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  • Forconi: la politica si muova

    Pubblicato il 10 dicembre 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Anni di immobilismo hanno creato un sistema politico incancrenito che deve immediatamente dare risposte al Paese. Il tempo sta per scadere, la crisi dura da sei anni e la politica è rimasta sempre all’inseguimento. Serve uno scatto, bisogna passare dalla melina alle riforme in tempi brevissimi. Mi auguro che i “chiarimenti” avvenuti all’interno di Pd e Pdl consentano al governo di agire, come chiediamo da tempo.
    I Forconi stanno incanalando parte del malcontento sociale verso una prospettiva rischiosa. La crisi c’è e i tanti disoccupati, artigiani, trasportatori,camionisti, precari che protestano la vivono sulla loro pelle. Ci sono tante situazioni drammatiche.
    Tuttavia, oltre alla protesta nichilista non emerge nessuna proposta. Capisco lo sfogo, ma questo terreno è l’humus ideale per coagulare anche forze violente, antisistema e pericolose, dagli ultrà da stadio ai neofascisti. Per questo la politica deve fare in fretta, la situazione è critica.
    Si vuole radere al suolo tutto, cancellare la politica stessa, senza alcuna distinzione tra le parti per poi fare cosa? Questo è il punto.
    Queste battaglie allo sfascio non portano risultati se non c’è un obiettivo politico. Non fanno nemmeno l’interesse delle persone in difficoltà, se non consentire qualche episodio di sfogo della rabbia.
    Posso capire la frustrazione di tanti cittadini, ma rimango scettico perché la storia recente ci ha insegnato che distrutta la politica rimangono solo macerie, populismo e ricette fascistoidi. Il governo ha l’ultima chance, serve un colpo di reni perché siamo di fronte a una realtà che richiede risposte eccezionali, sia per quanto riguarda i contenuti che per i tempi di attuazione che devono essere, non serve ripeterlo, immediati.

  • La Seconda Repubblica non la scamperà

    Pubblicato il 5 settembre 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Dopo vent’anni la sorte della politica nazionale è ancora legata al protagonista indiscusso della Seconda Repubblica: Silvio Berlusconi.
    Da un lato abbiamo un partito (o più di uno, con la nuova Forza Italia) che vive attorno alla figura del leader carismatico, dall’altra un centrosinistra, dal 2007 diventato Partito democratico, che troppo spesso ha avuto la propria ragione d’essere nell’antiberlusconismo e che nei momenti in cui poteva affermarsi si è sempre affidato a politiche suicide dettate da strateghi (o presunti tali) in eterno conflitto tra loro.

    Il problema è che il lungo scontro Pd-Pdl si è concluso in un rapporto simbiotico, negato, mal digerito, pubblicamente osteggiato, ma di fatto presente. Un rapporto che blocca il sistema politico e ci costringe a vivere in un perenne stato di eccezione.

    Il Pdl senza il leader maximo è destinato a sfaldarsi; non riesco a immaginare le varie correnti, ora tenute insieme dall’ex presidente del consiglio, dare vita a un partito di centrodestra in linea con i partiti europei della stessa area.

    Il Pd, quando Berlusconi per scelta, per età, per la conferma della condanna, si farà da parte, non avrà più il collante dello storico avversario. Probabilmente la lotta intestina a quel punto degenererà e il rimescolamento dell’intero sitema aprirà nuovi scenari.
    Nel caso Berlusconi riuscisse a ripresentarsi alle urne con la nuova Forza Italia, per il Pd sarebbe comunque una batosta: non oso pensare al morale dell’elettorato storico della sinistra che, dopo aver ingoiato qualsiasi rospo ed essersi illuso della soluzione giudiziaria, si ritrovasse ancora il Cavaliere sul campo di battaglia.

    L’abbraccio tra Pd e Pdl è la stretta di chi vede la fine vicina. Non so se ci penseranno i giudici o il tempo o la stanchezza degli Italiani, ma la Seconda repubblica è agli sgoccioli. I leader di questa stagione stanno lottando con le unghie e con i denti per rimanere a galla: penso ai pasdaran di Berlusconi o ai capi-corrente del Pd che cercano di riposizionarsi per “scamparla” anche questo giro.
    Sono sforzi di autoconservazione che possiamo capire, come capiamo lo spirito di sopravvivenza, ma che non hanno prospettiva politica né storica.

    Sta crescendo un’area di centro, riformista, pragmatica e vicina alle esigenze del Paese.
    Allo stesso tempo si stanno muovendo i sindaci di Verona (che con la nuova fondazione punta a lanciare la propria candidatura alla leadership del centrodestra) e di Firenze (che dichiaratamente mira ad uscire dal perimetro classico del post-comunismo).

    Il futuro bussa alle nostre porte. Chi negli ultimi tempi ha fatto finta di niente verrà travolto. Noi continuiamo invece a lavorare perché crediamo che rappresentare l’Italia moderata sia la giusta strada per rimettere in sesto il Paese dopo l’immobilismo causato dal monoblocco Pd-Pdl.

  • Lanciamo una forza popolare, riformista, liberale ed europeista

    Pubblicato il 14 maggio 2013 giampaolo 3 commenti Condividi su Facebook

    Mi rivolgo a tutti i cattolici democratici, ai popolari, ai laici che credono nel vero riformismo: trovate che la politica oggi vi sappia dare le risposte che cercate?
    Dopo i fatti di quest’ultima settimana penso che abbiamo assistito alla rinuncia a qualsiasi tentativo di rinnovamento dei maggiori partiti. Non siamo nemmeno fermi allo stesso punto, per certi versi stiamo tornando indietro.

    Il Pdl porta in piazzai ministri, tra i quali Alfano, vicepremier e ministro dell’interno, per un inqualificabile attacco alla magistratura. In un periodo così critico si rischia di mettere una istituzione dello Stato contro un’altra. Questo indebolisce l’Italia, la democrazia e il vivere civile. La causa la sappiamo, è lì da vent’anni, e non vale la pena soffermarsi ancora sull’anomalia del centrodestra italiano.
    Sul fatto è giustamente intervenuto anche il Presidente Napolitano condividendo le parole del Csm di critica alla requisitoria del Cavaliere contro la magistratura. Sono fatti inconcepibili nelle altre grandi democrazie occidentali.

    Il Pd negli stessi giorni organizza il proprio “rilancio” scegliendo l’ennesimo non-leader per garantire ancora i fragili equilibri interni e per tirare a campare ancora qualche mese.
    Epifani è persona rispettabile ed esperta, ma che strada intraprende il Pd affidandosi all’uomo che ha guidato per otto anni la CGIL? La scelta di Epifani, in un momento tanto delicato è la definitiva rinuncia del Pd a qualsivoglia volontà riformatrice, l’epitaffio per una forza politica che ha già scelto di suicidarsi bruciando e umiliando in maniera vergognosa il padre fondatore dell’Ulivo nell’elezione per il capo dello stato.
    E che dire di Renzi? Gran parte dei riformatori riponevano grandi speranze in lui. Ma lui attende, non si espone, calcola ogni mossa. È un atteggiamento da vero leader presentarsi all’assemblea nazionale e dire «darò una mano da semplice militante»? O è l’ennesimo personalissimo calcolo? Cosa intende fare da grande? Aspettare all’ombra di Epifani? Il tempo passa per tutti…

    Nel frattempo Vendola coerentemente prosegue nel proprio cammino per rafforzare una forza tradizionale di sinistra. L’alleanza con Il Pd, che in campagna elettorale aveva lasciato perplessi molti elettori, si è sciolta al primo sole della bella stagione.

    Io non mi ritrovo in queste proposte. Invece di andare avanti tornano tutti indietro: il Pdl schiacciato sul padre-padrone, il Pd schiacciato sulla CGIL e Vendola che cerca una formazione che guardi solo a sinistra.

    Penso che tanti italiani siano perplessi di fronte all’involuzione del quadrto politico.
    Economia, lavoro, disoccupazione giovanile, partite IVA, servizi pubblici e assistenza, scuola…
    Vogliamo ragionare sui problemi del Paese con pragmatismo e senza vincoli ideologici o “padronali”. Vogliamo che la tradizione popolare e moderata ci aiuti a pensare al bene comune, a valorizzare la persona, a lavorare per lo sviluppo e la propserità dei nostri territori, ma non ci sentiamo rinchiusi nelle ideologie del secolo scorso o nella fedeltà a capi, pardoni o correnti.

    I riformatori italiani, i moderati, i cattolici non possono sentirsi rappresentati da Epifani che cerca di tenere uniti i cocci del Pd o da Alfano, che da ministro dell’interno manifesta contro la magistratura.

    È il momento di lanciare una forza popolare, riformista, liberale ed europeista. C’è un’Italia stanca di questa politica, di questi schemi ormai passati, un’Italia che vuole rimettersi in moto e che aspetta di unirsi attorno a questi valori per fare un passo avanti, mentre gli altri ne fanno due indietro. Facciamo sentire la nostra voce. Se condividete queste riflessioni e non volete rimanere fermi è il momento di voltare pagina e di tornare con passione a fare politica. Molto presto organizzeremo un incontro per iniziare insieme il nuovo cammino. Teniamoci in contatto, scrivetemi pure a: giampaolo@fogliardi.it

  • La vittoria del Gattopardo

    Pubblicato il 22 aprile 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Poco prima di abbandonare il Partito democratico, nel dicembre dello scorso anno, intervenni duramente sullo svolgimento delle primarie:

    Le primarie saranno limitate agli iscritti e ai partecipanti alle precendenti primarie per il candidato premier. Inoltre, i 47 capilista e il 10% dei candidati, quindi una discreta quota degli eletti, probabilmente il 30%, verrà scelta “a monte” da una commissione del partito. Dubito che saranno tutte “autorevoli personalità della società civile”

    Quell’evento, scrivevo, serviva a dare una parvenza di “democraticità” e di “verginità” a un rito che andava a coprire i soliti accordi trasversali, le permute di ruoli istituzionali, le ottenute deroghe, le ottenute tutele alla larga dai rischi elettorali.

    Non pensavo, lo ammetto, che il Pd sarebbe collassato nel giro di qualche mese.

    Se analizziamo quanto accaduto per l’elezione del capo dello stato ci accorgiamo che i nodi irrisolti delle “primarie del Gattopardo”, come le avevo definite, sono emersi nel momento più delicato e inopportuno.
    Invece di eleggere il Presidente della Repubblica, il Pd ha celebrato un congresso sulle macerie del Paese. Alla faccia della “responsabilità” predicata da Bersani in questi mesi.
    Lo stesso Bersani che ha messo in piedi una macchina per vincere le primarie, ma non le “secondarie”, e che si è comportato in questi mesi come se l’esito del voto fosse stato favorevole al Pd.

    Troppe tensioni covavano sotto la cenere e alla fine il meccanismo è saltato.
    Il blocco della classe dirigente del Pd ha celebrato in dicembre delle primarie di facciata, utili per consolidare gli equilibri interni ma non per conquistare il cuore e la mente degli elettori.

    Consideravo quel passaggio una presa in giro e per questo non mi prestai al gioco.
    Ora, da cittadino sono indignato perché Bersani, D’Alema, Letta e compagnia hanno proseguito la loro eterna partita nel campo sbagliato e al momento sbagliato.

    La mia unica speranza è che, dopo aver toccato il fondo, la politica tutta ricominci un cammino di serietà. Sarà un percorso lungo e difficile, ma ho già incontrato in questi giorni molte persone, molti moderati che non vogliono arrendersi.

  • Nel tritacarne del Pd

    Pubblicato il 19 aprile 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Dispiace che il nome di Franco Marini, persona degnissima, sia stato il pretesto per il rinnovarsi di una battaglia politica in seno al Pd; uno scontro che Franco Marini non meritava, uno scontro figlio di altre tensioni irrisolte in un partito allo sbando, uno scontro legato a equilibri interni e dispute sul governo che nulla hanno che vedere con il profilo istituzionale richiesto a un capo dello stato.

    Franco Marini è stato proposto da una parte politica che lo ha subito rinnegato; è rimasto stritolato nel tritacarne del Pd.

    Si tratta di un uomo che ha fatto nascere il Pd, dopo l’esperienza dei Popolari e della Margherita, un uomo che ha già guidato il sindacato e il Senato della Repubblica.

    Era “semplicemente” un nome del centrosinistra che nei primi turni poteva trovare la convergenza anche del centrodestra, secondo lo spirito che deve incarnare un presidente della repubblica.

    È stato trattato come un appestato. Dai commenti dei deputati democratici dopo la prima chiama, pareva che nessuno lo avesse votato: abbiamo assistito a una vergognosa gara a smarcarsi. Ogni giorno il Pd insegue qualcosa – ieri Bersani cerca Grillo, oggi abbraccia Alfano – e non riesce mai dettare la linea.

    Che epilogo infausto per quello che doveva essere il grande partito nuovo a “vocazione maggioritaria”.

    P.s.
    Evidentemente Marini, per il suo curriculum, è percepito come “corpo estraneo” da una grande massa di dirigenti e militanti del centrosinistra che provengono da una tradizione post-comunista. La stessa tradizione che riuscì invece a convergere su Cossiga nel lontano ’85; ma questa è un’altra storia.

  • Popolari nel Pd: esclusi dai giochi?

    Pubblicato il 12 aprile 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Un interessante spunto sul ruolo dei popolari nel Pd apparso sul Corriere della Sera di oggi:

    […] Ma il malessere è generalizzato. Anche gli ex ppi sono a disagio: si sentono esclusi dai giochi. Questo spiega il nervosismo di Franceschini, per esempio. Che si è acuito con l’avvicinarsi dell’elezione del Presidente. «Se non ci sarà un cattolico al Colle vuol dire che è finita una stagione», afferma Fioroni. Sì il Quirinale fa fibrillare ancora di più la situazione. Secondo il direttore di Europa Stefano Menichini il Pd si sta avviando alla partita del Colle come la Dc: «Diviso in correnti». E un autorevole esponente di Largo del Nazaremo aggiunge questa chiosa: «Come la Democrazia Cristiana del 92, che elesse Scalfaro e poi esplose».

    Continua a leggere sul sito del Corriere

  • Lega al capolinea, Tosi lo sa

    Pubblicato il 29 gennaio 2013 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    Anche Tosi sa che la Lega ha fallito e il Carroccio è sul viale del tramonto. E c’è inquietudine pure nel Pd. Lo ho ribadito oggi a L’Arena:
    Tosi ha aperto la riflessione su una prospettiva futura che non è più il leghismo, ma la Regione del Nord, per cui pensa a una Csu bavarese. Il fatto poi che un deputato Pd come Dal Moro dica di dialogare con lui è la prova che nel Pd, per una certa cultura popolare, ispirata alla Dottrina sociale della Chiesa, non c’è posto

    Leggi l’articolo dal sito de L’Arena

  • Perché non parteciperò alle primarie del Gattopardo

    Pubblicato il 19 dicembre 2012 giampaolo 6 commenti Condividi su Facebook

    Auspicavo una riforma elettorale che restituisse ai cittadini il diritto sacrosanto di scegliere i propri rappresentanti in parlamento attraverso la reintroduzione delle preferenze. Questo risultato purtroppo non è stato raggiunto per motivi che non affronterò in questa sede.

    Mi ero augurato quindi che il meccanismo delle primarie, istituito dal mio partito, il Partito democratico, fosse il più possibile aperto a tutti, in modo da “riparare”, almeno in parte, alla mancata riforma elettorale. Purtroppo, anche in questo caso, non si è riusciti nell’intento. Le primarie saranno limitate agli iscritti e ai partecipanti alle precendenti primarie per il candidato premier. Inoltre, i 47 capilista e il 10% dei candidati, quindi una discreta quota degli eletti, probabilmente il 30%, verrà scelta “a monte” da una commissione del partito. Dubito che saranno tutte “autorevoli personalità della società civile”…

    Di fatto queste primarie natalizie non serviranno a coinvolgere nuovi elettori: predicheremo ai convertiti, ai pochi che avranno voglia di venire al seggio il 29 o 30 dicembre.
    Celebriamo in fretta e furia, a fine anno, sotto le feste, delle consultazioni che rivestono nell’opinione pubblica una enorme importanza.
    L’impressione è che ancora una volta si voglia dare una parvenza di “democraticità” e di “verginità” a un rito che andrà a coprire i soliti accordi trasversali, le permute di ruoli istituzionali, le ottenute deroghe, le ottenute tutele alla larga dai rischi elettorali.

    Potremo dire “le abbiamo fatte”, e sicuramente sarà un argomento valido per Bersani nel confronto con un centrodestra padronale, ma non avremo garantito né il merito, né la partecipazione, né l’allargamento della base elettorale.

    Tutto questo avviene in un momento estremamente difficile per il nostro Paese, per la nostra economia, un contesto nel quale i nostri avversari sono divisi e lacerati e a noi sarebbe bastato poco, molto poco, per dare un segnale diverso. Ma questo avrebbe lasciato i risultati al mare aperto della democrazia, mentre per l’ennesima volta si vuole ancora tutto controllare e tutto gestire con buona pace per la libertà di scelta dei cittadini. Queste primarie sono un simulacro delle primarie aperte, democratiche, inclusive che abbiamo sempre sostenuto.

    Per questi motivi non vi parteciperò e quindi rinuncerò a una possibile candidatura nel Pd.
    Ci sono dei momenti nella vita in cui si deve avere la capacita di dire basta, di fare un passo indietro.
    Questo non significa un mio ritiro dalla politica, anzi. Continuerò la mia buona battaglia cercando nuovi stimoli e nuovi momenti di riflessione in un mondo profondamente cambiato. Un mondo che ci chiede di essere all’altezza dei tempi nuovi senza mai cedere – anche al nostro interno – alle sirene di un populismo che spesso e volentieri nasconde dietro a roboanti affermazioni e a fragorosi slanci innovatori un destino gattopardesco: cambiar tutto perché nulla cambi.

    Ora però è il momento di fermarsi, è il momento della coerenza, è il momento di ritornare all’insegnamento di Aldo Moro, quando nelle prime esperienze giovanili ci ha (e mi ha) insegnato che “anche nella necessità si può essere dignitosi, liberi e fedeli a se stessi”.

    on. Giampaolo Fogliardi

  • Economia territoriale e sviluppo

    Pubblicato il 31 ottobre 2012 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    In occasione della Conferenza programmatica del Pd Verona, ho avuto il piacere di coordinare il gruppo Economia territoriale e sviluppo. Durante l’incontro del gruppo abbiamo elaborato un documento che affronta i princiapali nodi dell’economia veronese.

    Colgo l’occasione per ringraziare, in ordine rigorosamente alfabetico, gli amici del gruppo per il loro prezioso contributo: Luciano Galeotti, Gaetano Greco, Giancarlo Montagnoli e Fausto Rossignoli.

    Affrontare il tema dello sviluppo economico del nostro territorio, specie in questa fase, è estremamente complesso per la dipendenza stretta che questo tema ha con scelte di politica nazionale di natura sia fiscale, relativamente all’impresa e al lavoro,  sia burocratico amministrativa.

    In questo contesto, la difficile e sfavorevole congiuntura internazionale rappresenta un ulteriore fattore critico e spesso un ostacolo insormontabile.

    Lo sviluppo si lega alle caratteristiche del nostro territorio, alle sue tante ricchezze, al governo della cosa pubblica, all’attenzione per l’ambiente ed alla necessità di guidare una trasformazione che è ormai in atto da tempo.

    Non possiamo permetterci il lusso di attendere o pensare che il sistema Verona vada avanti per inerzia, dormendo sugli allori di un passato vicino ma allo stesso tempo molto distante dal futuro che sarà. Interpretare il futuro, e non la mera gestione del potere, è l’obbiettivo che ci prefiggiamo.

    Le trasformazioni vanno guidate: la transazione in atto dal manifatturiero a realtà più orientate ai servizi, al terziario avanzato, così come la preservazione e lo sviluppo moderno del manifatturiero stesso patrimonio dell’industria agro alimentare, della logistica e del turismo vanno pensati e declinati raccordando, in rete, le potenzialità e gli attori che partecipano alla trasformazione stessa.

    Dobbiamo inserire lo sviluppo economico nell’ecosistema veronese, ecosistema inteso come insieme di caratteristiche sociali, culturali, geografiche e storiche.

    Scarica il documento integrale: Economia territoriale e sviluppo – Conferenza programmatica Pd Verona

  • Perché in Pd non deve chiudersi a sinistra

    Pubblicato il 12 ottobre 2012 giampaolo 10 commenti Condividi su Facebook

    Tutto sta cambiando a una velocità impressionante.
    A pensarci bene, sembra un secolo fa: i sorrisi di Berlusconi, la maggioranza bulgara del Pdl, il patto di ferro con una Lega che conquistava in facilità regioni e comuni del nord. Ora, di quello schieramento rimangono solo le macerie e una fetta enorme di elettorato smarrito, tentato dall’astensionismo, dal grillismo o ancora incertro sul da farsi.
    E’ una profonda crisi politica, ma allo stesso tempo una prateria, un’opportunità immensa per chi saprà mettere sul tavolo una proposta vincente.
    Alla luce di questa situazione, l’intuizione originaria del Partito democratico fu una mossa lungimirante. Un partito nuovo, non incasellabile nelle griglie di pensiero del secolo scorso, un partito dalla vocazione maggioritaria, cioè inclusivo, naturalmente votato al governo dell’intera polis e non alla rappresentanza di singole fettine di società. Questo era il nostro sogno.
    Ora rischiamo di fare un balzo indietro di dieci anni. Di tornare al centro-sinistra con il trattino, alla coalizione “progressista” tra Pd e Vendola che poi, in caso, valuterà di aggiungere altri trattini del campo moderato.
    Legarci preventivamente a Vendola è un rischio: chiudiamo qualsiasi ipotesi di dialogo con altre forze, con milioni di elettori di centro, onesti cittadini, sedotti e poi delusi da Pdl e Lega e ora alla ricerca nuove proposte in uno scenario che di settimana in settimana può cambiare drasticamente.
    Il problema di prospettiva è chiaro: rischiamo di metterci in un vicolo cieco; ma anche la questione politica è lampante: Vendola propone di demolire l’agenda Monti. Il Pd non è Monti, ma in quest’ultimo anno abbiamo lavorato con grande responsabilità insieme al Governo tecnico per evitare la bancarotta del Paese. Non è stato facile, ci è costato molto, ma non potevamo fare altrimenti, non potevamo prendere facili scorciatoie mentre camminavamo sull’orlo del default. Ora arriva Nichi e ci dice: “tutto da buttare”. E noi lo accogliamo a braccia aperte e vincoliamo il nostro asse al perno di Sel?
    Avremmo quindi fondato il Pd per ritrovarci – mentre attorno a noi tutto cambia – rinchiusi a sinistra, fermi, in attesa di vedere che succede?