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  • Sturzo e Don Milani non appartengono al “pantheon” di Salvini

    Pubblicato il 3 marzo 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    SalviniNon penso di essere stato l’unico sbigottito di fronte all’improvvisato “pantheon” di riferimenti estratto dal cilindro di Salvini durante la sua personale marcia su Roma (con il manipolo di Casa Pound al proprio fianco).
    Il populismo non c’entra nulla né con la tradizione di don Luigi Sturzo né con quella di Don Milani.
    Bisogna fare chiarezza: Salvini è libero di lanciare la sua sfida per la conquista della leadership del centrodestra, ma non usi a sproposito riferimenti a culture politiche che chiaramente non conosce. Sono tradizioni nobili e non treni su cui saltare in corsa per attirare l’attenzione nella continua sfida a chi urla di più e a chi compone il pantheon di riferimenti politico-culturali più variopinto.

    Propongo qui l’intervento che l’amico Lucio D’Ubaldo ha scritto su Il domani d’Italia.

    L’allestimento di un Pantheon culturale, quale che sia, è diventato un must della politica un po’ frivola e un po’ barbara, alla quale volentieri però si sottomettono veri e presunti leader di quella che oramai deve essere considerata la nostra post-seconda repubblica.
    A questo imperativo si è piegato anche Matteo Salvini in occasione del suo battesimo lepenista di sabato a piazza del Popolo. Ha detto, senza convincere molto, che la Lega ha come referenti Oriana Fallaci, Lorenzo Milani e Luigi Sturzo: un Pantheon, cioè, tanto essenziale quanto improbabile, con un nucleo di “orgoglio leghista” alimentato dal connubio di radical-populismo e xenofobia in funzione di una eccitazione di massa in chiave antieuropea.
    È un’operazione che segna comunque la nascita di una nuova destra, se non altro per la nutrita presenza alla manifestazione romana dei neo-fascisti di Casa Pound. Berlusconi ha reagito male perché la deriva anti-sistema di Salvini mette a dura prova la plausibilità di un accordo tra i cosiddetti moderati in vista delle imminenti regionali, come pure, soprattutto, delle future elezioni politiche. In realtà viene alla luce l’equivoco mai risolto di una alleanza di potere costruita, fin dal lontano 1994, con l’intento di aggregare forze di natura assai diversa, ma tutte  confluenti nell’azione di contrasto alla minaccia ancora (e sempre) costituita dai comunisti o post-comunisti, senza prevedere in definitiva alcuna discriminante a destra.
    Sta proprio qui, essenzialmente nella rottura del tradizionale canone repubblicano, il carattere eversivo del berlusconismo. Del resto in Francia e Germania, esempi di grandi democrazie europee, tanto Sarkozy quanto la Merkel sono testimonianza viva e diretta di come la logica bipolare debba essere intesa correttamente, vale a dire in antitesi a facili e pericolosi ammiccamenti verso l’estrema destra.
    Ora, in questa cornice di per sé allarmante, non si comprende quale sia la legittimità del tentativo leghista di fare di Luigi Sturzo – profondamente popolare, ma rigorosamente antipopulista – un simbolo della nuova destra radicale. Questo non è accettabile, sebbene molto o troppo, per incuria mista a furbizia, si tende invece ad accettare in un tempo di pensiero debole, anzi debolissimo. Occorre mettere freno a una forma d’indebita usurpazione, dal momento che Sturzo appartiene inequivocabilmente alla storia più bella e più significativa del pensiero democratico italiano.
    Bisogna ritrovare lo spirito di una giusta battaglia politica nel nome dell’identità del popolarismo.

    Segnalo anche l’intervento di Famiglia Cristiana nel quale si invita il leader leghista a non citare a sproposito Don Milani. Elisa Chiari spiega giustamente:

    Se fosse vivo, il prete di Barbiana, dove le porte erano aperte, sarebbe esattamente tra chi il leader della Lega vuole cacciare: tra gli immigrati, nei campi rom, in mezzo ai rifugiati. Il suo motto, “I care”, era l’esatto opposto del “me ne frego”.

  • 90 anni fa nasceva Don Milani

    Pubblicato il 27 maggio 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia.”

    “Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati.”

    Sono due concetti espressi nell’opera fondamentale della scuola di Barbiana, il famoso libro “Lettera a una professoressa,” del maggio 1967, in cui i ragazzi della scuola (insieme a Don Milani) denunciavano il sistema scolastico e il metodo didattico che favoriva l’istruzione delle classi più ricche, lasciando la piaga dell’analfabetismo in gran parte del paese.

    La “Lettera a una professoressa” fu scritta negli anni della malattia di Don Milani. Dopo la sua morte il libro inziò a diffondersi diventando uno dei moniti del movimento studentesco del ’68. Altre esperienze di scuole popolari sono nate nel corso degli anni basandosi sull’esperienza di Don Lorenzo.
    Rimarrà indelebile lo slogan “I care,” che in inglese significa: mi importa, mi interessa, mi sta a cuore, adottato da Don Milani in dichiarata contrapposizione al “Me ne frego,” un motto fascista molto in voga. “I care” verrà utilizzato in seguito da numerose organizzazioni religiose e politiche. Questa frase, scritta su un cartello all’ingresso dei locali per l’insegnamento, riassumeva le finalità educative di una scuola orientata alla presa di coscienza civile e sociale.

    Un bel ricordo di Don Milani dell’Associazione Teorema