Solo un altro blog targato WordPress
Icona RSS facebook
  • Verona: cambiare al più presto. Moderati scendano in campo.

    Pubblicato il 11 aprile 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Dopo un periodo molto difficile si è conclusa la luna di miele del sindaco Tosi con la città di Giulietta. Report è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso: ha sollevato – cercando lo scandalo a tutti i costi, ammettiamolo – tante questioni spinose che lasciano la nostra città sbalordita.

    Il problema non è la Gabanelli. Il problema è una amministrazione che purtroppo da tempo è caduta nell’immobilismo, come si fosse accartocciata su se stessa.

    Non mi appartiene la cultura dello sciacallo e ho fiducia nella magistratura, quindi non voglio approfondire in questa sede gli eventuali aspetti penali della vicenda o la natura di alcuni rapporti definiti dalla stampa “borderline”. Comunque, già con gli scandali nelle partecipate o con il caso Giacino (parliamo del vice-sindaco!) avevamo toccato il fondo, e senza l’”aiuto” di Rai3.

    Basta uno sguardo alla città per invocare un cambio di passo. Sono purtroppo anni che lo ribadiamo: dalla crisi dell’aeroporto, allo stallo nei trasporti pubblici, al mancato polo finanziario, all’attività poco limpida di alcune azienda partecipate, troppe cose non vanno. Verona può e deve ambire ad altro. La crisi nella quale è caduto il progetto del sindaco Tosi prescinde da qualsiasi eventuale capo d’imputazione: è nei fatti. È il fallimento di una squadra che si è dimostrata abile nel “raccattare” voti, ma che non ha i numeri per giocare in serie A. Si veda il destino delle sue due punte di diamante Giacino e Giorlo.

    Tosi dovrebbe prendere atto della situazione e trarne le conseguenze.
    Rilanci un grande progetto per la nostra città, cercando nuova linfa in una alleanza politica ampia con persone di spessore, o apra definitivamente la crisi a palazzo Barbieri.

    Non lo dico per un mero calcolo politico, non invoco pretestuosamente né la forca né il commissariamento del comune per mafia: questi giochi al massacro non mi interessano perché amo troppo Verona per trascinarla nel baratro al solo fine di indebolire un avversario politico.

    Il sindaco ha ricevuto anni fa la fiducia della città: era protagonista in ogni occasione, parlava da ogni pulpito (pure in chiesa, quando il vescovo Zenti lo invitò a fare gli auguri per la messa di Natale…) e veniva celebrato da tutti i mezzi di comunicazione, anche nazionali. Io ero scettico allora e oggi sono deluso.

    L’Amministrazione valuti se fare un passo indietro o un brusco, deciso e netto cambio di marcia perché così Verona non cresce, e lo ribadiamo, a prescindere dalla Gabanelli.

    Bisogna che tutte le forze moderate in questo momento si riuniscano per il bene della città e si rimettano al lavoro. Mi rivolgo anche a coloro che hanno creduto in un primo momento all’amministrazione Tosi, ma hanno capito poi che il sistema tosiano si è arenato nella gestione del potere e dello status quo e non ha dato stimoli per lo sviluppo dinamico di Verona. Voglio lanciare un appello a tutti i moderati: è il momento di scendere in campo. Bisogna rimettere in circolo la cultura realmente moderata che è nel DNA di questa città, sfruttare le competenze e l’entusiasmo di tanti cittadini che non vogliono arrendersi a questo stato d’impasse; solo così la nostra Verona tornerà a crescere e camminerà a testa alta in Italia e nel mondo, come merita.

    Giampaolo Fogliardi

  • Forconi: la politica si muova

    Pubblicato il 10 dicembre 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Anni di immobilismo hanno creato un sistema politico incancrenito che deve immediatamente dare risposte al Paese. Il tempo sta per scadere, la crisi dura da sei anni e la politica è rimasta sempre all’inseguimento. Serve uno scatto, bisogna passare dalla melina alle riforme in tempi brevissimi. Mi auguro che i “chiarimenti” avvenuti all’interno di Pd e Pdl consentano al governo di agire, come chiediamo da tempo.
    I Forconi stanno incanalando parte del malcontento sociale verso una prospettiva rischiosa. La crisi c’è e i tanti disoccupati, artigiani, trasportatori,camionisti, precari che protestano la vivono sulla loro pelle. Ci sono tante situazioni drammatiche.
    Tuttavia, oltre alla protesta nichilista non emerge nessuna proposta. Capisco lo sfogo, ma questo terreno è l’humus ideale per coagulare anche forze violente, antisistema e pericolose, dagli ultrà da stadio ai neofascisti. Per questo la politica deve fare in fretta, la situazione è critica.
    Si vuole radere al suolo tutto, cancellare la politica stessa, senza alcuna distinzione tra le parti per poi fare cosa? Questo è il punto.
    Queste battaglie allo sfascio non portano risultati se non c’è un obiettivo politico. Non fanno nemmeno l’interesse delle persone in difficoltà, se non consentire qualche episodio di sfogo della rabbia.
    Posso capire la frustrazione di tanti cittadini, ma rimango scettico perché la storia recente ci ha insegnato che distrutta la politica rimangono solo macerie, populismo e ricette fascistoidi. Il governo ha l’ultima chance, serve un colpo di reni perché siamo di fronte a una realtà che richiede risposte eccezionali, sia per quanto riguarda i contenuti che per i tempi di attuazione che devono essere, non serve ripeterlo, immediati.

  • Famiglia, la vera risorsa contro la crisi

    Pubblicato il 31 ottobre 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    La crisi morde da anni, ma l’Italia ha la fortuna di avere ancora un tessuto di famiglie solido che aiuta molte persone in difficoltà. La famiglia è la grande risorsa del nostro paese, non significa che potrà essere eterno cuscinetto alla crisi, ma senza questa rete di relazioni e di affetti le conseguenze della crisi economica sarebbero state sicuramente più dure.
    Tutto ciò quando mancano delle vere politiche per la famiglia, ricordo ad esempio ancora le battaglie per il quoziente famigliare, o per un fisco più attento alle esigenze del nucleo famigliare.
    La stampa tratta l’argomento in un interessante articolo, Contro la crisi la vera risorsa resta la rete della famiglia

    Famiglie coniugate, complesse, monogenitoriali, single, ricostituite, non coniugate: tutte tipologie diverse di famiglie, al plurale appunto. Eppure, continuano a costituire silenziosamente il nostro welfare dal basso, la rete diffusa di sostegno. Basterebbe raccogliere le molte storie raccontate su questo giornale da Gramellini per prendere consapevolezza di quale risorsa disponiamo. Risorsa che, come raccontano gli economisti, è anche quella che consente all’Italia di sopportare (per quanto ancora?) meglio di altri paesi le sferzate che la crisi sta infliggendo. Le famiglie italiane sono meno indebitate, hanno investito maggiormente in beni solidi (la casa). Sono il vero welfare che sta sostenendo i giovani: nell’incerto transito nella ricerca di un lavoro, offrendo la casa quando decidono di convivere (e poi sposarsi), utilizzando i risparmi e gli investimenti accumulati nel tempo, quando erano ancora possibili.
    Risparmi, però, che oggi si stanno consumando più di quanto si riescano ad accantonare. La ricerca di Community Media Research – Questlab per La Stampa lo mette in evidenza una volta di più e assieme alle reti amicali e a quelle dell’associazionismo e del volontariato, le famiglie sono un elemento fondamentale del nostro capitale sociale. Il problema è che troppo spesso sono lasciate sole a gestire situazioni complicate: la scarsità di servizi per l’infanzia e gli asili per i (pochi) figli minori spinge le giovani coppie a dover fare affidamento ai nonni o alla rete parentale; sono ancora poche le imprese attente alle problematiche della mamme lavoratrici; per non dire della quantità di donne migranti che assistono gli anziani nelle loro case.

  • La crisi risolta al centro

    Pubblicato il 4 ottobre 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    La rischiosa crisi di Governo si è risolta al centro. Abbiamo placato i diversi estremismi che volevano mettere k.o. l’Italia. Dall’entropia di questi mesi iniziamo a scorgere il panorama politico che ci attende in futuro.
    Da una parte gli avversari di Letta: i falchi del Pdl (nonstante la brusca inversione a u), i grillini e la sinistra di Vendola.
    Dall’altra chi voleva evitare una crisi al buio in questo momento delicatissimo. Questa è una prima grezza ma significativa linea di demarcazione.
    Della scelta irresponsabile di Berlusconi abbiamo già ampiamente parlato. Il Cavaliere è uscito sconfitto. Ha provato a trascinare tutti nel baratro con sé ma non vi è riuscito. Esiste una parte del centrodestra che ha evitato di suicidarsi e uccidere il Paese. Hanno deciso di affrontare una questione che da anni pendeva sulle loro teste: può l’Italia andare avanti con un centrodestra padronale, totalmente piegato agli umori del leader?
    Gli stessi “scissionisti” hanno prosperato per anni alla corte del monarca, sapevano di “lavorare” in un partito padronale e quindi non potranno reinventarsi dalla sera alla mattina una verginità politica (e nessuno glielo chiede). Però, giunti sul ciglio del burrone non si sono gettati. Ora devono avere l’intelligenza di guidare la transizione verso una destra moderna. Dobbiamo chiudere al più presto questo ventennio
    Finalmente la politica è tornata nelle istituzioni e le forze in campo hanno messo le carte in tavola nel luogo preposto: il parlamento.
    Scelta civica ha mantenuto la coerenza nei confronti del governo, cercando di temperare gli animi di alcuni alleati.
    Ora si è creata una maggioranza che prescinde da Silvio Berlusconi, questo è il dato politico più importante. È il momento che i moderati italiani si coalizzino al centro e lascino gli estremisti berlusconiani al loro destino.
    La fiuducia dell’ultimo momento è stato il consueto colpo di teatro del Cavaliere, ma questa volta non cela nessuna strategia se non prolungare l’agonia e rimandare il giorno in cui i nodi verranno al pettine. Ha dimostrato di non avere nulla del moderato e di essere circondato da una corte di estremisti pronti a far saltare in aria il Paese a un suo cenno. L’inganno è stato smascherato una volta per tutte: la casa dei moderati non era, non è e non sarà Forza Italia.
    Estraneo alla cultura dei moderati e del Popolari anche il gesto dei senatori del Movimento cinque stelle che hanno pesantemente offeso una loro ex collega, paola De Pin, rea di aver votato la fiducia al governo. Siedono in Parlamento ormai da mesi e non sono mai andati oltre agli insulti, rifiutando il dialogo con ogni forza politica. I pasdaran di Grillo erano a fianco ai pasdaran di Berlusconi nel tentativo di affossare il governo; diversissimi, ma allo stesso tempo simili.
    Spero solo che questa settimana in cui il governo è stato appeso a un filo per i problemi del Cavaliere non sia stata inutile. C’è troppo da fare per continuare a seguire la telenovela dei berluscones, cambiamo una volta per tutte canale.

  • Il culto della finanza

    Pubblicato il 12 luglio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Oggi la stampa parla della crisi della Grande Distribuzione nella nostra regione. Anche i mega-centri commerciali, costruiti in gran numero nel nostro territorio sentono la crisi.
    La polemica si estende a uno degli aspetti più dibattuti negli ultimi anni: le aperture domenicali.
    «Non è la soluzione alla crisi dei consumi, anzi le aperture costano e i costi si ripercuotono poi sui lavoratori» dichiara Adriano Felice della Filcams Cgil.
    Massimo Marchetti, segretario della Uiltucs Uil afferma: «Non siamo contro il lavoro domenicale tout court, ma devono essere regolamentate nei contratti».

    La grande distribuzione ora affronta la crisi rinnovando l’offerta e propone i contratti di solidarietà come misure per mantenere l’occupazione.
    Ho affrontato molte volte il tema delle chiusure domenicali, a partire dal caso dell’apertura pasquale di Upim nel 2007. Le ragioni del valore simbolico della questione sono profonde e affondano le radici nella natura “antropologica” del nostro capitalismo.

    A riguardo è apparso su Avvenire del 7 luglio un’interessante riflessione di Luigino Bruni: “Capitalismo finanziario e antidoti. Via dal culto imperiale”.

    Per capire che cosa veramente si cela die­tro le crescenti resistenze alla chiusura domenicale dei negozi, dobbiamo avere il co­raggio di fare seriamente i conti con la natu­ra antropologica e cultuale del nostro capita­lismo. Il filosofo Walter Benjamin nel 1921 scri­veva che «nel capitalismo bisogna scorgervi u­na religione, perché nella sua essenza esso serve a soddisfare quelle medesime preoccu­pazioni, quei tormenti, quelle inquietudini, cui in passato davano risposta le cosiddette re­ligioni. (…) In Occidente, il capitalismo si è sviluppato parassitariamente sul cristianesi­mo » (Il Capitalismo come religione, 1921). E con capacità profetica aggiungeva: «In futuro ne avremo una visione complessiva».

    In un mondo dove tutto è in vendita si rischia una sovrapposizione tra valori e mercato.

    Infatti, la natura religiosa del capitalismo è oggi molto più evidente che negli anni Venti, se pensiamo quanto sono diventanti esigui i territori della vita non in vendita. Una reli­gione pagana e di solo culto, che cerca di pren­dere il posto del cristianesimo (non di qual­siasi religione), anche perché è dall’umanesi­mo ebraico-cristiano che è stato generato.

    L’autore fa notare anche il profondo legame tra la cultura cristiana e lo sviluppo di questo sistema economico, anche se solo in età moderna si assiste al tentativo di imporre il mercato come unico valore.

    Gli intrecci tra cristianesimo e capitalismo so­no profondi fin dalle loro origini. Il capitali­smo prende il proprio lessico dalla Bibbia (fe­de-fiducia, credito-credere…), e gli stessi e­vangelisti usano il linguaggio economico del loro tempo per comporre similitudini e para­bole. E non capiamo Medioevo, Riforma e Mo­dernità senza le tante intersezioni tra grazia e denaro. Ma solo in epoca recente il capitali­smo ha rivelato pienamente la sua natura di religione pagana. Non c’è soltanto la devo­zione alla dea fortuna, divinità suprema del­la legione di ‘giochi’ che sta possedendo nuo­ve categorie di poveri. Non ci sono soltanto i centri commerciali disegnati a forma di tem­pio, né solo la cultura di quelle società di mul­ti-level marketing che iniziano col segno del­la croce le loro sedute in cerca di nuovi fedeli del loro prodotto-feticcio, e neanche soltan­to la creazione di un sistema finanziario ba­sato sulla sola fede senza più alcun rapporto con l’economia reale.

    E ogni culto, come sappiamo bene, ha bisogno dei propri riti e delle propie liturgie.

    il culto del denaro si è trasformato con il capitalismo in una vera e propria religione, con propri sacerdoti, chiese, incensi, liturgie e santi, con un culto feriale a orario conti­nuato, un’adorazione perpetua che non si in­terrompe né di sabato, né di venerdì, né tan­tomeno di domenica. È quindi una pia illu­sione pensare che la cultura capitalista pos­sa rispettare il riposo domenicale: in quella re­ligione non c’è domenica, perché ogni gior­no è il giorno del culto. Non c’è coabitazione tra la cultura della domenica e la cultura del capitalismo.

    Il modello che abbiamo costruito gli anni scorsi è in crisi e questo sta modificando il nostro intero modello sociale. Un esempio è il gioco d’azzardo, che degenera in ludopatia, altro tema che ho sollevato molte volte.

    La lunga storia europea, con la sua grande esperienza di società diverse e meticce, è stata capace di dar vita ad un capitalismo sociale o, come preferisco dire, a una economia di mercato civile che ha consentito i miracoli economici, la fioritura del movimento cooperativo (la più grande esperienza di economia di mercato non capitalistico della storia), il grande progetto di un’Europa unita, e la realizzazione di uno Stato sociale e comunitario che il mondo civile ci invidiava. Il nostro capitalismo è stato diverso, non dimentichiamolo oggi nell’età della globalizzazione, perché era basato su una idea di mercato solidale e comunitario. Se il nostro capitalismo civile fosse ancora vivo, non dovrebbero esistere società di giochi e scommesse ‘legali’ che ‘donano’ un volgarissimo 0,0001% degli enormi profitti a fondazioni per la cura delle dipendenze dall’azzardo da loro create.

    La riflessione finale sulla crisi è molto forte, scricchiola un intero sistema.

    L’impero del capitalismo finanziario e della sua religione è destinato, come tutti gli imperi della storia, a crollare, e sono molti i segni che dicono che il suo crollo non è distante. Dobbiamo sentire forte la responsabilità di agire e reagire subito per far sì che tra due-tre decenni i nostri nipoti crescano liberati dai totem e i tabù che hanno occupato il nostro tempo e persino le nostre anime. ​

    Vi consiglio ovviamente la lettura dell’articolo integrale sul sito di Avvenire

  • La spirale della crisi

    Pubblicato il 20 giugno 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Unioncamere Veneto ha lanciato l’allarme: le manovre di austerity e il previsto aumento dell’Iva toglieranno nella nostra regione quest’anno oltre 2,1 miliardi di euro di Pil, di cui 1,4 miliardi di consumi.

    Questo è ancora un anno difficile, e si parla di ripresa per il 2014. Significativo, come ha ricordato il presidente di Unioncamere del Veneto, che dal 1973 (anno di inizio delle analisi dell’ente) non si è mai assistito a sei trimestri di Pil in calo.

    Alla fine dei conti il risultato è pesante: manovre e aumento dell’ Iva produrranno insieme quest’anno un taglio dell’1,4% del Pil regionale.

    Continuando così si innesca una spirale che trascinerà l’economia sempre più in basso.

    Se la spesa pubblica non viene razionalizzata, il debito aumenta e aumenta anche la pressione fiscale. Così la crisi si aggraverà, soprattutto nelle aree d’Italia più produttive (che garantiscono anche il gettito maggiore all’erario). In pratica si rischia di mettere delle zavorre ai virtuosi e far sprofondare l’intera nave.

    Lo Stato deve anche proseguire nell’opera di pagamento dei propri debiti verso le imprese: queste vengono “bastonate” dallo Stato stesso se ad esempio non riescono a versare l’Iva, ma spesso queste aziende vantano dei crediti nei confronti della pubblica amministrazione. Un altro chiaro esempio di spirale negativa.

    L’unica speranza è che questo governo riesca nell’impresa di portare avanti delle riforme strutturali. Se rimane fermo, bloccato dai tentennamenti dei maggiori azionisti, sarà la rovina.

  • La vittoria del Gattopardo

    Pubblicato il 22 aprile 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Poco prima di abbandonare il Partito democratico, nel dicembre dello scorso anno, intervenni duramente sullo svolgimento delle primarie:

    Le primarie saranno limitate agli iscritti e ai partecipanti alle precendenti primarie per il candidato premier. Inoltre, i 47 capilista e il 10% dei candidati, quindi una discreta quota degli eletti, probabilmente il 30%, verrà scelta “a monte” da una commissione del partito. Dubito che saranno tutte “autorevoli personalità della società civile”

    Quell’evento, scrivevo, serviva a dare una parvenza di “democraticità” e di “verginità” a un rito che andava a coprire i soliti accordi trasversali, le permute di ruoli istituzionali, le ottenute deroghe, le ottenute tutele alla larga dai rischi elettorali.

    Non pensavo, lo ammetto, che il Pd sarebbe collassato nel giro di qualche mese.

    Se analizziamo quanto accaduto per l’elezione del capo dello stato ci accorgiamo che i nodi irrisolti delle “primarie del Gattopardo”, come le avevo definite, sono emersi nel momento più delicato e inopportuno.
    Invece di eleggere il Presidente della Repubblica, il Pd ha celebrato un congresso sulle macerie del Paese. Alla faccia della “responsabilità” predicata da Bersani in questi mesi.
    Lo stesso Bersani che ha messo in piedi una macchina per vincere le primarie, ma non le “secondarie”, e che si è comportato in questi mesi come se l’esito del voto fosse stato favorevole al Pd.

    Troppe tensioni covavano sotto la cenere e alla fine il meccanismo è saltato.
    Il blocco della classe dirigente del Pd ha celebrato in dicembre delle primarie di facciata, utili per consolidare gli equilibri interni ma non per conquistare il cuore e la mente degli elettori.

    Consideravo quel passaggio una presa in giro e per questo non mi prestai al gioco.
    Ora, da cittadino sono indignato perché Bersani, D’Alema, Letta e compagnia hanno proseguito la loro eterna partita nel campo sbagliato e al momento sbagliato.

    La mia unica speranza è che, dopo aver toccato il fondo, la politica tutta ricominci un cammino di serietà. Sarà un percorso lungo e difficile, ma ho già incontrato in questi giorni molte persone, molti moderati che non vogliono arrendersi.

  • Nel tritacarne del Pd

    Pubblicato il 19 aprile 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Dispiace che il nome di Franco Marini, persona degnissima, sia stato il pretesto per il rinnovarsi di una battaglia politica in seno al Pd; uno scontro che Franco Marini non meritava, uno scontro figlio di altre tensioni irrisolte in un partito allo sbando, uno scontro legato a equilibri interni e dispute sul governo che nulla hanno che vedere con il profilo istituzionale richiesto a un capo dello stato.

    Franco Marini è stato proposto da una parte politica che lo ha subito rinnegato; è rimasto stritolato nel tritacarne del Pd.

    Si tratta di un uomo che ha fatto nascere il Pd, dopo l’esperienza dei Popolari e della Margherita, un uomo che ha già guidato il sindacato e il Senato della Repubblica.

    Era “semplicemente” un nome del centrosinistra che nei primi turni poteva trovare la convergenza anche del centrodestra, secondo lo spirito che deve incarnare un presidente della repubblica.

    È stato trattato come un appestato. Dai commenti dei deputati democratici dopo la prima chiama, pareva che nessuno lo avesse votato: abbiamo assistito a una vergognosa gara a smarcarsi. Ogni giorno il Pd insegue qualcosa – ieri Bersani cerca Grillo, oggi abbraccia Alfano – e non riesce mai dettare la linea.

    Che epilogo infausto per quello che doveva essere il grande partito nuovo a “vocazione maggioritaria”.

    P.s.
    Evidentemente Marini, per il suo curriculum, è percepito come “corpo estraneo” da una grande massa di dirigenti e militanti del centrosinistra che provengono da una tradizione post-comunista. La stessa tradizione che riuscì invece a convergere su Cossiga nel lontano ’85; ma questa è un’altra storia.

  • Il coraggio, uno non se lo può dare

    Pubblicato il 12 aprile 2013 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    “Certe campagne, che si vorrebbero moralizzatrici, in realtà si rivelano nel loro fanatismo negatrici e distruttive della politica”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso di un discorso al Senato dedicato all’esponente del Pci, Gerardo Chiaromonte.
    Napolitano si riferiva al lontano 1976, quando un governo a guida democristiana ottenne la non sfiducia del Partito comunista. Quel momento è ricordato nei termini del “coraggio” che servì in quella “scelta inedita di larga intesa”.

    Ora viviamo in un momento storico differente e mancano dei veri leader che puntino a cambiare il corso degli eventi indicando una prospettiva al proprio partito e al proprio Paese.
    Abbiamo perso troppo tempo nella lotta tra il “comunistà” di turno e il “caimano”.
    Nel frattempo la crisi avanzava, l’Italia perdeva terreno e l’antipolitica cresceva.
    Il bipolarismo fallito ha partorito un tripolarismo immobile nel quale sono i grillini a dettare l’agenda: ecco servita la débâcle della politica.

    Il mese scorso abbiamo ricordato Aldo Moro nell’anniversario del suo rapimento e della strage della scorta. Dopo così tanti anni soffriamo ancora i postumi di quella stagione politica irrisolta.

    Napolitano ha giustamente ricordato una pagina importante della nostra storia per sottolineare il coraggio di quella classe dirigente. Anche allora vivevamo una profonda crisi, sia istituzionale che economica e la lotta politica era particolarmente aspra: scontri, atti terroristici e tentativi eversivi, in un contesto globale teso e cristallizzato nella contrapposizione tra i due blocchi della guerra fredda.
    Quindi, nel 1976, il segretario del Pci, Enrico Berlinguer lanciò l’idea del “compromesso storico”, incontrando nella Dc un atteggiamento speculare.
    Di quella stagione, conclusa in maniera tragica, ricordiamo il coraggio di grandi leader che avevano ben chiaro il fatto che la situazione dovesse sbloccarsi.
    Dopo Moro nessuno è riuscito a raccogliere a pieno quella sfida e la brusca interruzione di quella stagione è alla radice del blocco attuale.

    Napolitano ha giustamente elogiato il coraggio di chi raccolse la sfida del proprio tempo.
    Oggi manca il carisma, la lungimiranza e la prospettiva di un leader come Moro. Mancano persone che sappiano veramente “guidare” il paese fuori dal pantano indicando la via.
    Il tentativo di sopravvivere tra governi di minoranza e mezze riforme è distante anni luce dallo spirito di quel tempo.

  • Gardaland, cassa integrazione in deroga

    Pubblicato il 6 febbraio 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Gardaland è pronta a trattare: questa la notizia emersa durante l’incontro all’Associazione industriali tra la proprietà e i sindacati sul problema degli esuberi.
    Tiriamo un parziale sospiro di sollievo e ci auguriamo che la stagione estiva si all’insegna della ripresa.
    Ho dichiarato a oggi L’Arena: «Lamento l’assenza della politica, che doveva essere interpellata perché stiamo parlando della più grossa azienda del turismo che abbiamo in Italia. Auspico un tavolo che metta a confronto tutte le realtà interessate per cercare di capire in concreto quali sono le programmazioni e le prospettive future di Gardaland».

    Leggi tutto l’articolo

    Prosegui la lettura »