nostalgia fin dalla morte di papa Giovanni. La sua veste sobria, la sua croce pettorale non d’oro e non gemmata, la scomparsa del trono e di orpelli che ricordavano “i diritti della corona”, il suo viaggiare in autobus con gli altri cardinali per fare ritorno a Casa Santa Marta, il suo sedersi alla tavola dei confratelli per i pasti senza pensare subito a una sua tavola e a suoi invitati, il suo salutare con entusiasmo e coinvolgimento negli abbracci e nelle strette di mano chi lo incontra, il suo linguaggio umanissimo: tutto questo ci ha dato una nuova immagine del vescovo di Roma.
    È stolto fare paragoni con i papi precedenti, come sarà stolto fare paragoni con quello che verrà, ma ciò che va messo in risalto è che la gente sente che questo papa è un uomo. Si disse di papa Giovanni: “Un cristiano sul trono di Pietro”; si dice di papa Francesco: “Un uomo è diventato vescovo di Roma”.
    Quanto alla liturgia, in essa non ha atteggiamenti ieratici, non assume profili da bassorilievo assiro: siede su una poltrona e non su un trono da re, fa l’omelia in piedi dall’ambone come tutti, ha abbandonato vesti che, seppur degne, non rappresentavano più il sentimento generale che nella liturgia vuole sobrietà. Non si può inoltre dimenticare un gesto liturgico del quale papa Francesco ha di fatto allargato l’interpretazione in modo inedito e forse anche “scandaloso” per alcuni cattolici: il gesto della lavanda dei piedi che si è sempre svolta in San Pietro con chierici, canonici, cardinali. Ebbene, papa Francesco, in continuità con ciò che aveva fatto nel suo ministero episcopale a Buenos Aires, è uscito dal Vaticano per andare nel carcere minorile romano di Casal del Marmo, dove ha lavato i piedi a dodici detenuti, tra cui anche due ragazze e alcuni non battezzati. Vera interpretazione innovativa! Il Signore ha lavato i piedi lungo tutta la sua vita, cioè si è fatto servo di uomini e donne segnati dalla sofferenza, dalla malattia, dal bisogno, dal peccato: questo ci ricorda l’exeghésato (Gv 1,18) creativo con cui papa Francesco ha raccontato Gesù… Ma il gesto finora più eloquente è certamente stato il primo viaggio apostolico al santuario degli ultimi, dell’umanità sofferente, a quel mare che anziché essere un ponte di fraternità è diventato per molti poveri del mondo, che tentano di andare verso il pane, un luogo di morte. Senza troppe parole ha denunciato l’egoismo della sponda europea del Mediterraneo, ha cercato di causare un sentimento di vergogna in quanti hanno voluto respingere questi poveri o hanno cercato di non ascoltare il loro grido. Quelle sponde europee purtroppo sono abitate soprattutto da cristiani e persone
    che si dicono tali fino a voler difendere la loro identità e i valori cristiani. Mentre gettava quella corona di fiori verso gli annegati in mare, mentre chiedeva perdono a Dio e alle vittime, ci siamo sentiti anche noi Caino, incapaci di essere custodi dei nostri fratelli. Ci siamo sentiti rivolgere la domanda: «Uomo dove sei? Che umanizzazione è la vostra? …». A Lampedusa il grido di Francesco è stato un grido d’uomo a tutta l’umanità.
    “Questo papa parla troppo”, ha detto qualcuno. Effettivamente ogni giorno Francesco ci dona una breve omelia che, oltre a essere un atto liturgico importante di per sé, pronunciata dal papa si impone per la sua qualità magisteriale di insegnamento.
    Limitandosi a un esame statistico del lessico di papa Francesco, si può notare che la parola che ricorre con maggiore frequenza nei suoi interventi pubblici è “gioia” (più di 100 volte); segue “misericordia” (quasi 100) che, unita a “perdono”, dà un totale di circa 150 occorrenze; poi umile-umiltà (65 volte), povero-povertà (40 volte). Di fronte a questi dati mi sembra urgente non tanto fare una scelta e discutere singolarmente i vari termini, quanto piuttosto far emergere il pensiero di papa Francesco nella sua novità, che ha oggi una decisiva “performance” nel cuore di chi lo ascolta.
    Innanzitutto Francesco ha una visione di una chiesa in esodo, di una chiesa in movimento e che ha l’audacia di uscire, di uscire da se stessa.
    Per essere fedele alla sua missione e alla sua identità la chiesa deve uscire, perché – sono parole da lui pronunciate in un’intervista del 2007 – «il restare, il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da se stessi». Uscire per camminare, per costruire ponti e andare avanti, come ha fatto l’Apostolo Paolo. Dunque, «quando la chiesa perde questo coraggio apostolico diventa una chiesa ferma, una chiesa ordinata, bella, tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole … Quelli che non camminano per non sbagliarsi, fanno uno sbaglio più grave” (Omelia dell’8 maggio 2013).
    E nella collatio tenuta con i movimenti ecclesiali nella vigilia della Pentecoste (18 maggio 2013), Francesco ha affermato: «Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando la chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala … La chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire … Preferisco mille volte una chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una chiesa ammalata per chiusura!». Di seguito ha offerto una vera e propria “perla” di interpretazione delle parole del Signore Gesù in Ap 3,20 («Ecco, io sto alla porta e busso »). «Fatevi questa domanda: quante volte Gesù è dentro e bussa alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture caduche, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio? In questa “uscita” è importante andare incontro; questa parola per me è molto importante: l’incontro con gli altri».
    Papa Francesco conosce bene la situazione della chiesa e, in particolare, quella delle gerarchie e delle istituzioni che dovrebbero essere al servizio della chiesa stessa. Sa che per tutti «la tentazione è quella di un cristianesimo senza croce, che si ferma a metà cammino … è la tentazione del trionfalismo. Noi vogliamo il trionfo adesso, senza andare alla croce, un trionfo mondano. Il trionfalismo paralizza la chiesa, paralizza i cristiani. La chiesa trionfalista è
    felice così, ben sistemata, con tutti gli uffici, tutto a posto, tutto bello, efficiente. Ma è una chiesa che rinnega i martiri … Pensa solo ai trionfi, ai successi, e non conosce la regola di Gesù: la regola del trionfo tramite il fallimento, il fallimento umano, il fallimento della croce» (Omelia del 29 maggio 2013). E ancora: «Se si segue Gesù come una proposta culturale, si usa questa strada per andare più in alto, per avere più potere. E la storia della chiesa è piena di questo, cominciando da alcuni imperatori e poi tanti governanti e tante persone, no? E anche alcuni – non voglio dire tanti ma alcuni – preti, alcuni vescovi, no? Alcuni dicono che sono tanti… ma alcuni che pensano che seguire Gesù è fare carriera» (Omelia del 28 maggio 2013). È significativo che alla domanda diretta di una bambina: «Ma tu volevi fare il papa?», abbia risposto: «Tu sai che cosa significa che una persona non vuole tanto bene a se stessa? Una persona che vuole fare il papa, non vuole bene a se stessa, e Dio non lo benedice. No, io non ho voluto fare il papa… » (collatio del 7 giugno). Sì, Francesco non era un vescovo impegnato a fare carriera ecclesiastica!
    Occorre ricordare il motivo che ha portato papa Francesco ad assumere questo nome: egli ha confessato che l’ispirazione gli venne dall’amico cardinale Claudio Hummes che gli sedeva accanto e gli disse: «Ricordati dei poveri!». Per questo Francesco ha subito confessato il suo desiderio che in realtà appare un vero manifesto: «Voglio una chiesa povera e per i poveri» (Udienza ai rappresentanti dei media, 16.03.2013). Non solo una chiesa che si pone al servizio dei poveri, che opera in loro favore, ma una chiesa che si fa povera percorrendo l’itinerario dell’incarnazione, la “via” del Signore che «da ricco che era si è fatto povero per noi» (cf. 2Cor 8,9) per condividere in tutto la condizione umana. Ecco allora posto in modo autorevole il primo punto decisivo per una riforma della chiesa. Papa Francesco proviene da questa periferia del mondo che ha elaborato la “necessità dell’opzione preferenziale per i poveri, primi destinatari di diritto del vangelo”, e proprio per questo è abilitato a far tornare la chiesa alla condizione voluta da Gesù. Non pauperismo ideologico, non romanticismo di una povertà formale, ma la chiesa o è povera – pur avendo mezzi per la sua vita nel mondo – oppure è mondana, anch’essa a servizio degli idoli del denaro e del potere, in grave contraddizione rispetto alla forma dell’incarnazione del suo Signore!
    Ma papa Francesco ha anche manifestato la volontà di una riforma del papato e della curia che è al suo servizio. Da almeno cinque secoli si ritorna sempre a parlare della riforma della curia romana, ma questa può essere riformata sostanzialmente solo se si dà nuova forma e nuova comprensione al ministero petrino del vescovo di Roma. I cattolici non rinunceranno mai al ministero di conferma nella fede e di comunione proprio del vescovo di Roma, ma sanno anche che la forma che questo ha assunto nei secoli è variata e può ancora mutare. È grazie al papato che la chiesa cattolica è restata unita nei secoli, ma resta vero che la struttura del papato non sempre è stata conforme al vangelo e che deve essere riformata ogni volta che se ne comprende questa urgenza evangelica.
    Oggi, a partire soprattutto dalle indicazioni del concilio Vaticano II, si sente la necessità che il papa non appaia come il “vescovo universale”, ma il vescovo della chiesa di Roma “che presiede alla carità”. Per questa ecclesiologia di comunione occorre dunque dare più forza e mettere in atto la “sinodalità”, questa categoria del “camminare insieme” tra papa, vescovi e popolo di Dio. Nell’omelia del 29 giugno in San Pietro, papa Francesco ha specificato che il ministero del successore di Pietro, quale conferma nell’unità, deve armonizzare il primato con il sinodo dei vescovi e deve percorrere la strada della sinodalità. Queste sono parole segnate da una radicale novità sulla bocca di un papa: finora appartenevano solamente ai teologi. Francesco si sta manifestando come un papa dell’esodo, che può mostrare a tutti i cristiani il dinamismo di una comunione nella quale «l’amore è la prima verità» (Omelia dal 4 maggio 2013).
    Papa Francesco in-segna, fa segno indicando sempre Gesù Cristo, colui al quale deve andare il nostro sguardo. Per questo ai rappresentanti dei movimenti ecclesiali che gridavano: “Francesco, Francesco!”, ha risposto: «Io avrei voluto che voi gridaste: “Gesù, Gesù è il Signore, ed è proprio in mezzo a noi!”. Da qui in avanti, niente “Francesco”, ma “Gesù”!».
    Enzo Bianchi

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