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  • La scelta giusta

    Pubblicato il 4 febbraio 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    MattarellaSergio Mattarella si è insediato al Quirinale e da cittadino italiano sono orgoglioso di questo nuovo Capo dello Stato.

    Tra i nomi che circolavano nei giorni scorsi, Mattarella era il profilo migliore, quello più adatto a ricoprire la carica in un momento tanto dedicato; un nome di garanzia che ha trovato giustamente l’appoggio di gran parte delle forze in campo.

    Anche chi non lo ha votato, lo ha fatto solo per calcoli di bottega o per ordini di scuderia: “Beghe” interne ai partiti, insomma. Ma nessuno ha mai messo in discussione l’autorevolezza dell’ex giudice della Corte costituzionale.

    Mattarella è un intellettuale, un professore di diritto, ma anche un politico di esperienza, un uomo delle istituzioni saggio e pacato, lontano dal mondo delle chiacchiere e dei talk show. Lo stimiamo per un percorso personale e politico coerente, saggio, segnato anche da momenti tragici che ne hanno rafforzato, suo malgrado, il senso profondo dell’impegno politico.
    Per questo sono certo che sarà un ottimo Presidente della Repubblica.

    Matteo Renzi ha dimostrato intelligenza politica scegliendo un candidato di alto profilo che potesse ricompattare l’arco costituzionale. Mi auguro che sia l’inizio di una nuova fase del renzismo, una fase più matura e meno guascona. Mi auguro che molte delle riforme in campo, chiaramente ispirate a un pensiero moderato e liberale, vadano in porto.
    Berlusconi invece ha dimostrato di aver fatto il suo tempo e di rappresentare una figura troppo ingombrante nel centro-destra, una figura che ha impedito e impedisce l’affermarsi di nuovi leader e il fiorire di una nuova fase in quello schieramento.
    Su Grillo non varrebbe nemmeno la pena perdere fiato, dato che a forza di voler far politica negando la politica si sta condannando a una meritata irrilevanza.

    A livello personale sono felice che sia salito al Quirinale un uomo che si è formato nella cultura politica democristiana, morotea in particolare, un interprete autentico del popolarismo. E non lo dico per mere questioni di “bandiera”, ma perché so che un politico così abituato a cercare la mediazione, a lavorare per il bene comune potrà svolgere a pieno il mandato che la costituzione gli riserva. Non penso certo che possa favorire una parte anziché un’altra.

    Ho letto di fantasiose ricostruzioni giornalistiche sul ritorno della “Balena bianca”: sono chiaramente note di colore, quella stagione si è conclusa e ogni epoca deve avere i propri interpreti e i propri schemi; ciò non toglie che a livello profondo, a livello ideale, l’esperienza del popolarismo può essere linfa vitale per il futuro del pensiero politico italiano. È un seme che saprà germogliare; forse non sappiamo ancora bene in che modi o in che tempi, ma l’elezione di Sergio Mattarella conferma che il tempo è galantuomo e che il bisogno della politica con la P maiuscola non viene meno, nemmeno in questi tempi frenetici, precari e improntati al leaderismo più spinto.

    L’elezione di Mattarella rappresenta anche il ritorno alla politica riflessiva, la vittoria del ragionamento sulle grida isteriche e sulle azioni d’impulso, il proseguo della cultura morotea della ricerca dell’interesse comune e del compromesso (non al ribasso) rispetto alle scorciatoie populiste, che come sappiamo durano giusto una stagione.

    Più “ragionare insieme” e meno “ghe pensi mi” perché dopo un ventennio di montagne russe ci siamo trovati con in mano un pugno di mosche e per ripartire, per superare quella fase, dobbiamo poggiarci sui pilastri politici che hanno fatto crescere il paese, non per replicarli fuori tempo massimo, ma perché segnino un cammino politico vero, né leaderistico, né populistico.

    L’elezione di Sergio Mattarella sia un augurio, un segnale di buon auspicio per tutti coloro che si sentono liberi e forti e che amano ancora la politica e la intendono come impegno, come mediazione e come ricerca del bene comune. Speriamo arrivi una stagione in cui, come diceva Aldo Moro, “rinascano diritti e doveri”, una stagione dove fiorisca la democrazia e torni a crescere prospera la nostra amata Italia.

  • Ancora liberi e forti

    Pubblicato il 18 gennaio 2014 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e di libertà.

    Così iniziava l’Appello ai liberi e forti di Don Luigi Sturzo. Era il 18 gennaio del 1919, sono passati 95 anni.
    Quelle parole diedero il via all’avventura del Partito popolare italiano, segnarono la cultura politica del paese in maniera indelebile. Don Sturzo lanciava un messaggio che per molti versi è ancora attuale ai giorni nostri, nel mezzo della crisi più pesante dal dopoguerra, con un sistema politico debole e lacerato e tanti cittadini sfiduciati e impoveriti.

    Don Sturzo introduceva un movimento cattolico in politica, ma lo fondava come impegno “laico”. Un atto moderno, inclusivo, rispettoso della reciproca indipendenza tra Chiesa e Stato.

    Poneva comunque una visione della società chiara, basata sul valore della persona, sul valore delle autonomie locali, sul valore della famiglia, delle professioni; attento alla giustizia sociale e ai ceti in difficoltà, ma distante dallo statalismo marxista.
    Il Partito popolare si poneva quindi come forza interclassita, con una idea di società coesa e libera, attenta alla tutela dei più deboli ma anche l’intraprendenza dei singoli talenti.

    La modernità, l’originalità e il pragmatismo della cultura popolare emergono dalle parole di Don Luigi Sturzo:

    La politica è gestione organica di un territorio e dei suoi abitanti a cui tutti devono partecipare proponendo dei programmi operativi ed organici. Si oppone a partiti fondati sulle persone; vuole invece che essi siano fondati su programmi dinamici che affrontino le diverse componenti sociali, culturali, finanziarie, economiche, di istruzione… Naturalmente ogni partito ha una sua base ideologica e pratica di approccio, quella del Partito Popolare Italiano si ispira ai principi cristiani e cattolici in piena autonomia del suo gruppo direttivo rispetto alle autorità ecclesiastiche.

    In epoca fascista, dopo il delitto Matteotti, il Partito popolare, ormai passato all’opposizione, prese parte alla secessione aventiniana e fu sciolto. La stessa sorte tocco a tutti gli altri movimenti politici. Nel novembre del 1926 Don Luigi Sturzo partì per l’esilio.

    Quindi la prima fase del popolarismo fu relativamente breve, ma segnò un solco nel quale in molti ancora oggi ci muoviamo.
    Tanti temi all’ordine del giorno, dalle riforme economiche, alle politiche per la famiglia, alla rappresentanza degli enti locali, sono da ormai un secolo patrimonio del pensiero popolare e per questo crediamo che l’Appello ai liberi e forti, a distanza di tanti anni, sia ancora attuale.

  • Quale futuro per i Cattolici popolari?

    Pubblicato il 10 gennaio 2014 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    “L’uomo dell’anno”, non servirebbe la rivista Time a certificarlo, è stato Papa Francesco. La sua elezione ha dato una scossa al mondo cattolico e ha dato il via a una stagione di speranza e rinnovamento. Il nuovo papa si è imposto in pochi mesi agli occhi del mondo come una delle figure più carismatiche sullo scenario. Ha saputo unire un grande profilo spirituale a una empatia spontanea con i fedeli. Grazie a lui in tanti hanno riscoperto la gioia della fede.
    E per i cattolici impegnati in politica che anno è stato?
    Il tempo dell’unità è finito e appartiene a un’epoca passata, a una società passata, a un’Italia che non c’è più. Tuttavia non significa che non debbano avere più rilevanza, al contrario. L’ispirazione ai valori cristiani, il servizio alla comunità, la presenza dei nostri valori nell’agenda politica non dovrebbero mancare, però paiono sottodimensionati. La tradizione cattolico democratica e popolare è stretta, oserei dire soffocata, tra due schieramenti sempre più leaderistici.
    Rischiamo, anche nella nostra Verona, che vanta una lunga tradizione nel cattolicesimo popolare, una preoccupante irrilevanza politica e culturale. Esiste nel Pd, nel Pdl o nella Lega tosiana attenzione alla cultura democratico popolare?
    Da tante parti si citano grandi esponenti della storia cattolico democratica, da Dossetti a De Gasperi, passando per Sturzo, La Pira e Moro, ma i discendenti di quella tradizione sono divisi tra troppe correnti e troppi schieramenti e faticano a far emergere i tratti che sentono avere in comune.
    Non sto rimpiangendo l’età dell’unità dei cattolici in politica, non è un discorso rivolto al passato. So che i cattolici possono avere diverse sensibilità politiche perché alcune ricette economiche o alcuni orientamenti sull’andamento della società non sono verità di fede. Ognuno sceglie il proprio cammino, ma sono certo che l’ambizione di portare avanti valori comuni sia ancora presente in tanti cittadini che hanno creduto nel cattolicesimo democratico e che ora non vedono sbocchi per quel pensiero.
    Sono convinto che il popolarismo abbia ancora molto da dare; il messaggio di speranza del Papa è la testimonianza che i valori della fede cristiana sono ancora protagonisti del nostro tempo e possono aiutare a disegnare il paese del futuro, come lo fecero nella formazione della nostra repubblica. Anche il mondo associativo cattolico ha una grande storia e una sua vivacità; pare dunque che il panorama politico sia l’ambito più difficile. Non voglio però rassegnarmi a una presenza di pura testimonianza e lancio questo appello ai tanti cattolici democratici che sono impegnati in politica, anche in altri schieramenti. Non siate timidi, non siamo timidi, facciamoci sentire.