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  • Scelta europea

    Pubblicato il 4 aprile 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Parte la corsa per le elezioni europee e ribadiamo l’importanza della prospettiva comunitaria per il nostro paese.
    Solo con un robusto ancoraggio all’Ue è pensabile una riforma liberale della politica italiana. È con questo profilo che è stata presentata “Scelta Civica per l’Europa”, la lista che aspira a conquistare e interpretare l’opinione pubblica liberale, democratica e riformatrice nel voto di fine maggio per l’Assemblea di Strasburgo.
    Come ha ricordato il presidente di Scelta Civica del gruppo di Montecitorio Andrea Romano:

    Il voto europeo vedrà una battaglia decisiva tra chi vuole abbandonare l’UE e chi reputa necessario un maggiore ruolo dell’Unione da ogni punto di vista. Aderire a una prospettiva pienamente europeista “senza incertezze” vuol dire per lo storico liberare l’Italia dal peso opprimente del debito pubblico tramite le riforme strutturali nel lavoro e le liberalizzazioni dell’economia. Requisiti imprescindibili per ridurre la pressione fiscale e attrarre gli investimenti produttivi stranieri.

    Ci inseriamo nella prospettiva europea per rinforzare il nostro orizzonte liberal-democratico; come ricorda il presidente di Scelta Civica a Palazzo Madama Gianluca Susta, nominato coordinatore della campagna elettorale europea:

    Rispetto a chi invoca un’altra Europa riteniamo che l’attuale UE sia una grande incompiuta sul piano politico-istituzionale, economico-fiscale e bancario”. L’aspirazione è un’unione federale imperniata sulla centralità del Parlamento e della Commissione, sull’aumento delle risorse e degli investimenti comunitari nell’economia continentale: orizzonte più avanzato del puro coordinamento intergovernativo.
    Il programma europeo è riassunto in questo documento di Scelta civica

    L’obiettivo del programma di Scelta civica per le europee è costruire entro dieci anni l’Europa federale, punto di riferimento liberale e democratico per tutto il mondo, punto di riferimento fondamentale per la riforma strutturale e la cescita economica e sociale dell’Italia

  • Perché serve l’Europa

    Pubblicato il 28 marzo 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Sparare a zero sull’Europa è un gioco facile che tutte le forze populiste adottano; un gioco che conosciamo bene: il problema è sempre causato da qualcun’altro. Se è vero che alcuni vincoli economici frenano la ripresa, è ancora più vero che i problemi strutturali profondi che ha il nostro Paese, fermo da anni, non sono certo “colpa dell’Europa”; anzi, la stabilità che l’Europa ci ha garantito negli anni è stata fondamentale per un paese con un debito pubblico mostruoso (anche questo, non certo imputabile a Bruxelles).

    La crisi Ucraina ci fa capire quanto basti poco per mettere in discussione tutte le nostre certezze, per scalfire uno status quo di pace e prosperità di cui abbiamo goduto nel nostro continente dopo la fine della seconda guerra mondiale. (Purtroppo non possiamo dimenticare la tragedia dell’ex-Jugoslavia).
    Di fronte ai grandi sconvolgimenti del pianeta che ruolo può avere un paese relativamente piccolo come l’Italia? Lo stesso ragionamento vale anche per gli altri partner europei. Il mondo è cambiato e rischiamo tutti di rimanere schiacciati tra le grandi potenze protagoniste della guerra fredda (che consideravamo finita, evidentemente a torto…) e i paesi protagonisti di questi anni: la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica.
    La nostra vocazione europeista (che non significa sudditanza a Bruxelles) ha questo senso, questa visione di lungo respiro e va di pari passo con le misure che dobbiamo adottare in patria per essere competitivi nel mondo di oggi. Se per venti anni non siamo riusciti a fare nessuna riforma strutturale, come possiamo lamentarci all’estero? Invece è ora di riformare l’Italia e tornare a essere protagonisti in Europa, sfruttando le tante possibilità che la comunità ci può offrire e che a volte proprio non sappiamo cogliere (mi basta pensare ai tanti fondi non spesi per incapacità progettuale…).
    Come possiamo lamentarci dell’Europa quando tanti bravi laureati delle nostre università riescono a farsi valere all’estero, trovano lavoro e opportunità, ma nessuno studente cervello straniero viene in Italia? È colpa della Merkel?
    L’illusione autoconsolatoria del piccolo mondo antico non funziona, la realtà poi arriva a bussare alla porta senza interessarsi dei piccoli calcoli di bottega di questo o quel partito; ricordiamoci che Trieste è più vicina all’Ucraina che alla Calabria, solo per rendere l’idea. Il clima che si sta creando nell’est del continente è preoccupante e la soluzione, ci auguriamo, sarà di natura politica. Perché ciò avvenga, l’Europa deve essere forte, unita e coesa. Se ogni membro della comunità procedesse esclusivamente da solo, saremmo tutti deboli e andremmo incontro a sicura sconfitta; verremmo messi in soffitta dalla storia. Solo l’Europa, per questo, potrà essere la nostra casa nel futuro.

  • Non per l’Europa, ma per noi stessi

    Pubblicato il 7 marzo 2014 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    L’Europa interviene ancora duramente sullo stato del nostro paese: lo stivale è uno dei paesi più squilibrati, secondo la Commissione, ed entro aprile servono nuove misure.
    Un monito che non rappresenta una novità, ma si inserisce nel coro di chi chiede urgentemente riforme. I “mali” storici del paese li conosciamo tutti e se vogliamo invertire la rotta non possiamo usare palliativi, servono riforme radicali.
    La Commissione europea ci ricorda i punti dolenti:

    • mancanza di allineamento fra salari e produttività;
    • elevato cuneo fiscale sul lavoro;
    • inefficienze di vecchia data nella pubblica amministrazione e nel sistema giudiziario;
    • debole “governance” delle imprese;
    • alti livelli di corruzione e di evasione fiscale;
    • debolezze strutturali nel sistema d’istruzione;

    Il Governo deve passare all’azione e alleggerire il costo del lavoro, rendere la tassazione più orientata verso la crescita – spostandola dai fattori produttivi – e semplificare le procedure fiscali.

    Questo, sia ben chiaro, non perché “lo dice l’Europa”, ma perché da italiani consapevoli sappiamo che è nell’interesse del Paese e del futuro dei nostri figli. Il debito pubblico rischia di strangolarci e l’unica soluzione è tornare a crescere e costruire un paese dinamico e moderno in linea con i partner europei. Chi si illude di proseguire nella conservazione di tanti piccoli privilegi e nell’immobilismo, soffocherà il paese e alla lunga soffocherà pure il futuro dei suoi figli.
    Nonostante anni di crisi, rimangono energie e competenze nel nostro territorio, dobbiamo mettere in condizione imprese e cittadini di lavorare per guidare l’Italia sulla via della crescita e della speranza.

  • L’Europa premia i nostri sforzi

    Pubblicato il 31 maggio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Bruxelles ha finalmente premiato gli sforzi fatti dal nostro Paese negli ultimi anni. Quando Monti arrivò a palazzo Chigi la situazione era drammatica e con grande senso di responsabilità lo sostenemmo, anche nelle misure più difficili e impopolari.
    L’esecutivo Letta ha giustamente ringraziato il suo predecessore: ora stiamo raccogliendo i primi frutti del lavoro del precedente governo.
    Ciò non significa che siamo fuori dalla crisi o che si possano allentare i cordoni della borsa; l’enorme debito pubblico che grava sulle nostre spalle non ci permette distrazioni.

    Se la Commissione Europea ha promosso Roma, inviando al Consiglio la richiesta di chiudere la procedura di deficit eccessivo, non significa che i “compiti per casa” siano finiti. Per rimettere in equilibrio i conti e tornare a crescere l’Italia ha ancora della strada da fare. Le raccomandazioni della Commissione europea lo indicano chiaramente.
    Bruxelles chiede a Enrico Letta di “trasferire il carico fiscale da lavoro e capitale a consumi, beni immobili e ambiente, assicurando la neutralità di bilancio”. Invita anche l’Italia a dare attuazione effettiva alle riforme del mercato del lavoro e del quadro per la determinazione dei salari per permettere un migliore allineamento dei salari alla produttività; l’Europa sostiene anche l’ipotesi di realizzare ulteriori interventi a promozione della partecipazione al mercato del lavoro, specialmente quella delle donne e dei giovani, ad esempio tramite la Garanzia per i giovani.
    Ne parlavamo proprio la scorsa settimana.

    Anche il settore dell’istruzione è fondamentale per rilanciare il Paese. Infatti nel documento si invita l’Italia a potenziare l’istruzione professionalizzante e la formazione professionale, rendendo al contempo più efficienti i servizi pubblici per l’impiego e migliorando i servizi di orientamento e di consulenza per gli studenti del ciclo terziario. Inoltre secondo Bruxelles vanno intensificati gli sforzi per scongiurare l’abbandono scolastico e migliorare qualità e risultati della scuola, anche tramite una riforma dello sviluppo professionale e della carriera degli insegnanti.

    Un altro passaggio importante riguarda i servizi e le professioni. Secondo l’Europa dovremmo assicurare la corretta attuazione delle misure volte all’apertura del mercato nel settore dei servizi; inoltre dovremmo eliminare le restrizioni che sussistono nei servizi professionali e promuovere l’accesso al mercato, ad esempio per la prestazione dei servizi pubblici locali, dove il ricorso agli appalti pubblici dovrebbe essere esteso (in sostituzione delle concessioni dirette).
    Si sottolinea anche l’esigenza di portare avanti l’attivazione delle misure adottate per migliorare le condizioni di accesso al mercato nelle industrie di rete, in particolare dando priorità alla costituzione dell’Autorità di regolamentazione dei trasporti. Bisogna anche potenziare la capacità infrastrutturale concentrandosi sulle interconnessioni energetiche, sul trasporto intermodale e, nelle telecomunicazioni, sulla banda larga ad alta velocità, tra l’altro al fine di superare le disparità tra Nord e Sud.
    In poco tempo il governo Monti aveva iniziato una serie di riforme dopo anni e anni di immobilismo. Come vediamo la direzione, con tutte le difficioltà del caso, era quella giusta. Ora il Paese deve proseguire in un cammino di riforme per tornare a crescere ed essere uno dei pilastri del continente.

  • Buon compleanno Europa

    Pubblicato il 10 maggio 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    La dichiarazione Schuman, rilasciata dall’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman il 9 maggio 1950, proponeva la creazione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio, i cui membri avrebbero messo in comune le produzioni di carbone e acciaio.

    La CECA (paesi fondatori: Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto a quella che si chiama oggi “Unione europea”.
    La “Dichiarazione Schuman” è considerata l’atto di nascita dell’Unione europea. Era il 9 maggio del 1950 e il ministro francese lanciava l’idea di un continente organizzato

    All’epoca, le nazioni europee si stavano risollevando dalle conseguenze devastanti della Seconda guerra mondiale, conclusasi solo cinque anni prima.

    Determinati ad impedire il ripetersi di un simile terribile conflitto, i governi europei giunsero alla conclusione che la fusione delle produzioni di carbone e acciaio avrebbe fatto sì che una guerra tra Francia e Germania, storicamente rivali, diventasse – per citare Robert Schuman – “non solo impensabile, ma materialmente impossibile”.

    Si pensava, giustamente, che mettere in comune gli interessi economici avrebbe contribuito ad innalzare i livelli di vita e sarebbe stato il primo passo verso un’Europa più unita. L’adesione alla CECA era aperta ad altri paesi.

    Il sito dell’Unione Europea ricorda anche le Principali citazioni

    “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.”
    “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.”
    “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio… cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime.”

  • Rafforzare l’Europa politica

    Pubblicato il 19 ottobre 2012 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Federico Orlando, autorevole firma del quotidiano Europa, ha affrontato mercoledì una questione fondamentale per il nostro Paese: il futuro dell’Europa e conseguentemente le nostre prospettive nel contesto internazionale.
    Orlando pone delle domande cruciali: cosa ci attende se Maroni diventa presidente della Regione Lombardia, barattando il Nord con l’appoggio a Berlusconi a Roma? Se il referendum in Scozia si esprime a favore di Maria Stuarda? Se ad Anversa vince la separazione fiamminga per lo stato federale in Belgio? Se la Catalogna vede  emergere il separatismo con il rifiuto di riconoscere il parlamento e le istituzioni di Madrid?

    Potremmo continuare a lungo con le domande e, anche se siamo pienamente assorbiti da elezioni primarie, regionali e nazionali, non dobbiamo scordare che l’agenda Monti ci impegna a serrare le fila in Europa checché ne pensino Grillo o Vendola o gli altri leader che sgomitano sulla scena alla ricerca di un posto al sole.

    E’questione fondamentale soprattutto per i più deboli: crescita, lavoro, economia, finanza, unità nazionale. Mai come oggi serve il coinvolgimento totale nell’Europa ed in questo senso non si può non guardare con favore al recente intervento della Merkel ad Atene, un comportamento coerente e costruttivo.

    L’Europa economica e monetaria negli ultimi tempi ha rotto l’equilibriio con l’Europa politica, questo rappresenta un rischio, una possibile causa di disgregazione.

    “L’intuizione profetica dei padri fondatori – ci ricorda Orlando – guardava a nuovi ponti sul Reno e a nuovi valichi nelle Alpi più che ai forzieri della Bundesbank e ai futuri bond. I sessant’anni di pace sono nati da quell’intuizione. Inimmaginabili, a chi ha avuto la fortuna di vedere la firma dei Trattati a Roma, le piazze oggi dilaniate, da Atene a Madrid, da Lisbona alle nostre”.

    Questo è quanto dovremo tener ben presente con l’avvicinarsi della prossima campagna elettorale, quando chiederemo il consenso ad elettori sempre più disillusi: solo un’Europa politica forte al punto tale da imporre ai potentati mondiali norme sulla globalizzazione (e così aiutare i più deboli) potrà ridestare interesse e passione per gli ideali più alti della politica.

  • Pericolo per i vini italiani: la deregulation europea

    Pubblicato il 15 luglio 2011 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Un settore strategico per l’economia italiana e Veronese rischia di essere danneggiato da alcune misure europee. I colleghi in commissione Agricoltura hanno sollevato la questione. E’bene seguirne da vicino gli sviluppi.

    La completa liberalizzazione delle superfici vitate da inizio 2016 rischia infatti di creare una sovrapproduzione.

    La deregulation stabilita dall’Europa porta ad una industrializzazione della viticoltura e gli effetti negativi saranno particolarmente evidenti sul settore dei vini di origine controllata, la cui eccessiva produzione porterà al crollo dei prezzi, ad una perdita consistente dei posti di lavoro, nonché ad una caduta della qualità. Per le produzioni dalla nostra provincia sarebbe un duro colpo.

    I diritti d’impianto sono strumenti necessari per salvaguardare il comparto vitivinicolo italiano, sia per preservarne la qualità, sia perché nell’attuale periodo di crisi economica l’offerta del vino prevale sulla domanda e la produzione è superiore alla capacità di assorbimento. In questo contesto la liberalizzazione potrebbe davvero generare un danno.

    I diritti di impianto, oltre a consentire la regolazione dell’offerta, rappresentano anche uno strumento di gestione ragionata delle zone di produzione a beneficio del patrimonio viticolo collettivo e del binomio vigneto/regione; la perdita di tale strumento favorirà la delocalizzazione dei vigneti verso zone facilmente meccanizzabili e in cui la mano d’opera costa meno con conseguente spostamento degli investimenti e concorrenza sleale tra vini IG e vini che ne sono sprovvisti.

    La risoluzione presentata dai colleghi in Commissione agricoltura impegna  il Governo a valutare un’adeguata interpretazione della norma, snellendo procedure in  materia troppo pesanti, ma evitando possibili fenomeni di inflazione del prodotto sul mercato, a lavorare per arrivare in sede europea ad una revisione delle scadenze e delle norme previste per la totale liberalizzazione, a determinare strumenti alternativi di regolazione della produzione con particolare riguardo ai vini Italiani Doc, Docg e Ig.

  • Iva agevolata per opere artistiche e letterarie

    Pubblicato il 7 aprile 2011 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Ho sottoscritto il progetto di legge della collega Ceccacci Rubino che mira ad applicare l’aliquota agevolata dell’Iva del 10 per cento alle opere artistiche e letterarie vendute per la prima volta direttamente dall’autore.

    Si tratta di un beneficio fiscale che sostiene un mercato di primaria importanza per il nostro Paese.

    Gli autori  e gli artisti italiani risultano essere danneggiati rispetto ai colleghi di altri Paesi europei, dovendo applicare l’aliquota dell’IVA del 20 per cento.

    Tale differenziazione comporta una disparità di trattamento per l’autore e per l’artista italiano nel caso di concorsi europei (per esempio bandi europei per opere dell’arte visiva, sculture e pitture, concorsi di cinematografia, partecipazione e manifestazione eccetera).

    Molti Paesi europei hanno adottato regimi agevolati dell’IVA: l’Austria prevede un’aliquota ridotta al 10 per cento, anziché al 20 per cento, sulle cessioni effettuate dall’artista;il Belgio un’aliquota ridotta al 6 per cento anziché al 21 per cento in caso di vendita diretta dell’artista; la Danimarca un’aliquota ridotta al 5 per cento, anziché al 25per cento, in caso di vendita diretta dall’artista; la Germania un’aliquota ridottadel 7 per cento, anziché al 19 per cento, per il comparto dell’arte; la Grecia un’aliquotaridotta del 9 per cento anziché al 19 per cento sulle opere uniche; i Paesi Bassi un’aliquota ridotta al 6 per cento, anziché al 19 per cento, e il Regno Unito un’aliquota del 17,50 per cento.

     

    Scarica il testo integrale del Progetto di Legge

  • Offendono il diritto

    Pubblicato il 6 aprile 2011 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Consiglio la lettura di questo interessante articolo del Collega on. Castagnetti apparso su Europa di oggi.

    Ho molto rispetto per il parere espresso a maggioranza dalla giunta per le autorizzazioni, che ho l’onore di presiedere, ma ciò non mi impedisce di esprimere la mia opinione.

    La mia – anzi, la nostra opinione – è che il provvedimento che la camera si accinge ad assumere sia totalmente privo dei presupposti di legittimità. Non è vero, infatti, che Berlusconi ha agito nell’interesse dello stato, come richiederebbe la legge costituzionale n. 1 dell’89, quando ha telefonato alla questura di Milano o quando ha organizzato le serate di Arcore. Lì c’era di tutto e di più, tranne che l’interesse dello stato.

    Non può configurarsi, dunque, alcun conflitto tra camera e magistratura poiché la competenza a qualificare la ministerialità dei reati è indiscutibilmente posta in capo alla magistratura. (…)

    Se le cose stanno così perché allora, cari capigruppo di maggioranza, avete avanzato questa istanza di conflitto dinanzi alla Corte e volete deliberarla proprio oggi, alla vigilia della prima udienza del processo? Sicuramente per assecondare la strategia difensiva degli avvocati del presidente Berlusconi: dopo le leggi ad personam per evitare i processi, ora anche i provvedimenti “ad defensorem” per aiutare il lavoro degli avvocati!

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  • Aldo Moro, un ricordo nel giorno del rapimento

    Pubblicato il 16 marzo 2011 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook
    Oggi ricordiamo il rapimento di Aldo Moro. Il collega Pisicchio è intervenuto con questo articolo significativo sul quotidiano Europa; ne consiglio a tutti la lettura perché sottolinea, ancora una volta, la statura morale e intellettuale dello statista rapito e ucciso dalle Br. E per celebrare l’Italia è giusto ricordare anche la fase costituente, uno dei momenti più alti della nostra storia.
    Moro, quel dibattito sul diritto di resistenza
    Il 16 marzo di Aldo Moro nell’anno delle celebrazioni del centocinquantesimo dell’unità d’Italia, assume, se possibile, un senso ulteriore, perché racconta alle generazioni più giovani e ai molti delusi da una politica spogliata da ogni nobiltà, quanto grande,invece, possa essere stata la dignità incarnata da uomini come lui.
    Moro venne rubato alla famiglia e alla vita pubblica il 16 marzo di trentatrè anni fa, interrompendo la trama assai coerente di testimonianza umana e di un agire politico che aveva forse avuto nella stagione della Costituente il suo contributo più alto. Alla Costituente Moro aveva meno di trent’anni – e già questo è un formidabile elemento di felice diversità di quella stagione rispetto a quella gerontocratica di oggi – e portava la sua cultura di giuspenalista e di filosofo del diritto vicino alla sensibilità quasi giansenista di Montini, il futuro Paolo VI, all’interno di una esperienza dialogica con la cultura marxista e quella laico-liberale, che sarebbe rimasta assolutamente unica nella storia della nostra repubblica, impregnando di sé l’intera Costituzione.