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  • La vittoria del Gattopardo

    Pubblicato il 22 aprile 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Poco prima di abbandonare il Partito democratico, nel dicembre dello scorso anno, intervenni duramente sullo svolgimento delle primarie:

    Le primarie saranno limitate agli iscritti e ai partecipanti alle precendenti primarie per il candidato premier. Inoltre, i 47 capilista e il 10% dei candidati, quindi una discreta quota degli eletti, probabilmente il 30%, verrà scelta “a monte” da una commissione del partito. Dubito che saranno tutte “autorevoli personalità della società civile”

    Quell’evento, scrivevo, serviva a dare una parvenza di “democraticità” e di “verginità” a un rito che andava a coprire i soliti accordi trasversali, le permute di ruoli istituzionali, le ottenute deroghe, le ottenute tutele alla larga dai rischi elettorali.

    Non pensavo, lo ammetto, che il Pd sarebbe collassato nel giro di qualche mese.

    Se analizziamo quanto accaduto per l’elezione del capo dello stato ci accorgiamo che i nodi irrisolti delle “primarie del Gattopardo”, come le avevo definite, sono emersi nel momento più delicato e inopportuno.
    Invece di eleggere il Presidente della Repubblica, il Pd ha celebrato un congresso sulle macerie del Paese. Alla faccia della “responsabilità” predicata da Bersani in questi mesi.
    Lo stesso Bersani che ha messo in piedi una macchina per vincere le primarie, ma non le “secondarie”, e che si è comportato in questi mesi come se l’esito del voto fosse stato favorevole al Pd.

    Troppe tensioni covavano sotto la cenere e alla fine il meccanismo è saltato.
    Il blocco della classe dirigente del Pd ha celebrato in dicembre delle primarie di facciata, utili per consolidare gli equilibri interni ma non per conquistare il cuore e la mente degli elettori.

    Consideravo quel passaggio una presa in giro e per questo non mi prestai al gioco.
    Ora, da cittadino sono indignato perché Bersani, D’Alema, Letta e compagnia hanno proseguito la loro eterna partita nel campo sbagliato e al momento sbagliato.

    La mia unica speranza è che, dopo aver toccato il fondo, la politica tutta ricominci un cammino di serietà. Sarà un percorso lungo e difficile, ma ho già incontrato in questi giorni molte persone, molti moderati che non vogliono arrendersi.

  • Nel tritacarne del Pd

    Pubblicato il 19 aprile 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Dispiace che il nome di Franco Marini, persona degnissima, sia stato il pretesto per il rinnovarsi di una battaglia politica in seno al Pd; uno scontro che Franco Marini non meritava, uno scontro figlio di altre tensioni irrisolte in un partito allo sbando, uno scontro legato a equilibri interni e dispute sul governo che nulla hanno che vedere con il profilo istituzionale richiesto a un capo dello stato.

    Franco Marini è stato proposto da una parte politica che lo ha subito rinnegato; è rimasto stritolato nel tritacarne del Pd.

    Si tratta di un uomo che ha fatto nascere il Pd, dopo l’esperienza dei Popolari e della Margherita, un uomo che ha già guidato il sindacato e il Senato della Repubblica.

    Era “semplicemente” un nome del centrosinistra che nei primi turni poteva trovare la convergenza anche del centrodestra, secondo lo spirito che deve incarnare un presidente della repubblica.

    È stato trattato come un appestato. Dai commenti dei deputati democratici dopo la prima chiama, pareva che nessuno lo avesse votato: abbiamo assistito a una vergognosa gara a smarcarsi. Ogni giorno il Pd insegue qualcosa – ieri Bersani cerca Grillo, oggi abbraccia Alfano – e non riesce mai dettare la linea.

    Che epilogo infausto per quello che doveva essere il grande partito nuovo a “vocazione maggioritaria”.

    P.s.
    Evidentemente Marini, per il suo curriculum, è percepito come “corpo estraneo” da una grande massa di dirigenti e militanti del centrosinistra che provengono da una tradizione post-comunista. La stessa tradizione che riuscì invece a convergere su Cossiga nel lontano ’85; ma questa è un’altra storia.

  • Diamo i numeri

    Pubblicato il 12 aprile 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    A quasi due mesi dalle elezioni forse abbiamo individuato un vinciore: Silvio Berlusconi.
    Sembra follia, ma secondo i dati della SWG, il Pdl è salito di due punti in una settimana diventando primo partito nelle intenzioni di voto con il 26,2% dei consensi. Il Pd invece è sceso di quasi mezzo punto (-0,4%), ed è al secondo posto con il 26 per cento. In calo il Movimento 5 Stelle (-2,1%), che perde il suo primato e scivola in terza posizione con il 24,8 per cento, sotto la soglia raggiunta alle elezioni.

    Lo schieramento di centrosinistra è andato letteralmente a sbattere contro un muro. Dopo un mese a seguire i grillini, ora appare “costretto” ripiegare sulla trattativa con il Pdl.
    Bersani, nonostante il risultato elettorale, ha tirato dritto invocando per sé un governo di minoranza.
    Che pena: quello che era nato nel 2007 come partito a “vocazione maggioritaria” rischia di sfaldarsi nella ricerca a tutti i costi di un governo balneare di minoranza.

    Sempre la SWG mette però in luce la difficioltà in prospettiva dell’attuale centrodestra: secondo il 57 per cento degli italiani, nessuno tra Berlusconi, Alfano e Maroni sarebbe il leader giusto per guidare la coalizione di centrodestra in caso di nuove elezioni.
    Ovviamente a sinistra riusciranno a inventarsi qualcosa per continuare a perdere: l’importante è salvaguardare l’identità dell’antico nucleo dirigente con leader perfetti per vincere le primarie ma inadatti a vincere le elezioni.

    Anche i sondaggi diffusi a Ballarò lo confermano: alla domanda “chi vincerebbe tra Renzi, Berlusconi e Grillo”, nel gradimento degli elettori per il prossimo premier vince Renzi con il 59%, seguito da Berlusconi con il 28% e da Grillo con l’11%.
    E se al posto di Renzi ci fosse Bersani? Berlusconi prenderebbe il 38%, dieci punti in più: e vincerebbe lui. Grillo salirebbe al 18%. E Bersani sarebbe secondo, con il 21%, ben 17 punti sotto Berlusconi.
    La politica non si fa con i sondaggi, ma con le idee; e le idee hanno bisogno di persone che le sappiano diffondere.

    Non sono un fanatico dei sondaggi, ma i numeri, da ovunque provengano, ci dicono che la Seconda repubblica per gli italiani è finita. I leader e leaderini – di destra e di sinistra – che vogliono tirare a campare in qualsiasi modo se ne sono accorti?

  • Il coraggio, uno non se lo può dare

    Pubblicato il 12 aprile 2013 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    “Certe campagne, che si vorrebbero moralizzatrici, in realtà si rivelano nel loro fanatismo negatrici e distruttive della politica”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso di un discorso al Senato dedicato all’esponente del Pci, Gerardo Chiaromonte.
    Napolitano si riferiva al lontano 1976, quando un governo a guida democristiana ottenne la non sfiducia del Partito comunista. Quel momento è ricordato nei termini del “coraggio” che servì in quella “scelta inedita di larga intesa”.

    Ora viviamo in un momento storico differente e mancano dei veri leader che puntino a cambiare il corso degli eventi indicando una prospettiva al proprio partito e al proprio Paese.
    Abbiamo perso troppo tempo nella lotta tra il “comunistà” di turno e il “caimano”.
    Nel frattempo la crisi avanzava, l’Italia perdeva terreno e l’antipolitica cresceva.
    Il bipolarismo fallito ha partorito un tripolarismo immobile nel quale sono i grillini a dettare l’agenda: ecco servita la débâcle della politica.

    Il mese scorso abbiamo ricordato Aldo Moro nell’anniversario del suo rapimento e della strage della scorta. Dopo così tanti anni soffriamo ancora i postumi di quella stagione politica irrisolta.

    Napolitano ha giustamente ricordato una pagina importante della nostra storia per sottolineare il coraggio di quella classe dirigente. Anche allora vivevamo una profonda crisi, sia istituzionale che economica e la lotta politica era particolarmente aspra: scontri, atti terroristici e tentativi eversivi, in un contesto globale teso e cristallizzato nella contrapposizione tra i due blocchi della guerra fredda.
    Quindi, nel 1976, il segretario del Pci, Enrico Berlinguer lanciò l’idea del “compromesso storico”, incontrando nella Dc un atteggiamento speculare.
    Di quella stagione, conclusa in maniera tragica, ricordiamo il coraggio di grandi leader che avevano ben chiaro il fatto che la situazione dovesse sbloccarsi.
    Dopo Moro nessuno è riuscito a raccogliere a pieno quella sfida e la brusca interruzione di quella stagione è alla radice del blocco attuale.

    Napolitano ha giustamente elogiato il coraggio di chi raccolse la sfida del proprio tempo.
    Oggi manca il carisma, la lungimiranza e la prospettiva di un leader come Moro. Mancano persone che sappiano veramente “guidare” il paese fuori dal pantano indicando la via.
    Il tentativo di sopravvivere tra governi di minoranza e mezze riforme è distante anni luce dallo spirito di quel tempo.

  • Fuori dai soliti schemi

    Pubblicato il 5 aprile 2013 giampaolo 4 commenti Condividi su Facebook

    Ancora fermi, bloccati, ansimanti.
    Mentre il Paese sprofonda e la disoccupazione è al livello di guardia siamo stati costretti a sorbirci in streaming il leader del partito che ha “non vinto” mentre cercava (o elemosinava?) qualche voto dai grillini per formare un governo traballante. Che tristezza.

    Grillo ha preso in giro Bersani dal primo giorno e lo ha fatto sbattere contro un muro.

    La consultazione tra Bersani, Crimi e Lombardi rimarrà il simbolo indelebile di questa fase misera della vita politica italiana per tre ragioni.

    Primo per la “moda” dello streaming: un siparietto a uso e consumo di una finta democrazia diretta. Qualcuno vedrà mai lo streaming delle riunioni tra Grillo e Casaleggio? O un “caminetto” D’Alema-Bersani-Franceschini su Youtube? La trasparenza è nella politica che si fa, nei risultati che si portano a casa, non nel teatrino.

    Secondo per l’atteggiamento dei capigruppo grillini: strafottenti, impreparati e irrispettosi.

    Terzo per la magra figura di Bersani che più che un leader sembrava un pugile suonato che cercava in ogni modo di non cadere giù dal ring.

    Non è certo colpa di Napolitano se la situazione non si è sbloccata; spero i “saggi” riescano a creare un terreno comune di confronto, ma sono scettico.

    Almeno una cosa va cambiata, una sola: la legge elettorale. Poi, se la guerra di trincea prosegue e non si trova nessun accordo, si torni alle urne.

    È chiaro a tutti che questo schema non funziona: non abbiamo ancora capito se e quando avremo un governo e non sappiamo – a 40 giorni dal voto – quali forze siano disposte a superare la fase dei veti incrociati che ha bloccato tutto.

    Intanto il mondo va avanti, fuori dalle direzioni, dai vertici, dalle assemblee in streaming e da quelle non in streaming. Le famiglie sono con l’acqua alla gola e le imprese chiudono una dopo l’altra.

    Basta.

    Lo ripeto: usciamo dagli schemi. Sono sicuro che l’ingorgo romano si può superare nei territori, nel confronto con chi ha idee, competenze, esperienze e voglia di cambiare e non ne può più di Berlusconi, di Bersani e di Grillo.

    Non significa che siano tutti uguali, lo so benissimo. Significa che la seconda Repubblica è finita e i leader logori, i leader mai stati leader e i comici che ballano sulle macerie non possono essere la soluzione ai mali del Paese.

  • Lo scenario peggiore

    Pubblicato il 1 marzo 2013 giampaolo 3 commenti Condividi su Facebook

    Lo scenario peggiore. Il vicolo cieco. Come altro definire la situazione politica attuale?

    Siamo tutti preoccupati: l’instabilità politica prolungata, unita alla necessità di rifinanziare un debito pubblico mostruoso, genera alti tassi di interesse e potrebbe trascinarci in una pericolosa spirale. La crisi morde e gli speculatori sono sempre in agguato.
    Purtroppo le forze politiche in campo sono logore: un passo falso potrebbe spazzar via il Pd, il Pdl o mettere in crisi l’impianto “rivoluzionario” di Grillo.

    Il pericolo è che tutti stiano fermi per non farsi del male e il Paese sprofondi.

    Serve un atto di responsabilità da parte di tutti: un’era è finita, ma non è detto che debba essere così traumatico il passaggio.
    Le forze in campo devono trovare una intesa minima, fosse anche solo per la riforma della legge elettorale; serve un segnale di tregua.
    Tornare al voto con il porcellum sarebbe una sconfitta di tutto il Paese, Grillo compreso.

    Bisogna che tutti mantengano la calma e che nei partiti non inizino faide interne, riposizionamenti, balletti, melina: è un linguaggio che i cittadini non sopportano più.

    I maggiori partiti hanno perso consensi rispetto alle passate elezioni, il voto di protesta è stato interamente intercettato dal Movimento cinque stelle, che ora deve porsi dei seri interrogativi, avendo eletto 150 parlamentari. Se non si vogliono assumere alcuna responsabilità per ragioni “di bottega” e sperano di crescere sulle macerie del Paese tradiscono qualsiasi volontà riformatrice e si rivelano più cinici e autoreferenziali della stessa casta che attaccano.

    Berlusconi dal canto suo è poco credibile: si propone con un profilo da statista dopo aver condotto una campagna elettorale demagogica. Bersani, che vanta la maggioranza relativa, è nella situazione peggiore. Non può (e non vuole) giocare allo sfascio e spera di far ragionare qualche grillino.
    Mi auguro che i dirigenti storici del Pd – dopo aver fallito l’ennesima missione – se ne stiano in disparte e non alimentino l’instabilità. E’stato il canto del cigno dell’intellighentia dalemiana: hanno soffocato nella culla il partito nuovo, aperto, plurale che sognavamo nel 2007, hanno saputo parlare solo “ai convertiti” – ultimo esempio le primarie chiuse – e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

    Ma ora è il tempo di guardare avanti, perché il tempi nuovi sono giunti e hanno spazzato via qualsiasi calcolo fatto durante i “caminetti”.

    Per il bene del Paese mi auguro che un accordo in qualche maniera si trovi.

    Confido nel Presidente Napolitano, confido nella buona volontà di Bersani, forse un leader debole, ma una persona seria e onesta, e confido nella ragionevolezza di alcuni esponenti del M5S: sapranno smarcarsi dai diktat di un leader che decide la linea in totale autonomia senza nemmeno consultare i parlamentari eletti?

  • L’anno zero

    Pubblicato il 26 febbraio 2013 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    Lo scenario peggiore, il più temuto, il più rischioso si è verificato. L’Italia non ha una maggioranza chiara, è in stallo.
    La frattura tra i cittadini e la politica non si è ricomposta, lo schema bipolare è saltato.

    Per il Partito democratico, seppure in lieve vantaggio numerico, è una sconfitta politica pesantissima. Bersani ― persona onesta e competente ― non ha sfondato oltre l’elettorato storico e ha dissipato in pochi mesi il vantaggio accumulato dal Pd nelle primarie che lo hanno visto protagonista con Renzi.
    E’la definitiva uscita di scena per quella generazione di ex-Pci. Nessuno di loro è mai riuscito a portare il centrosinistra al governo.
    Il Pd, come temevo, è rimasto bloccato: la gioiosa macchina da guerra di Bersani ha fallito ancora l’appuntamento con la storia; e lo dico con il rammarico di chi ha lavorato alla fondazione di quel partito nel 2007.

    Anche Monti, che sostenevo, è sotto le aspettative, non nascondiamocelo. Il professore è uscito fiaccato dalla campagna elettorale, il suo tentativo di diventare “politico” ed “empatico” è stato a tratti brusco e gestito in maniera altalenante, anche se la qualità dell’uomo e il valore della proposta che ha messo in campo non si discutono. I candidati “di prestigio” non sono serviti a sopperire alla mancanza di una base politica e i compagni di viaggio Fini e Casini hanno portato più danni che benefici alla causa.
    Però quel 10% pesa, non va assolutamente abbandonato e ha un valore anche maggiore alla luce della situazione attuale: il quadro politico ormai è saltato e tutto sarà in divenire.

    Se il Pd affronterà presto una seria riflessione, il Pdl non sarà da meno. La rimonta di Berlusconi ha lasciato tutti stupiti, ma qualora venisse meno il capo carismatico il centrodestra andrebbe in totale disfacimento. Berlusconi ha celebrato se stesso nella campagna elettorale, ma non ha mai lavorato alla successiona: tolta la sua figura, assoluta e carismatica, tutto andrà in frantumi.

    Grillo, eccezionale performer e unica vera voce del Movimento cinque stelle, rappresenta una novità straordinaria. Nessuno può ignorarlo e verrà, spero presto, il momento in cui i suoi dovranno mettersia al lavoro e “sporcarsi le mani” ― in senso nobile, ovviamente. O pensa di tenere 150 parlamentari della Repubblica per “dare scappellotti” come va ripetendo?
    Vedremo, voglio sperare che alla fase della rabbia e della protesta (sentimenti assai diffusi), seguirà, a tempo debito, una fase più costruttiva.

    Nei nostri territori la Lega Nord appare ridimensionata. Sembrava un’armata invincibile solo qualche anno fa e in poco tempo si è sgonfiata. L’elettorato è sempre più mobile e dobbiamo imparare a leggere in prospettiva gli eventi politici.

    Io credo che una forza che sappia prendere il meglio della serietà di Monti traducendola in politica sul territorio e per il territorio abbia una grande prospettiva. La crisi della politica è generale e nessuno può dare la colpa della propria disfatta agli elettori. Si può solo rimettersi in ascolto e al lavoro. Magari la soluzione non arriverà domani, ma siamo all’alba di una nuova era. Non dimentichiamo nemmeno che l’astensione rimane alta, e va a braccetto con la disillusione e l’incertezza.

    Siamo all’anno zero della politica italiana e penso che possiamo tornare a costruire sulle macerie, più liberi e più forti, senza l’ansia dell’immediato ma con in mente una chiara idea di futuro. Il tempo ci darà ragione.

  • Cosa ci attende il 26 febbraio?

    Pubblicato il 15 febbraio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    La campagna elettorale si è un po’incartata. Da un lato le proposte choc di un Berlusconi, che si gioca le ultime carte raschiando senza ritegno il fondo del barile, dall’altro Bersani e Monti che indugiano troppo sulle ipotetiche alleanze (il ritornello Vendola sì, Vendola no). Al centro della scena un Grillo che ne approfitta e cresce con il vento in poppa dell’antipolitica.
    Non è una campagna elettorale entusiasmante.
    Che scenario ci attende il 26 febbraio? Usciremo dalla palude? Saluteremo la Seconda repubblica? Lo dico francamente: temo di no.
    Temo che il processo politico che si è aperto attorno a Monti non abbia avuto modo di svilupparsi nella sua interezza durante l’anno e mezzo di governo del professore. Quindi le elezioni saranno un passaggio intermedio, l’assetto politico del Paese difficilmente sarà stabile.

    Il lavoro per chi aspira a un centro riformatore, moderato e moderno non è concluso.
    So che per un obiettivo del genere i tempi non possono essere immediati. Mi auguro tuttavia che la nuova legislatura inizi con alcune riforme che attendiamo da troppi anni, come quella della legge elettorale. Purtroppo c’è il rischio che, mancando una maggioranza chiara, si vada incontro al problema cronico del nostro Paese: l’instabilità.
    Il ricordo del governo Prodi immagino sia lo spauracchio di molti.

    Per i moderati deve essere l’occasione per concretizzare politicamente gli spunti del prof. Monti. Dobbiamo andare avanti con serietà proponendo politiche che da un lato mettano in moto la crescita e dall’altro garantiscano la rappresentanza dei territori, un altro tema di fondamentale importanza rimasto ahimè schiacciato sotto l’arroganza e il pressapochismo dell’incompiuto e fallimentare federalismo leghista.

  • Il prossimo Presidente del Consiglio

    Pubblicato il 30 novembre 2012 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Il vincitore del confronto in televisione è uno solo: il Pd. Il vincitore delle primarie è il nostro partito, siamo tutti noi.
    Voglio ringraziare tutti i militanti che hanno reso possibile questo grande momento di democrazia. Quando un partito è aperto e le idee si confrontano, le sirene del populismo e dell’antipolitica si allontanano.
    E’una grande soddisfazione aver portato le primarie in Italia; un percorso iniziato nel 2005 e fortemente voluto dal centrosinistra, mentre la destra si appiattiva su un modello padronale che ora vede il proprio canto del cigno (poco armonico a dire la verità, viste le troppe voci nel coro).
    Un grazie anche a tutti i candidati che hanno animato la sfida: a Laura Puppato, a Nichi Vendola, all’amico Bruno Tabacci, a Matteo Renzi, confermatosi astro nascente della politica italiana, ma soprattutto grazie a Pierluigi Bersani per aver guidato il nostro partito in questa fase tenendo i nervi saldi e il timone dritto. Grazie a lui, ora siamo noi il perno del futuro del Paese.
    Ora è giunto il momento per Bersani di governare l’Italia.
    La campagna elettorale è un’altra cosa. La sfida Tv è un’altra cosa. Da domenica si deve pensare solo a portare il Paese fuori dalla crisi.
    La concretezza di Bersani, la capacità che ha dimostrato come segretario, cercando sempre l’unità, la sua determinazione nelle scelte, lo rendono il candidato giusto per Palazzo Chigi.
    Non è un congresso di partito, l’obiettivo non è vincere le primarie per affermarsi nel Pd: l’obiettivo è governare un Paese in crisi. E non ci sono trucchi, scorciatoie o battute brillanti che porteranno fuori l’Italia dalla recessione.
    Serve concretezza, esperienza, visione, e serve, diciamolo, del sano realismo. Bisogna allacciare il rapporto con le forze moderate in modo da creare una coalizione robusta di governo, lasciando il centrodestra al suo destino: un inesorabile declino.
    La crisi morde e non è il momento dei cieli azzurri. Le famiglie sono in difficoltà, molti concittadini sono a rischio povertà, la coesione sociale è messa a dura prova, le opportunità per i nostri ragazzi sono sempre meno. Le conquiste di civiltà che abbiamo ottenuto in anni di crescita non vanno disperse: il diritto allo studio per tutti, il diritto alla salute per tutti, la bellezza di una società coesa. Altrimenti, chi è in difficoltà lo sarà sempre di più.
    Poi, c’è da riformare dove va fatto: chi meglio di Bersani ha datto prova di saper fare il lavoro? Chi ha iniziato l’opera delle liberalizzazioni? Chi il riformismo lo ha messo in campo sul serio? La risposta è una: Pierluigi Bersani.
    Domenica torniamo tutti a votare, diamo forza al Pd, diamo forza all’Italia, diamo forza al prossimo presidente del consiglio.

  • Una sfida vera. Perché voterò Bersani

    Pubblicato il 16 novembre 2012 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Le primarie saranno una grande festa di democrazia, un orgoglio e un vanto del nostro schieramento.
    Le primarie non sono un congresso, e non vanno confuse con un congresso.
    Dobbiamo scegliere una persona: la persona che candideremo al governo del paese, il futuro Presidente del Consiglio. E’stata una campagna vera, vissuta, reale. Lo scontro, a tratti aspro, ha messo in luce un Pd vivo, perno del futuro schieramento che guiderà l’Italia.
    Voterò Bersani, perché è l’uomo giusto per Palazzo Chigi.
    Ha tenuto la barra dritta quando l’Italia, nel dopo Berlusconi, in un momento delicatissimo, rischiava la bancarotta. Invece di correre a elezioni per capitalizzare il vantaggio elettorale, ha dimostrato un profilo istituzionale e una responsabilità che non possiamo dimenticare, dialogando con il Capo dello Stato e con le altre forze politiche.
    Ha messo l’Italia davanti a tutto.
    Allo stesso modo ha tenuto unito il Pd in questi mesi difficili di crisi, mantenedendo aperto il confronto interno. Ricordiamoci che Bersani ha promosso la modifica dello statuto proprio per permettere le primarie in questo momento.
    Inoltre, Bersani ha concretezza ed esperienza di governo: chi non ricorda le sue “lenzuolate”? La sua attitudine a unire, la sua pacatezza, e la sua determinazione ne fanno il candidato premier ideale per il centrosinistra.

    Tra i cinque candidati ho apprezzato anche l’entusiasmo di Renzi, il suo porre in agenda alcune istanze liberal-democratiche, la sua spinta al rinnovamento. Ha la stoffa del leader ed è già uno dei protagonisti assoluti del centrosinistra, anche se preferisco i contenuti proposti ad alcune intemperanze, su tutte il concetto di “rottamazione” che, applicato alle persone, per quanto mediaticamente efficace, ritengo distante dalla mia sensibilità e dalla cultura dalla quale provengo che ha sempre messo la dignità della persona al centro.
    Comunque sia, Renzi si è meritato lo spazio che ha ottenuto e la sua partecipazione ha reso visibile a tutti che si è trattato di primarie vere, che il Pd è un partito aperto, plurale, e che la leadership è contendibile.
    In quale altro partito italiano Renzi avrebbe potuto fare la scalata che ha fatto? Forse, qualche merito i “rottamandi” fondatori del Pd lo hanno avuto…

    Anche Bruno Tabacci è una persona che stimo molto e che ha sempre dato prova di competenza e di equilibrio; lo ritengo, a prescindere dal risultato che otterrà, una grande risorsa per il centrosinistra.

    Il 25 novembre andrò a votare con grande soddisfazione, convinto che il cammino intrapreso cinque anni fa abbia dato dei frutti. Abbiamo messo in campo candidati validi, proposte concrete in una competizione autentica che ha attirato giustamente l’attenzione degli elettori.

    Sceglierò Bersani, come ribadito, per il suo profilo: capacità di unire ed esperienza di governo. Sono sicuro che dal 26 novembre tutti lavoreremo per riportare il nostro schieramento alla guida del Paese.