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  • Buon lavoro a Renzi, ma non canti vittoria troppo presto

    Pubblicato il 6 giugno 2014 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Le recenti elezioni europee hanno segnato una brusca battuta d’arresto per il populismo di Grillo e la sua politica del “tanto peggio, tanto meglio”; ha prevalso una linea più pragmatica ed europeista incarnata da Matteo Renzi che esce rafforzato da questa tornata elettorale.
    Auguro al premier di riuscire a portare a compimento le riforme promesse: il tempo a disposizione è poco e la crisi non è certo passata.

    La disoccupazione giovanile è al 43,3%, si tratta del massimo storico; inoltre la Corte dei conti ha appena definito i famosi ottanta euro un “surrogato” rispetto a ciò che servirebbe, cioè un “un disegno razionale, equo e strutturale di riduzione e redistribuzione dell’onere tributario”. Sempre secondo la Corte dei conti: “Politiche redistributive basate sulle detrazioni di imposta così come scelte selettive rientranti nell’ambito proprio e naturale della funzione dell’Irpef, affidate a strumenti “surrogati” (prelievi di solidarietà, bonus, tagli retributivi) sono all’origine di un sistematico svuotamento della base imponibile dell’Irpef finendo per intaccare la portata e l’efficacia redistributiva dell’imposta”.

    Il bonus quindi può tamponare per alcuni l’emergenza, e non sono qui a criticarlo, però bisogna passare subito alla fase delle riforme di sistema.

    Scelta europea ha subito una dura sconfitta, è rimasta stritolata nel dualismo Renzi-Grillo. Per il progetto promosso da Scelta civica si è trattato di una dura battuta d’arresto, nessuno può nasconderlo. Con serietà il segretario Stefania Giannini e il capogruppo alla Camera Andrea Romano hanno dato le dimissioni. Ora deve iniziare una nuova fase, sia di elaborazione politica, ma anche di radicamento sul territorio, o la spinta si esaurirà presto. Dopo il passo indietro di Monti è mancata una leadership nazionale riconosciuta e non è passata più un’idea forte all’elettorato riformista.
    L’analisi dei flussi elettorali dice che molti elettori moderati si sono spostati su Renzi e nessuno può negare l’abilità dell’ex-sindaco di Firenze.
    Però Renzi non canti repentinamente vittoria: il centrodestra è in crisi, ma sommando tutti i voti d’area si capisce che c’è una fetta consistente di elettorato che attende la nascita di una nuova destra post-berlusconiana; allo stesso tempo non dimentichi che molti esponenti del Pd che ora brindano con lui, solo pochi mesi fa lo consideravano un “corpo estraneo” e avrebbero fatto esattamente tutto il contrario di ciò che lui ha fatto in questi mesi (garantendo poi la vittoria al Pd…).
    Quindi attenzione, perché in politica il vento cambia rapidamente e anche Grillo, seppur ridimensionato, ha portato a casa un buon risultato.
    Penso che l’esperienza politica partita da Monti abbia seminato frutti che non ha saputo poi raccogliere. La linea politica riformista del Governo non è infatti così distante dal solco tracciato da Monti o da molte idee messe in circolo in questi anni da Pietro Ichino. Da un punto di vista di cultura politica sono fiero di aver contribuito a questa prospettiva.

    In quei giorni critici del 2011, quando lo spread era al massimo e Berlusconi era ancora “in sella”, Scelta civica ha rappresentato un progetto di rottura degli schemi, ha dato nuova linfa al pensiero riformista, moderato e liberale, ha messo finalmente le competenze delle persone in primo piano.

    Tutto ciò, lo sappiamo, non basta per “fare politica”, per organizzare una azione duratura e coerente sul territorio, ma l’energia messa in moto ha sicuramente contribuito all’evoluzione del pensiero politico attuale, mettendo alcuni temi a noi cari in cima all’agenda.
    Quindi, pur dispiaciuto della sconfitta, non penso che le idee di fondo fossero errate; le abbiamo messe in circolo a favore di tutto il Paese. Anche di questo Governo, che ora ha la fiducia di molti cittadini, ha potuto trarne ispirazione.

    Da persone serie auguriamo a Renzi di fare bene e di portare l’Italia fuori dalla crisi, ma non dia nulla per scontato nel proprio cammino: le resistenze al cambiamento sono ancora molte e la cultura riformista e liberale è un patrimonio da coltivare giorno dopo giorno.

  • Dalle dimissioni di Monti al futuro di Scelta civica

    Pubblicato il 24 ottobre 2013 giampaolo 3 commenti Condividi su Facebook

    La scelta di Mario Monti ci rattrista, ci priva di una guida prestigiosa e competente.
    Il problema “politico” è esploso in un modo che non ci aspettavamo, ma penso possa essere lo spunto per un chiarimento sulla prospettiva di Scelta civica.

    Non voglio ripassare qui le fasi della rottura né la polemica che ne è nata. La mia stima in Mario Monti rimane immutata; parte del contributo che ha dato alla vita politica del Paese deriva anche dal suo non essere un “politico” in senso stretto come alcuni dei suoi attuali avversari.
    L’Agenda Monti, attorno alla quale ci siamo riuniti, si proponeva di riportare merito e competenza nell’affrontare i problemi del Paese. Immagino che l’ex-premier non sia avvezzo a certe dinamiche di posizionamento che ricordano molto la Prima repubblica. Penso che certe logiche gli siano proprio aliene e sia montata così nel tempo una certa insofferenza.

    Abbiamo chiuso il capitolo con Casini e ora è il momento di fare un passo avanti. Rispettiamo la scelta di Monti e proseguiamo portando avanti l’ispirazione originaria di Scelta civica, auspicando di ricondurre le future perplessità dentro una naturale discussione tra persone che credono nel progetto: questa sarà la vera gestione “politica” nella quale l’esperienza maturata sarà messa in gioco per il bene del movimento.

    Alcuni punti fermi vanno comunque ribaditi: Scelta civica non è nata per fare da stampella a Berlusconi, non è nata per essere un trampolino di lancio per nessuno né per sciogliersi automaticamente in contenitori più grandi.

    Rivendichiamo il nostro percoso e la ricerca di un popolarismo riformista ed europeista, alternativo sì alla sinistra, ma che non ha né culturalmente né politicamente una prospettiva comune alla deriva populista del berlusconismo.

    Come squadra dobbiamo rafforzarci, confrontarci e proseguire. Rifiutare logiche da vecchia politica, ma allo stesso tempo cercare un punto di incontro.
    Il Presidente Monti ha compiuto un atto che rimane fuori dall’ordinario, forse per spronarci a fare un salto in avanti, superare alcuni nodi e rafforzarci.
    “Evolvete, rafforzatevi, unitevi. Ma non lasciatevi ‘superare’. – ha detto – Chi vuole ‘superare’ Scelta Civica, svendendola dopo essersene servito, merita una vostra reazione”.

    Non c’è nessuna caccia alle streghe, serve solo un chiarimento e sono sicuro che tutti coloro che credono nel progetto originario di Scelta civica e vogliono camminare nel solco tracciato dal professore, quindi la gran parte dei sostenitori di Scelta civica, non potranno che trarre nuova linfa da questa fase. Monti rimarrà per noi un padre nobile, gli dobbiamo molto e lo ringraziamo. Il nostro cammino comunque non si ferma qui.

  • Scegliamo competenza e pragmatismo

    Pubblicato il 19 settembre 2013 giampaolo 4 commenti Condividi su Facebook

    Torno dalla festa di Scelta Civica di Caorle pienamente soddisfatto: ottima organizzione, alta affluenza, relatori preparati. Il livello del dibattito è sempre stato alto, ma non accademico, anzi, calato nella realtà, quindi pragmatico, focalizzato sui problemi che frenano il nostro paese. Un altro mondo rispetto alle tante discussioni in politichese su congressi, alleanze, successioni, riposizionamenti e tatticismi che stanno tediando gli Italiani da mesi.

    “Parlare il linguaggio della verità”. Questo ha chiesto Mario Monti, che ho avuto il piacere di incontrare, durante il suo intervento conclusivo.

    Il senatore a vita ha chiuso la tre giorni ricordando la cifra che contraddistingue Scelta Civica: moderata nei toni ma radicale nelle politiche che vuole portare avanti, a cominciare dalle riforme di cui il paese ha bisogno.

    Mario Monti a nome di tutti noi ha dato anche il benvenuto al premier Letta ricordandogli che Scelta Civica non è forse la più grande, ma certamente è la più forte sostenitrice del governo. Ha invitato il premier ad essere meno sensibile alle richieste dei partiti. Non pensiamo infatti che strattonare l’esecutivo per calcoli di immagine o calcoli elettorali dal respiro corto possa essere nell’interesse del Paese.

    Ci siamo focalizzati sui temi concreti e abbiamo dato prova della volontà riformatrice del nostro movimento. A livello nazionale ci interessa costruire e attuare le politiche giuste per evitare il declino dell’Italia piuttosto che perderci in dibattiti di pura tattica.

  • L’economia sociale di mercato per guardare al futuro

    Pubblicato il 19 luglio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Nel 2007 il governo francese nominò una commissione per rilanciare la crescita presieduta da da Jaques Attali (economista e consulente economico di F. Mitterand) e composta da intellettuali europei sia di destra che di sinistra.
    La Commissione Attali formalizzò una serie di proposte che prevedevano una riforma del welfare, una nuova ridefinizione dei rapporti tra stato e mercato e tra politica ed impresa.
    Tanti concetti legati all’economia sociale di mercato che molti paesi europei alla ricerca di un di modello per uscire dalla crisi e affrontare il futuro conciliando welfare e sviluppo devono rimettere al centro del dibattito.

    Alla commissione Attali partecipò Mario Monti che fece allora notare: «Lo studio della commissione è stato apprezzato, nel suo complesso, dagli innovatori, dai liberali, dai riformisti del centrodestra e della sinistra francese ed è stato parimenti criticato, com’era prevedibile, dai conservatori di destra e di sinistra, e dai difensori di rendite, privilegi, interessi corporativi o localistici».

    La Francia per certi versi aveva delle similitudini con il nostro paese e la commissione Attali riuscì ad aprire una breccia nel dibattito pubblico del paese più statalista d’Europa spingendo temi come liberismo e concorrenza.

    «Le nostre proposte rafforzano potere d’acquisto, tutela del consumatore, diritto alla casa come capitale familiare, come servizio, come strumento di mobilità e crescita», spiegò allora al Corriere della Sera il professore della Bocconi. «In sostanza – diceva Monti – si smette di credere che liberalizzare significhi trasformare il mercato in una giungla. La sinistra lo ha creduto spesso. È vero il contrario: il liberismo garantisce i più deboli, la mancanza di concorrenza avvantaggia corporazioni e monopoli».

    In quel periodo, per la cronaca, in Italia teneva banco il caso Alitalia, l’ennesimo carrozzone pubblico che privatizzava gli utili e socializzava le perdite…

    Il tema del welfare quindi è legato e non antitetico allo sviluppo di una economia sana.
    «È di importanza vitale per l’Italia far aumentare la produttività complessiva, la competitività, la crescita; e ridurre le disuguaglianze sociali», scrisse il presidente della Bocconi. Ma «ciò deve essere conseguito, ovviamente, non allentando la disciplina di bilancio ma rimuovendo gli ostacoli strutturali alla crescita. Essi sono numerosi, ben radicati in molti settori e hanno in comune una cosa: derivano dal corporativismo e da insufficiente concorrenza».

    Per capire questa prospettiva è bene riaprire la riflessione sull’economia sociale di mercato.
    La “Soziale Marktwirtschaft” venne elaborata dalla scuola di Friburgo da Walter Euckene e Andreas Muller-Armack. Propone un incontro equilibrato tra il liberalismo classico e teorie che puntano alla regolazione pubblica. Si caratterizza per la centralità dell’uomo e la sua responsabilità individuale rispetto allo Stato. Vi sono tre principi cardine: il principio di individualità (che conduce all’idea liberale della libertà individuale), il principio di solidarietà (ogni essere umano è inserito in una società interdipendente), il principio di sussidiarietà (regola istituzionale che pone in rapporto individualità e solidarietà).

    Il mercato non vive a prescindere dallo stato o contro di esso. Lo stato ha un ruolo fondamentale nel garantire il regolare svolgimento dell’azione delle forze di mercato. Infatti l’economia sociale di mercato presuppone un sistema federale costruito su istituzioni statali forti ed autorevoli, su istituzioni regionali e locali altrettanto forti e legittimate e su forti ed indipendenti autorità per la tutela del mercato: banca centrale indipendente e autorità antitrust.
    Ludwig Erhard, economista della scuola di Friburgo e poi Cancelliere tradusse in programma politico i principi dell’economia sociale di mercato.

    L’Europa deve molto a questa dottrina. Tra il 1945 ed il 1950 la Germania, che venne rasa al suolo durante la guerra, ricostruì un’economia solida che portò alla piena occupazione.

    La cultura dell’economia sociale di mercato ha una lunga evoluzione che parte da quel filone del liberalismo europeo chiamato ordoliberalismo e arriva all’originale interpretazione di don Luigi Sturzo in Italia.
    I capisaldi rimangono comunque l’economia di mercato, la libera iniziativa, la lotta ai monopoli (pubblici e privati) e la stabilità monetaria. È distante sia dalle dottrine interventiste che dal capitalismo selvaggio. Al centro c’è l’idea che il sistema economico, per esprimere al meglio le proprie funzioni produttivo-allocative, dovrebbe operare in conformità con una “costituzione economica” che lo stato stesso pone in essere.

    Per ridare speranza a un’Italia incancrenita crediamo che ritornare ad approfondire questi temi sia fondamentale. Dobbiamo valorizzare il merito, i talenti, le capacità di tutti.

  • Riforme radicali o staccare la spina

    Pubblicato il 1 luglio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Condivido pienamente il pensiero di Mario Monti quando afferma che senza un cambio di marcia non ritiene di poter contribuire a lungo a sostenere una coalizione “affetta da crescente ambiguità”.
    I due azionisti di maggioranza del Governo, Pd e Pdl, stanno gestendo delle delicate dinamiche interne che minano l’azione di Governo. Da un lato i calcoli per il congresso democratico, dall’altra i guai giudiziari del padre-padrone del Pdl e la questione della successione e del ritorno a Forza Italia.
    Questioni che non sono prioritarie per il Paese…
    Letta non può pensare di andare avanti con dei piccoli ritocchi, serve una “cura da cavallo” per rilanciare il Paese, deve proseguire la stagione di riforme iniziata dal precedente governo.
    Non siamo fuori dalla crisi e l’autunno sarà pesante. Non possiamo continuare a “tirare a campare”. Per trasformare l’Italia in un paese competitivo e capace di crescere servono riforme radicali.

    Anche il turismo, complice il clima bizzarro, non sta dando i risultati sperati, questo per il nostro territorio è una ulteriore fonte di preoccupazione.

  • «Apprezzato solo all’estero»

    Pubblicato il 28 giugno 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Mario Monti si è sfogato in televisione alla trasmissione di Rai Tre Agorà

    Mi basta varcare il confine per essere così riconosciuto che non verrebbe più voglia di tornare in Italia.

    Il presidente del Consiglio che va a sedersi oggi a Bruxelles ha una posizione molto più forte di quella debolissima che avevo io. Ho ottenuto risultati non picchiando i pugni sul tavolo

    Un giudizio storico su Professore è prematuro; siamo sicuri che abbia fatto, come ha dichiarato, “una fatica d’inferno” in quei mesi drammatici. A lui il merito di aver tenuto a galla il Paese, anche se a costo di grandi sacrifici. La stagione di riforme avviate è durata troppo poco e i calcoli politici dei due maggiori partiti che lo sostenevano lo hanno frenato e ricondotto alle urne anzitempo. Comunque sia il discorso iniziato da Mario Monti proseguirà e si evolverà per andare incontro allo scenario futuro. Questa area politica non può e non deve rimanere immobile.

  • Lanciamo una forza popolare, riformista, liberale ed europeista

    Pubblicato il 14 maggio 2013 giampaolo 3 commenti Condividi su Facebook

    Mi rivolgo a tutti i cattolici democratici, ai popolari, ai laici che credono nel vero riformismo: trovate che la politica oggi vi sappia dare le risposte che cercate?
    Dopo i fatti di quest’ultima settimana penso che abbiamo assistito alla rinuncia a qualsiasi tentativo di rinnovamento dei maggiori partiti. Non siamo nemmeno fermi allo stesso punto, per certi versi stiamo tornando indietro.

    Il Pdl porta in piazzai ministri, tra i quali Alfano, vicepremier e ministro dell’interno, per un inqualificabile attacco alla magistratura. In un periodo così critico si rischia di mettere una istituzione dello Stato contro un’altra. Questo indebolisce l’Italia, la democrazia e il vivere civile. La causa la sappiamo, è lì da vent’anni, e non vale la pena soffermarsi ancora sull’anomalia del centrodestra italiano.
    Sul fatto è giustamente intervenuto anche il Presidente Napolitano condividendo le parole del Csm di critica alla requisitoria del Cavaliere contro la magistratura. Sono fatti inconcepibili nelle altre grandi democrazie occidentali.

    Il Pd negli stessi giorni organizza il proprio “rilancio” scegliendo l’ennesimo non-leader per garantire ancora i fragili equilibri interni e per tirare a campare ancora qualche mese.
    Epifani è persona rispettabile ed esperta, ma che strada intraprende il Pd affidandosi all’uomo che ha guidato per otto anni la CGIL? La scelta di Epifani, in un momento tanto delicato è la definitiva rinuncia del Pd a qualsivoglia volontà riformatrice, l’epitaffio per una forza politica che ha già scelto di suicidarsi bruciando e umiliando in maniera vergognosa il padre fondatore dell’Ulivo nell’elezione per il capo dello stato.
    E che dire di Renzi? Gran parte dei riformatori riponevano grandi speranze in lui. Ma lui attende, non si espone, calcola ogni mossa. È un atteggiamento da vero leader presentarsi all’assemblea nazionale e dire «darò una mano da semplice militante»? O è l’ennesimo personalissimo calcolo? Cosa intende fare da grande? Aspettare all’ombra di Epifani? Il tempo passa per tutti…

    Nel frattempo Vendola coerentemente prosegue nel proprio cammino per rafforzare una forza tradizionale di sinistra. L’alleanza con Il Pd, che in campagna elettorale aveva lasciato perplessi molti elettori, si è sciolta al primo sole della bella stagione.

    Io non mi ritrovo in queste proposte. Invece di andare avanti tornano tutti indietro: il Pdl schiacciato sul padre-padrone, il Pd schiacciato sulla CGIL e Vendola che cerca una formazione che guardi solo a sinistra.

    Penso che tanti italiani siano perplessi di fronte all’involuzione del quadrto politico.
    Economia, lavoro, disoccupazione giovanile, partite IVA, servizi pubblici e assistenza, scuola…
    Vogliamo ragionare sui problemi del Paese con pragmatismo e senza vincoli ideologici o “padronali”. Vogliamo che la tradizione popolare e moderata ci aiuti a pensare al bene comune, a valorizzare la persona, a lavorare per lo sviluppo e la propserità dei nostri territori, ma non ci sentiamo rinchiusi nelle ideologie del secolo scorso o nella fedeltà a capi, pardoni o correnti.

    I riformatori italiani, i moderati, i cattolici non possono sentirsi rappresentati da Epifani che cerca di tenere uniti i cocci del Pd o da Alfano, che da ministro dell’interno manifesta contro la magistratura.

    È il momento di lanciare una forza popolare, riformista, liberale ed europeista. C’è un’Italia stanca di questa politica, di questi schemi ormai passati, un’Italia che vuole rimettersi in moto e che aspetta di unirsi attorno a questi valori per fare un passo avanti, mentre gli altri ne fanno due indietro. Facciamo sentire la nostra voce. Se condividete queste riflessioni e non volete rimanere fermi è il momento di voltare pagina e di tornare con passione a fare politica. Molto presto organizzeremo un incontro per iniziare insieme il nuovo cammino. Teniamoci in contatto, scrivetemi pure a: giampaolo@fogliardi.it

  • Oltre Monti

    Pubblicato il 26 marzo 2013 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    In questa fase delicatissima, Mario Monti sembra giocare un ruolo defilato.
    Il risultato elettorale non pienamente soddisfacente lo ha ovviamente relegato in secondo piano e tutte le attenzioni del circo mediatico si sono spostate sul duello a distanza Grillo-Bersani.

    Chi come me ha creduto (e crede) che l’alternativa al fallimentare bipolarismo Pd-Pdl si debba costruire attorno a una formazione nuova, riformista, moderata ed europeista certamente non vede nell’attuale panorama politico altri orizzonti.
    Però Monti deve saper andare “oltre” Monti: l’area che si è coagulata attorno al professore deve subire una spinta, una accelerazione per radicarsi e portare avanti una proposta politica. E dico “politica” con fierezza, nel senso più alto del termine, lontano dalle urla tanto di moda in questo momento, che alla prova dei fatti rischiano di rivelarsi solo sterili critiche antisistema.

    Monti, in un recente intervento sul Corriere della Sera, rispondendo a Galli della Loggia, rivendicava il proprio ruolo: “Parrà incomprensibile a un politologo – scriveva il professore – che ci sia chi governa per realizzare non il consenso ma ciò che ritiene essere, in un dato momento, l’obiettivo vitale per la sopravvivenza del Paese e per la sua sovranità, senza cederla a una troika di occupazione (quella sì) tecnocratica”.
    Monti ha preso in mano il Paese in un momento di estrema difficoltà e ha fatto il lavoro che il sistema politico bloccato non aveva fatto in tanti anni. Con tutti i limiti e le difficoltà del caso, gli va riconosciuto il merito di aver evitato la bancarotta.

    Il Monti politico è apparso invece tentennante: una campagna elettorale seria ma poco convincente, la scelta di essere da un lato “civico”, ma dall’altro alleato con Fini e Casini e uno scarso radicamento territoriale hanno impedito un successo alle urne. Nonostante le tante candidature “di alto profilo” qualcosa è mancato.
    Anche la recente auto-candidatura alla presidenza del senato è stata un passo falso.
    Diciamo che l’azione del Monti politico deve rafforzarsi, altrimenti rischia di risultare “ininfluente”, schiacciato tra Bersani, Grillo e il redivivo Berlusconi.

    Comunque, lo scenario politico è fluido e instabile. Il Pd rischia di sbattere contro a un muro nel tira e molla con i Grillini e i malumori interni aumentano: la sfida di Renzi sembra già iniziata. Il Pdl si aggrappa al carisma del proprio leader, ma appare un gigante dai piedi d’argilla. Se Berlusconi facesse un passo indietro il castello crollerebbe.
    Per questo lo spazio politico che presto si libererà sarà enorme e la strada di un nuova area moderata e riformatrice è la giusta intuizione per entrare finalmente nella Terza repubblica: via dal logoro bipolarismo e via dalle logiche “tanto peggio tanto meglio” e dai “vaffa” di Grillo.

    A questo progetto serve una spinta maggiore: deve diventare un movimento politico forte e deve radicarsi. Se vivesse solo nella politica “politicata” dei palazzi romani e nelle cronache della stampa parlamentare imploderebbe ben presto.
    Davanti a noi c’è una grande strada da percorrere. Guai a perdere quest’occasione, guai a rimanere fermi proprio ora.

  • Il centro precipita nel proprio vuoto

    Pubblicato il 6 marzo 2013 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    Consiglio la lettura di questo articolo di Pierluigi Battista uscito oggi sul Corriere della Sera:

    Il centro precipita nel proprio vuoto
    Dopo la sconfitta elettorale, il centro moderato, quello che voleva e doveva diventare il terzo polo riequilibratore della politica italiana, è scomparso. Silente. Stordito. Incapace di indicare un sia pur minimo segnale di riscossa a beneficio almeno di quel 10 per cento di italiani che lo aveva scelto. L’ago della bilancia si è spezzato. Il terzo polo è emerso fragorosamente, ma sventola come icona quella di Beppe Grillo: altro che riequilibrio. I postumi di una sconfitta sono dolorosi. Ma il senso di lutto, se si è responsabili verso quella parte anche se minoritaria di elettorato che ha optato per i perdenti, non può essere l’unica risposta. Se le idee «riformiste» erano buone, è giusto non dismetterle anche nel caos post-elettorale che rischia di precipitare l’Italia nell’ingovernabilità.

    Si cerca una via d’uscita al marasma scaturito dalle urne. L’attenzione pubblica è concentrata sull’oggetto misterioso che il movimento di Grillo ha portato in Parlamento. Ma il Pd e il Pdl sembrano inghiottiti dagli identici schemi del passato. Il bipolarismo che l’area capeggiata da Mario Monti bollava come primitivo e in balia delle rispettive spinte estremiste o massimaliste, è stato travolto da un pareggio che non prevede soluzioni di governo che non passino attraverso il bagno in una qualche trasversalità. Le forze che si sono combattute in campagna elettorale devono trovare una qualche intesa se non si vuole il ritorno il più celere possibile alle urne. Manca però la voce di quel «centro» che fino a pochi giorni fa sembrava il pilastro essenziale della governabilità futura. Il Fli di Fini è stato annichilito, l’Udc di Casini è ridotto al minimo, la «Scelta civica» di Monti vive un risultato deludente, asfittico, di gran lunga inferiore anche alle meno rosee previsioni. Ma gli sconfitti non possono diventare improvvisamente afoni. Se ritenevano la loro «agenda» essenziale per salvare l’Italia dal baratro della crisi, a maggior ragione oggi, anche se i numeri parlamentari non consentono di svolgere un ruolo determinante, quella certezza non può essere abbandonata, annientata dal dibattito politico. Le forze che si sono coalizzate per un progetto evidentemente non gradito all’elettorato devono seriamente ragionare sui motivi di una sconfitta tanto cocente, ma non possono consentirsi di svanire nel nulla, di condannarsi all’irrilevanza, di mettere il silenziatore su tutte le proposte sostenute con tanta veemenza in campagna elettorale. Se la linea di Pietro Ichino sul mercato del lavoro era considerata indispensabile alla vigilia delle elezioni, non può essere sradicata dall’ordine delle cose possibili dopo una disfatta elettorale. Se una parte della «società civile» ha ritenuto utile e urgente «salire» in politica, non è possibile che la salita venga seguita da una repentina e amara ridiscesa, a seguito di un verdetto elettorale molto negativo.

    Se continuerà la linea depressiva del silenzio e dello sbigottimento post-traumatico, si regaleranno argomenti a chi considerava la coalizione centrista un mero espediente elettorale. In politica si può perdere, ma non si può sparire dopo aver perduto. Non ci si scioglie, non si lascia senza guida un 10 per cento di elettori, senza una prospettiva, senza l’idea di qualcosa per cui valga la pena combattere anche se le cose vanno in senso contrario. Qualcosa che vada oltre gli incontri istituzionali di routine. E che abbia l’ambizione di restare nel tempo.

    Pierluigi Battista

  • L’anno zero

    Pubblicato il 26 febbraio 2013 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    Lo scenario peggiore, il più temuto, il più rischioso si è verificato. L’Italia non ha una maggioranza chiara, è in stallo.
    La frattura tra i cittadini e la politica non si è ricomposta, lo schema bipolare è saltato.

    Per il Partito democratico, seppure in lieve vantaggio numerico, è una sconfitta politica pesantissima. Bersani ― persona onesta e competente ― non ha sfondato oltre l’elettorato storico e ha dissipato in pochi mesi il vantaggio accumulato dal Pd nelle primarie che lo hanno visto protagonista con Renzi.
    E’la definitiva uscita di scena per quella generazione di ex-Pci. Nessuno di loro è mai riuscito a portare il centrosinistra al governo.
    Il Pd, come temevo, è rimasto bloccato: la gioiosa macchina da guerra di Bersani ha fallito ancora l’appuntamento con la storia; e lo dico con il rammarico di chi ha lavorato alla fondazione di quel partito nel 2007.

    Anche Monti, che sostenevo, è sotto le aspettative, non nascondiamocelo. Il professore è uscito fiaccato dalla campagna elettorale, il suo tentativo di diventare “politico” ed “empatico” è stato a tratti brusco e gestito in maniera altalenante, anche se la qualità dell’uomo e il valore della proposta che ha messo in campo non si discutono. I candidati “di prestigio” non sono serviti a sopperire alla mancanza di una base politica e i compagni di viaggio Fini e Casini hanno portato più danni che benefici alla causa.
    Però quel 10% pesa, non va assolutamente abbandonato e ha un valore anche maggiore alla luce della situazione attuale: il quadro politico ormai è saltato e tutto sarà in divenire.

    Se il Pd affronterà presto una seria riflessione, il Pdl non sarà da meno. La rimonta di Berlusconi ha lasciato tutti stupiti, ma qualora venisse meno il capo carismatico il centrodestra andrebbe in totale disfacimento. Berlusconi ha celebrato se stesso nella campagna elettorale, ma non ha mai lavorato alla successiona: tolta la sua figura, assoluta e carismatica, tutto andrà in frantumi.

    Grillo, eccezionale performer e unica vera voce del Movimento cinque stelle, rappresenta una novità straordinaria. Nessuno può ignorarlo e verrà, spero presto, il momento in cui i suoi dovranno mettersia al lavoro e “sporcarsi le mani” ― in senso nobile, ovviamente. O pensa di tenere 150 parlamentari della Repubblica per “dare scappellotti” come va ripetendo?
    Vedremo, voglio sperare che alla fase della rabbia e della protesta (sentimenti assai diffusi), seguirà, a tempo debito, una fase più costruttiva.

    Nei nostri territori la Lega Nord appare ridimensionata. Sembrava un’armata invincibile solo qualche anno fa e in poco tempo si è sgonfiata. L’elettorato è sempre più mobile e dobbiamo imparare a leggere in prospettiva gli eventi politici.

    Io credo che una forza che sappia prendere il meglio della serietà di Monti traducendola in politica sul territorio e per il territorio abbia una grande prospettiva. La crisi della politica è generale e nessuno può dare la colpa della propria disfatta agli elettori. Si può solo rimettersi in ascolto e al lavoro. Magari la soluzione non arriverà domani, ma siamo all’alba di una nuova era. Non dimentichiamo nemmeno che l’astensione rimane alta, e va a braccetto con la disillusione e l’incertezza.

    Siamo all’anno zero della politica italiana e penso che possiamo tornare a costruire sulle macerie, più liberi e più forti, senza l’ansia dell’immediato ma con in mente una chiara idea di futuro. Il tempo ci darà ragione.