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  • Un capo solo al comando?

    Pubblicato il 18 ottobre 2014 giampaolo 3 commenti Condividi su Facebook

    Renzi e Berlusconi

    Sono passati sette anni dalla nascita del Partito democratico; contribuii a fondarlo nell’ormai lontano 2007, quando da segretario della Margherita portai avanti anche nella nostra città quel progetto che sarebbe dovuto diventare la casa dei riformisti, la casa di un centrosinistra moderno e post-ideologico. Pensavo che il cattolicesimo democratico avrebbe trovato il suo spazio, si sarebbe contaminato e sarebbe cresciuto all’interno di quel progetto. Allora quella scelta rappresentava il futuro, il desiderio di mollare gli ormeggi e di rinnovare la politica italiana.
    Dopo alcuni anni decisi di proseguire per altre strade, ma non è questo il tema del mio intervento. Ora mi chiedo se quel progetto abbia effettivamente rinnovato la politica italiana; dopotutto stiamo parlando del partito del Presidente del consiglio.
    A che punto siamo?

    Dopo un grande risultato del Pd alle europee ho letto della forte polemica interna per il crollo verticale del tesseramento. Si è imposto un modello di partito molto “liquido”, probabilmente segno dei nostri tempi; un modello che crea una frattura rispetto alla tradizione di partecipazione e confronto tipica dei partiti che coinfluirono in quel progetto nel 2007. Ora c’è un leader solo al comando, forse le primarie-plebiscito sono diventate l’unico momento di condivisione di un percorso comune?
    Non facendo più parte di quel partito non posso saperlo, certo che un crollo così repentino degli iscritti è indice di trasformazioni profonde.

    Renzi in questo momento è forte, ma non penso che l’Italia possa dire altrettanto. Temo che ci sia un leader sveglio, intraprendente, astuto ma sostanzialmente solo al comando, sostenuto a malavoglia da un gruppo parlamentare per certi versi ostile. Un leader che non ha veri competitori, né interni né esterni al partito e che si regge su un equilibrio dato dalla mancanza di alternative.
    Lo stesso Belrlusconi, mai così tenero verso un leader a lui opposto, rimane quasi in disparte. Non conosciamo gli impegni sottoscritti nel Patto del Nazareno, ma sono certo che ci sia un disegno, un’architettura che comprenderemo poco a poco.

    In questo scenario non si è realizzato un grande obiettivo che ci eravamo prefissati nel 2007: giungere alla democrazia dell’alternanza, a risultati chiari, a grandi poli che si scontrano ma che il giorno dopo delle elezioni possono governare. Invece la stabilità nel nostro caso è data da un blocco, dai veti incrociati, da un parlamento che va avanti a colpi di fiducia, da un centrodestra bloccato dalla figura del Cavaliere che non vuole farsi da parte e che negli anni ha “ucciso nella culla” ogni possibile leader di area.
    E quindi rimane Matteo Renzi, forte, ma solo, attorniato da una squadra giovane ma selezionata appositamente perché nessuno possa mettere in ombra la figura del premier.

    In tutto questo ciò che manca è proprio la politica: c’è una parte del centrosinistra che accetta per mancanza di alternative la leadership dell’ex sindaco di Firenze e una parte del centrodestra che non saprebbe chi contrapporgli e quindi di fatto lo sostiene.

    Nel frattempo molti nodi rimangono scoperti e la crisi economica non è certo passata. Le riforme istituzionali erano in cantiere da anni, ma non sono viste dai cittadini come una priorità.

    Se questo sistema saltasse che alternative avremmo: Renzi contro se stesso? Non lo dico con astio: gran parte del programma liberal-democratico che ha promesso il premier è condivisibile e auspicabile e riprende molte battaglie che ho portato avanti in questi anni (dalla semplificazione del fisco al contratto a tutele crescenti, per fare un esempio). Ne faccio una questione di prospettiva politica; di qualità dello sviluppo del confronto politico nel nostro paese.
    È la mia naturale diffidenza verso gli uomini soli al comando.

    Ho una cultura politica diversa e credo nella continua condivisione e nella partecipazione, allo stesso tempo ho sempre considerato grandi statisti coloro che hanno saputo circondarsi delle migliori figure della loro epoca, mentre ho la sensazione che sia Renzi che Berlusconi, fautori di questo precario equilibrio, non siano leader ben disposti ad avere al proprio fianco chiunque possa metterli anche solo leggermente in ombra.

  • Buon lavoro a Renzi, ma non canti vittoria troppo presto

    Pubblicato il 6 giugno 2014 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Le recenti elezioni europee hanno segnato una brusca battuta d’arresto per il populismo di Grillo e la sua politica del “tanto peggio, tanto meglio”; ha prevalso una linea più pragmatica ed europeista incarnata da Matteo Renzi che esce rafforzato da questa tornata elettorale.
    Auguro al premier di riuscire a portare a compimento le riforme promesse: il tempo a disposizione è poco e la crisi non è certo passata.

    La disoccupazione giovanile è al 43,3%, si tratta del massimo storico; inoltre la Corte dei conti ha appena definito i famosi ottanta euro un “surrogato” rispetto a ciò che servirebbe, cioè un “un disegno razionale, equo e strutturale di riduzione e redistribuzione dell’onere tributario”. Sempre secondo la Corte dei conti: “Politiche redistributive basate sulle detrazioni di imposta così come scelte selettive rientranti nell’ambito proprio e naturale della funzione dell’Irpef, affidate a strumenti “surrogati” (prelievi di solidarietà, bonus, tagli retributivi) sono all’origine di un sistematico svuotamento della base imponibile dell’Irpef finendo per intaccare la portata e l’efficacia redistributiva dell’imposta”.

    Il bonus quindi può tamponare per alcuni l’emergenza, e non sono qui a criticarlo, però bisogna passare subito alla fase delle riforme di sistema.

    Scelta europea ha subito una dura sconfitta, è rimasta stritolata nel dualismo Renzi-Grillo. Per il progetto promosso da Scelta civica si è trattato di una dura battuta d’arresto, nessuno può nasconderlo. Con serietà il segretario Stefania Giannini e il capogruppo alla Camera Andrea Romano hanno dato le dimissioni. Ora deve iniziare una nuova fase, sia di elaborazione politica, ma anche di radicamento sul territorio, o la spinta si esaurirà presto. Dopo il passo indietro di Monti è mancata una leadership nazionale riconosciuta e non è passata più un’idea forte all’elettorato riformista.
    L’analisi dei flussi elettorali dice che molti elettori moderati si sono spostati su Renzi e nessuno può negare l’abilità dell’ex-sindaco di Firenze.
    Però Renzi non canti repentinamente vittoria: il centrodestra è in crisi, ma sommando tutti i voti d’area si capisce che c’è una fetta consistente di elettorato che attende la nascita di una nuova destra post-berlusconiana; allo stesso tempo non dimentichi che molti esponenti del Pd che ora brindano con lui, solo pochi mesi fa lo consideravano un “corpo estraneo” e avrebbero fatto esattamente tutto il contrario di ciò che lui ha fatto in questi mesi (garantendo poi la vittoria al Pd…).
    Quindi attenzione, perché in politica il vento cambia rapidamente e anche Grillo, seppur ridimensionato, ha portato a casa un buon risultato.
    Penso che l’esperienza politica partita da Monti abbia seminato frutti che non ha saputo poi raccogliere. La linea politica riformista del Governo non è infatti così distante dal solco tracciato da Monti o da molte idee messe in circolo in questi anni da Pietro Ichino. Da un punto di vista di cultura politica sono fiero di aver contribuito a questa prospettiva.

    In quei giorni critici del 2011, quando lo spread era al massimo e Berlusconi era ancora “in sella”, Scelta civica ha rappresentato un progetto di rottura degli schemi, ha dato nuova linfa al pensiero riformista, moderato e liberale, ha messo finalmente le competenze delle persone in primo piano.

    Tutto ciò, lo sappiamo, non basta per “fare politica”, per organizzare una azione duratura e coerente sul territorio, ma l’energia messa in moto ha sicuramente contribuito all’evoluzione del pensiero politico attuale, mettendo alcuni temi a noi cari in cima all’agenda.
    Quindi, pur dispiaciuto della sconfitta, non penso che le idee di fondo fossero errate; le abbiamo messe in circolo a favore di tutto il Paese. Anche di questo Governo, che ora ha la fiducia di molti cittadini, ha potuto trarne ispirazione.

    Da persone serie auguriamo a Renzi di fare bene e di portare l’Italia fuori dalla crisi, ma non dia nulla per scontato nel proprio cammino: le resistenze al cambiamento sono ancora molte e la cultura riformista e liberale è un patrimonio da coltivare giorno dopo giorno.

  • Berlusconi e Casini? No, grazie

    Pubblicato il 6 febbraio 2014 giampaolo 4 commenti Condividi su Facebook

    Il ritorno di Casini in orbita berlusconiana segna questa fase politica e ripropone un brutto film vecchio di  vent’anni. Nulla di più distante dal bisogno di rinnovamento del nostro paese.
    Riporto il commento di mia figlia Mariangela:

    Il centrodestra si sta ricompattando attorno al suo eterno padre-padrone Silvio Berlusconi; la mossa di Casini è solo la punta dell’iceberg. Questo condannerà all’immobilismo tutta quella parte facendo svanire ancora una volta l’occasione per l’Italia di presentare un centrodestra europeo, moderno e liberale.

    La nuova legge elettorale, inoltre, dovrà garantire chiarezza e governabilità e quindi Scelta civica valuterà delle opzioni coerenti con lo spirito dell’innovazione che la anima da sempre.

    Se Renzi, come dice, punta a un serio rinnovamento e a una svolta dinamica e liberale, potremo aprire un dialogo. Non ci interessa un posticino in ipotetiche nuove coalizioni: la nostra ragione sociale è il cambiamento e vogliamo dar manforte a chi punta a costruire un paese moderno. In questo senso, le mosse puramente tattiche in stile Casini ci fanno solo capire che non è possibile nessun dialogo con l’attuale centrodestra berlusconiano.

    Scelta civica deve mettere in moto tutti i suoi esponenti, dalle sezioni locali ai parlamentari, per fissare i tratti irrinunciabili della nostra partecipazione a qualsivoglia coalizione.

    La “terza repubblica” non può iniziare come la brutta copia della seconda con i peggiori vizi della prima. Faremo di tutto perché ciò non accada.

    Mariangela Fogliardi

  • Governabilità e democrazia

    Pubblicato il 24 gennaio 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    La nuova legge elettorale dovrà garantire governabilità, chiarezza e democrazia, non suggellare un duopolio targato Renzi-Berlusconi.
    L’impianto generale è comunque un passo avanti rispetto allo stato delle cose, ma sarebbe opportuno ragionare su alcuni aspetti controversi, innanzitutto la soglia d’accesso al premio di maggioranza, uno dei cardini della sentenza della Consulta, che dovrebbe essere più alta del 35 per cento. Dobbiamo pensare alla governabilità, ma senza dimenticare la democrazia.
    Inoltre andrebbero abbassate le soglie di sbarramento, ora molto alte, per le liste in coalizione e per le liste singole. Le prime, ad esempio, dall’8% al 5% e le seconde dal 5% al 3%.
    Inoltre, per evitare l’effetto delle “liste civetta” o di altre micro-liste, il risultato di coalizione andrebbe calcolato solo sulla base delle liste che superano lo sbarramento.
    Altri aspetti su cui fare attenzione sono: pluricandidature, eguaglianza di genere, possibilità e limiti di apparentamenti ulteriori al secondo turno, limiti all’eccessiva distanza tra voto dell’elettore e suoi effetti sugli eletti e garanzie contro lo stallo provocato da un’eventuale diversa maggioranza al Senato (fino a quando avremo il bicameralismo perfetto).
    Confidiamo che sia la volta buona per ottenere una legge elettorale migliore del Porcellum.

  • Il fallimento di Berlusconi è politico

    Pubblicato il 29 novembre 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    La decadenza del senatore Berlusconi sarà ricordata come uno dei momenti topici di questa stagione politica. Le scene di giubilo di certa sinistra o gli attacchi dei falchi belrusconiani fanno parte di una anomalia italiana che ha segnato questo ventennio. Con la decadenza non vengono meno i problemi del paese, né viene meno un certo “berlusconismo” che ormai fa parte della “cultura politica” italiana: un mix di populismo, leaderismo e scarso rispetto delle regole che non scomparirà con la bacchetta magica della decadenza.

    Il governo si professa più solido, speriamo sia così, speriamo riesca ad accelerare l’azione riformatrice fino a qui troppo timida. Mi auguro che l’assenza di Forza Italia possa portare a un dibattito più focalizzato su temi di interesse generale come la giustizia, il fisco o la nuova legge elettorale. Nessuno si attende miracoli: già una normale dialettica tra le forze della “grande coalizione” sarebbe un passo avanti se sganciata dai bisogni di una persona sola.
    Riprendo qui anche l’intervento di mia figlia Mariangela, coordinatrice di Scelta civica Verona su questo passaggio cruciale, per sottolineare che la riflessione sul Cavaliere deve essere politica e prescinde dal lavoro della magistratura.
    È interessante notare anche come la tradizione politica “popolare” abbia ancora tanto richiamo e come venga interpretata in maniera molto elastica…

    Berlusconi accetti la fine del suo ventennio, il fallimento della sua esperienza è politico, a prescindere dalla magistratura. Lasci spazio al ricambio; il sistema è ancora bloccato se il futuro del centrodestra è rappresentato da Formigoni o Casini che cercano in tutti i modi di riciclarsi sotto mentite spoglie “popolari”. Se il Cavaliere non è al governo è anche merito di Scelta civica che ha sempre mantenuto la propria indipendenza e punta a un percorso nuovo e autonomo.

    In questo periodo la parola più usata da tanti berlusconiani in cerca di ricollocamento è “popolare”. La tradizione della politica “popolare” sembra ora la stella polare di ex-berlusconiani, diversamente-berlusconiani, falchi-berlusconiani e qualsiasi altra definizione di questa galassia in movimento orfana del leader. Molti sperano di venire accolti in Europa nel PPE, dove l’ex premier condannato per frode fiscale non gode di grandi simpatie.
    Nel nostro paese la tradizione del Partito popolare ha ben altre radici, distanti, se non antitetiche ai valori del berlusconismo.
    Quando penso alla tradizione popolare penso a Don Sturzo, De Gasperi, Don Milani, Martinazzoli. Penso a un partito laico, cioè che si rivolge a tutti, interclassista e legato all’economia sociale di mercato, attento al valore della persona e agli insegnamenti della dottrina sociale cristiana.
    Penso a Martinazzoli che ai tempi rifiutò di appiattirsi su Berlusconi e mantenne comunque le distanze anche da un socialismo statalista sul viale del tramonto.
    Cosa ha a che vedere questo mondo con il ventennio berlusconiano che volge ora al termine, con la finta rivoluzione liberale, con il populismo spregiudicato, con la fede sbandierata in pubblico in maniera strumentale e umiliata nel privato, con la mancanza di ogni rispetto per le regole?
    Solo pochi mesi fa Berlusconi, per ragioni personali, era pronto a far dimettere i “suoi” parlamentari e a ritirare i “suoi” ministri dal governo. Poi qualcuno, dopo anni di fedele sudditanza, di fronte al leader in declino ha avuto il coraggio (se possiamo definirlo così) di alzare la testa.
    Ma basta una giravolta, dopo anni di fedele servizio al Cavaliere per riscoprirsi “Popolari”?
    Che l’Italia abbia bisogno di un centrodestra nuovo e “normale” (per normale intendo le altre democrazie europee e non il partito azienda), è auspicabile.
    Che la novità vega da Casini o Formigoni mi pare improbabile.
    A Scelta civica non interessa ridipingere i muri della vecchia casa, ne stiamo costruendo una nuova.
    Mariangela Fogliardi

  • Ha tirato troppo la corda

    Pubblicato il 27 settembre 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Il Presidente Napolitano ha fatto bene a reagire all’annuncio del progetto, totalmente irresponsabile, delle dimissioni in massa dei senatori del Pdl.
    “Le dimissioni di massa sono un fatto inquietante – ha detto – ed assurdo parlare di colpo di Stato. L’applicazione di una sentenza di condanna definitiva è fatto costitutivo di ogni stato di diritto in Europa”.

    Il Capo dello Stato si è sempre dimostrato equilibrato e, se mi si consente, “paziente” verso le intemperanza del Cavaliere. Napolitano ha sostenuto sempre questo governo delle larghe intese attraverso il quale Berlusconi si stava costruendo, almeno inizialmente, una parvenza da moderato e responsabile.

    Purtoppo era solo una parvenza e ora vuole piegare l’intero centro-destra, e quindi l’intero Paese, ai suoi problemi personali.

    Anche Letta ha reagito con fermezza: “umiliano l’Italia”. Cosa altro poteva dire?
    In qualsiasi altro paese d’Europa Berlusconi sarebbe un anomalia, qui, per la stabilità si è cercato l’accordo a ogni costo ma ora la corta rischia di spezzarsi.

  • I video-messaggi nostalgici

    Pubblicato il 19 settembre 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Che tristezza il video-messaggio del ‘94 trasmesso in differita di 20 anni.

    Vedo un signore anziano che parla a un paese che è più povero e più debole di quando lui scese in campo.
    Vent’anni nei quali la tanto attesa rivoluzione liberale non è mai avvenuta, vent’anni nel quale abbiamo perso tante opportunita per stare al livello dei partner europei.
    Invece siamo ancora qui a sentir parlare, con toni alluncinanti, della magistratura, di un fantomatico “socialismo”, del “meno tasse”. Non si rende conto che sono vent’anni che gli italiani sentono questo disco rotto?

    Come può presentarsi ancora come “leader dei moderati”? Ha trascinato il paese verso il baratro e ancora oggi scherza col fuoco piegando la politica italiana ai suoi interessi personali, in conflitto con una norma approvata a grande maggioranza dallo stesso Pdl. Nessuno aveva mai sollevato dubbi di costituzionalità fino a quando non ha coinvolto in prima persona il cavaliere…

    Le questioni di azzeccagarbugli non mi interessano. Mi interessa che si volti pagina perché il futuro per i moderati non sono né Forza Italia né i video-messaggi nostalgici.

  • La Seconda Repubblica non la scamperà

    Pubblicato il 5 settembre 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Dopo vent’anni la sorte della politica nazionale è ancora legata al protagonista indiscusso della Seconda Repubblica: Silvio Berlusconi.
    Da un lato abbiamo un partito (o più di uno, con la nuova Forza Italia) che vive attorno alla figura del leader carismatico, dall’altra un centrosinistra, dal 2007 diventato Partito democratico, che troppo spesso ha avuto la propria ragione d’essere nell’antiberlusconismo e che nei momenti in cui poteva affermarsi si è sempre affidato a politiche suicide dettate da strateghi (o presunti tali) in eterno conflitto tra loro.

    Il problema è che il lungo scontro Pd-Pdl si è concluso in un rapporto simbiotico, negato, mal digerito, pubblicamente osteggiato, ma di fatto presente. Un rapporto che blocca il sistema politico e ci costringe a vivere in un perenne stato di eccezione.

    Il Pdl senza il leader maximo è destinato a sfaldarsi; non riesco a immaginare le varie correnti, ora tenute insieme dall’ex presidente del consiglio, dare vita a un partito di centrodestra in linea con i partiti europei della stessa area.

    Il Pd, quando Berlusconi per scelta, per età, per la conferma della condanna, si farà da parte, non avrà più il collante dello storico avversario. Probabilmente la lotta intestina a quel punto degenererà e il rimescolamento dell’intero sitema aprirà nuovi scenari.
    Nel caso Berlusconi riuscisse a ripresentarsi alle urne con la nuova Forza Italia, per il Pd sarebbe comunque una batosta: non oso pensare al morale dell’elettorato storico della sinistra che, dopo aver ingoiato qualsiasi rospo ed essersi illuso della soluzione giudiziaria, si ritrovasse ancora il Cavaliere sul campo di battaglia.

    L’abbraccio tra Pd e Pdl è la stretta di chi vede la fine vicina. Non so se ci penseranno i giudici o il tempo o la stanchezza degli Italiani, ma la Seconda repubblica è agli sgoccioli. I leader di questa stagione stanno lottando con le unghie e con i denti per rimanere a galla: penso ai pasdaran di Berlusconi o ai capi-corrente del Pd che cercano di riposizionarsi per “scamparla” anche questo giro.
    Sono sforzi di autoconservazione che possiamo capire, come capiamo lo spirito di sopravvivenza, ma che non hanno prospettiva politica né storica.

    Sta crescendo un’area di centro, riformista, pragmatica e vicina alle esigenze del Paese.
    Allo stesso tempo si stanno muovendo i sindaci di Verona (che con la nuova fondazione punta a lanciare la propria candidatura alla leadership del centrodestra) e di Firenze (che dichiaratamente mira ad uscire dal perimetro classico del post-comunismo).

    Il futuro bussa alle nostre porte. Chi negli ultimi tempi ha fatto finta di niente verrà travolto. Noi continuiamo invece a lavorare perché crediamo che rappresentare l’Italia moderata sia la giusta strada per rimettere in sesto il Paese dopo l’immobilismo causato dal monoblocco Pd-Pdl.

  • Ora torni la politica

    Pubblicato il 2 agosto 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Le sentenze della magistratura si rispettano e non serve aggiungere polemica a un dibattito che nella lotta tra contrapposte tifoserie rischia di rivelarsi sterile.
    Berlusconi è stato condannato, non potrà ricandidarsi. Il fatto implica una riflessione politica. Non è una “vittoria della sinistra”, tantomeno una “sconfitta della destra”; è un fatto che segnerà il corrente assetto politico e dovrà essere gestito nell’interesse del Paese.

    Il vigore che hanno assunto i fronti contrapposti in queste ore – berlusconiani contro antiberlusconiani – rischia di consumarsi in una battaglia nella quale può uscire sconfitta solo la politica. Nessuno si illuda che possa la magistratura risolvere lo stallo della politica italiana o possa risolvere i problemi di questo o quel partito.
    Questa fase potrebbe accelerare l’uscita dalla Seconda Repubblica. Ma l’assetto futuro non lo daranno i giudici, lo deve dare la politica.

    Non si illudano a sinistra: per molti italiani Berlusconi rimarrà un perseguitato e, se avrà la forza di lanciare un nuovo soggetto, potrà trovare del consenso. Grillo ci insegna che per fare politica non serve avere un seggio in parlamento. Certo la condanna pesa, non c’è nessun credibile successore dotato del “quid” e potrebbe scatenarsi una guerra tra bande. L’implosione di un “polo”, in un sistema bipolare, rischia di trascinare a fondo anche l’altro, quindi il Pd non dorma sonni tranquilli.

    Il futuro è incerto. Ci sono degli spazi vuoti che rimarranno vuoti finché qualcuno non li occuperà. Ci sono molti elettori mobili, alcuni sedotti e abbandonati da Grillo. Ci sono le fibrillazioni del Pdl e quelle del Pd. Siamo giunti alla fine di un epoca e il prossimo anno speriamo che finalmente cambi il paradigma.

    In altri momenti storici, conclusi ventenni anche più drammatici, il Paese ha saputo risollevarsi ritrovando la forza della moderazione e del buon senso; ritrovando la voglia di fare e abbandonando la logica del “tanto peggio tanto meglio”. La memoria non può non andare all’esempio di De Gasperi alle prese con l’Italia disorientata del dopoguerra.
    Sono certo che le persone di buona volontà ci siano, al momento forse soffocate da strutture e contenitori inadatti ai tempi che viviamo. Questa brusca accelerazione della storia potrebbe far sì che su più fronti si rompano gli indugi e inizi finalmente la Terza Repubblica.
    Il primo passo sono le riforme: dalla legge elettorale alla giustizia (la giustizia che incontrano i cittadini ogni giorno, non solo quella dei processi di Berlusconi). Queste sono le priorità per ritornare ad essere un paese europeo e dinamico.

    Il pragmatismo di molte riforme iniziate dal precedente governo e ora proposte da Scelta Civica rappresenta uno stimolo giusto per il nostro sistema.
    Basti pensare, per rimanere sull’attualità, all’articolo 1 del decreto legislativo 31 dicembre 2012, varato dal governo Monti come testo unico sull’incandidabilità: «non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni» e la frode fiscale è tra questi.
    Ovviamente non era una norma ad personam, ma il tentativo di restituire dignità e serietà all’agire politico. Perché senza politica non c’è passione, leader o sogno che possa risollevare le sorti del nostro Paese.

  • Diamo i numeri

    Pubblicato il 12 aprile 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    A quasi due mesi dalle elezioni forse abbiamo individuato un vinciore: Silvio Berlusconi.
    Sembra follia, ma secondo i dati della SWG, il Pdl è salito di due punti in una settimana diventando primo partito nelle intenzioni di voto con il 26,2% dei consensi. Il Pd invece è sceso di quasi mezzo punto (-0,4%), ed è al secondo posto con il 26 per cento. In calo il Movimento 5 Stelle (-2,1%), che perde il suo primato e scivola in terza posizione con il 24,8 per cento, sotto la soglia raggiunta alle elezioni.

    Lo schieramento di centrosinistra è andato letteralmente a sbattere contro un muro. Dopo un mese a seguire i grillini, ora appare “costretto” ripiegare sulla trattativa con il Pdl.
    Bersani, nonostante il risultato elettorale, ha tirato dritto invocando per sé un governo di minoranza.
    Che pena: quello che era nato nel 2007 come partito a “vocazione maggioritaria” rischia di sfaldarsi nella ricerca a tutti i costi di un governo balneare di minoranza.

    Sempre la SWG mette però in luce la difficioltà in prospettiva dell’attuale centrodestra: secondo il 57 per cento degli italiani, nessuno tra Berlusconi, Alfano e Maroni sarebbe il leader giusto per guidare la coalizione di centrodestra in caso di nuove elezioni.
    Ovviamente a sinistra riusciranno a inventarsi qualcosa per continuare a perdere: l’importante è salvaguardare l’identità dell’antico nucleo dirigente con leader perfetti per vincere le primarie ma inadatti a vincere le elezioni.

    Anche i sondaggi diffusi a Ballarò lo confermano: alla domanda “chi vincerebbe tra Renzi, Berlusconi e Grillo”, nel gradimento degli elettori per il prossimo premier vince Renzi con il 59%, seguito da Berlusconi con il 28% e da Grillo con l’11%.
    E se al posto di Renzi ci fosse Bersani? Berlusconi prenderebbe il 38%, dieci punti in più: e vincerebbe lui. Grillo salirebbe al 18%. E Bersani sarebbe secondo, con il 21%, ben 17 punti sotto Berlusconi.
    La politica non si fa con i sondaggi, ma con le idee; e le idee hanno bisogno di persone che le sappiano diffondere.

    Non sono un fanatico dei sondaggi, ma i numeri, da ovunque provengano, ci dicono che la Seconda repubblica per gli italiani è finita. I leader e leaderini – di destra e di sinistra – che vogliono tirare a campare in qualsiasi modo se ne sono accorti?