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  • Renzi spenga la Playstation e ascolti il Paese

    Pubblicato il 5 giugno 2015 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    renzi playstationIl presidente del consiglio ha passato la sera dello spoglio a giocare alla Playstation, facendosi immortalare dal fido spin-doctor mentre sfidava il presidente del partito Orfini, quasi a voler dire “a noi non interessa”.

    Eppure le regionali non sono state il trionfo tanto atteso, men che meno nella nostra regione.

    E dove il Pd si impone è grazie a candidati locali slegati dall’ortodossia renziana. Ortodossia che era invece rappresentata dal volto telegenico di Alessandra Moretti, scesa in campo in Veneto per segnare il ‘golden goal’ di un pronosticato 7 a 0. Ma sappiamo che è andata a finire in un’altra maniera.

    Nella vita di un leader politico vi è sempre un momento in cui si tocca il risultato massimo e poi pian piano inizia un lento, può essere anche molto lento, ma inesorabile declino; a un certo punto svanisce il luccicante effetto novità e i problemi improvvisamente risultano difficili da risolvere rispetto alle facilità con cui di facevano le promesse, le slide e gli annunci. Ecco, arriva un momento in cui le persone cominciano a non crederti più.

    Questa è la fase di Renzi e del suo Pd: ha raggiunto il massimo livello nelle elezioni europee dello scorso anno, ma ora è iniziata una nuova fase, difficile, in discesa nei consensi e di conseguenza nei risultati.

    In Puglia vince Emiliano non il Pd. In Campania vince De Luca non il Pd, in Liguria si perde, in Veneto con Alessandra Moretti è una “Caporetto”. Perfino nella rossa Toscana, da sempre roccaforte, si perdono consensi. E non apriamo l’inquietante capitolo “astensione”, ormai ai massimi storici.

    Il Pd non è più un partito “solido” come lo erano i partiti di un tempo, ma nemmeno “liquido” come si proponeva ai suoi albori; ormai siamo allo stato gassoso e, come si sa, appena trova una valvola di sfogo, il gas si disperde.

    Il Partito democratico è lasciato alle singole personalità che, se mature e radicate, possono ancora raccogliere consensi, ma al contrario se sono giovani e incentrate su slogan generici, sorrisi telegenici e riproposizione dell’”adesso ci penso io” renziano in chiave locale, non riescono a sfondare, anzi, perdono anche la base storica dei voti che il partito aveva (Veneto docet).

    I risultati di questa tornata, si voglia o no, danno ragione ai “dissidenti” e alla minoranza interna del Pd.

    Se un partito di centro sinistra vara la riforma elettorale che vara, se approva la vergognosa riforma della scuola, se non ammette più alcuna forma di democrazia interna e se il grande capo si avvale solo di “signorsì” e non di teste anche critiche ma produttive, se viene a mancare l’entusiasmo della piazza e della partecipazione che ha segnato altri tempi (leggi Prodi e/o Veltroni), allora non ci si meravigli del risultato, di un certo scollamento con l’elettorato.

    E non si pensi che far saltare il banco e correre alle urne per le politiche possa risanare il tutto, anzi! Non voler riconoscere questo dato significa nascondere la testa sotto la sabbia, significa non comprendere che fare politica è un arte nobile, che bisogna avere sensibilità e capacità di comprendere i tempi che ci attendono e i bisogni dei cittadini; cittadini sempre più maturi e capaci di discernere, sempre più all’altezza di esprimere un consenso che va guadagnato. Un consenso che, come scriveva Benigno Zaccagnini, “o c’è lo guadagniamo con la nostra capacità politica, o non ce lo meritiamo”. E in questo caso una seria riflessione sull’astensionismo va fatta. Non si può fare spallucce. Quindi il presidente del consiglio spenga la Playstation e faccia un bagno di umiltà. Il Paese ha bisogno di riforme, non di prove di forza, di superbia né tantomeno di un continuo show dell’uomo solo al comando.

    Giampaolo Fogliardi

  • Un capo solo al comando?

    Pubblicato il 18 ottobre 2014 giampaolo 3 commenti Condividi su Facebook

    Renzi e Berlusconi

    Sono passati sette anni dalla nascita del Partito democratico; contribuii a fondarlo nell’ormai lontano 2007, quando da segretario della Margherita portai avanti anche nella nostra città quel progetto che sarebbe dovuto diventare la casa dei riformisti, la casa di un centrosinistra moderno e post-ideologico. Pensavo che il cattolicesimo democratico avrebbe trovato il suo spazio, si sarebbe contaminato e sarebbe cresciuto all’interno di quel progetto. Allora quella scelta rappresentava il futuro, il desiderio di mollare gli ormeggi e di rinnovare la politica italiana.
    Dopo alcuni anni decisi di proseguire per altre strade, ma non è questo il tema del mio intervento. Ora mi chiedo se quel progetto abbia effettivamente rinnovato la politica italiana; dopotutto stiamo parlando del partito del Presidente del consiglio.
    A che punto siamo?

    Dopo un grande risultato del Pd alle europee ho letto della forte polemica interna per il crollo verticale del tesseramento. Si è imposto un modello di partito molto “liquido”, probabilmente segno dei nostri tempi; un modello che crea una frattura rispetto alla tradizione di partecipazione e confronto tipica dei partiti che coinfluirono in quel progetto nel 2007. Ora c’è un leader solo al comando, forse le primarie-plebiscito sono diventate l’unico momento di condivisione di un percorso comune?
    Non facendo più parte di quel partito non posso saperlo, certo che un crollo così repentino degli iscritti è indice di trasformazioni profonde.

    Renzi in questo momento è forte, ma non penso che l’Italia possa dire altrettanto. Temo che ci sia un leader sveglio, intraprendente, astuto ma sostanzialmente solo al comando, sostenuto a malavoglia da un gruppo parlamentare per certi versi ostile. Un leader che non ha veri competitori, né interni né esterni al partito e che si regge su un equilibrio dato dalla mancanza di alternative.
    Lo stesso Belrlusconi, mai così tenero verso un leader a lui opposto, rimane quasi in disparte. Non conosciamo gli impegni sottoscritti nel Patto del Nazareno, ma sono certo che ci sia un disegno, un’architettura che comprenderemo poco a poco.

    In questo scenario non si è realizzato un grande obiettivo che ci eravamo prefissati nel 2007: giungere alla democrazia dell’alternanza, a risultati chiari, a grandi poli che si scontrano ma che il giorno dopo delle elezioni possono governare. Invece la stabilità nel nostro caso è data da un blocco, dai veti incrociati, da un parlamento che va avanti a colpi di fiducia, da un centrodestra bloccato dalla figura del Cavaliere che non vuole farsi da parte e che negli anni ha “ucciso nella culla” ogni possibile leader di area.
    E quindi rimane Matteo Renzi, forte, ma solo, attorniato da una squadra giovane ma selezionata appositamente perché nessuno possa mettere in ombra la figura del premier.

    In tutto questo ciò che manca è proprio la politica: c’è una parte del centrosinistra che accetta per mancanza di alternative la leadership dell’ex sindaco di Firenze e una parte del centrodestra che non saprebbe chi contrapporgli e quindi di fatto lo sostiene.

    Nel frattempo molti nodi rimangono scoperti e la crisi economica non è certo passata. Le riforme istituzionali erano in cantiere da anni, ma non sono viste dai cittadini come una priorità.

    Se questo sistema saltasse che alternative avremmo: Renzi contro se stesso? Non lo dico con astio: gran parte del programma liberal-democratico che ha promesso il premier è condivisibile e auspicabile e riprende molte battaglie che ho portato avanti in questi anni (dalla semplificazione del fisco al contratto a tutele crescenti, per fare un esempio). Ne faccio una questione di prospettiva politica; di qualità dello sviluppo del confronto politico nel nostro paese.
    È la mia naturale diffidenza verso gli uomini soli al comando.

    Ho una cultura politica diversa e credo nella continua condivisione e nella partecipazione, allo stesso tempo ho sempre considerato grandi statisti coloro che hanno saputo circondarsi delle migliori figure della loro epoca, mentre ho la sensazione che sia Renzi che Berlusconi, fautori di questo precario equilibrio, non siano leader ben disposti ad avere al proprio fianco chiunque possa metterli anche solo leggermente in ombra.

  • Buon lavoro a Renzi, ma non canti vittoria troppo presto

    Pubblicato il 6 giugno 2014 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Le recenti elezioni europee hanno segnato una brusca battuta d’arresto per il populismo di Grillo e la sua politica del “tanto peggio, tanto meglio”; ha prevalso una linea più pragmatica ed europeista incarnata da Matteo Renzi che esce rafforzato da questa tornata elettorale.
    Auguro al premier di riuscire a portare a compimento le riforme promesse: il tempo a disposizione è poco e la crisi non è certo passata.

    La disoccupazione giovanile è al 43,3%, si tratta del massimo storico; inoltre la Corte dei conti ha appena definito i famosi ottanta euro un “surrogato” rispetto a ciò che servirebbe, cioè un “un disegno razionale, equo e strutturale di riduzione e redistribuzione dell’onere tributario”. Sempre secondo la Corte dei conti: “Politiche redistributive basate sulle detrazioni di imposta così come scelte selettive rientranti nell’ambito proprio e naturale della funzione dell’Irpef, affidate a strumenti “surrogati” (prelievi di solidarietà, bonus, tagli retributivi) sono all’origine di un sistematico svuotamento della base imponibile dell’Irpef finendo per intaccare la portata e l’efficacia redistributiva dell’imposta”.

    Il bonus quindi può tamponare per alcuni l’emergenza, e non sono qui a criticarlo, però bisogna passare subito alla fase delle riforme di sistema.

    Scelta europea ha subito una dura sconfitta, è rimasta stritolata nel dualismo Renzi-Grillo. Per il progetto promosso da Scelta civica si è trattato di una dura battuta d’arresto, nessuno può nasconderlo. Con serietà il segretario Stefania Giannini e il capogruppo alla Camera Andrea Romano hanno dato le dimissioni. Ora deve iniziare una nuova fase, sia di elaborazione politica, ma anche di radicamento sul territorio, o la spinta si esaurirà presto. Dopo il passo indietro di Monti è mancata una leadership nazionale riconosciuta e non è passata più un’idea forte all’elettorato riformista.
    L’analisi dei flussi elettorali dice che molti elettori moderati si sono spostati su Renzi e nessuno può negare l’abilità dell’ex-sindaco di Firenze.
    Però Renzi non canti repentinamente vittoria: il centrodestra è in crisi, ma sommando tutti i voti d’area si capisce che c’è una fetta consistente di elettorato che attende la nascita di una nuova destra post-berlusconiana; allo stesso tempo non dimentichi che molti esponenti del Pd che ora brindano con lui, solo pochi mesi fa lo consideravano un “corpo estraneo” e avrebbero fatto esattamente tutto il contrario di ciò che lui ha fatto in questi mesi (garantendo poi la vittoria al Pd…).
    Quindi attenzione, perché in politica il vento cambia rapidamente e anche Grillo, seppur ridimensionato, ha portato a casa un buon risultato.
    Penso che l’esperienza politica partita da Monti abbia seminato frutti che non ha saputo poi raccogliere. La linea politica riformista del Governo non è infatti così distante dal solco tracciato da Monti o da molte idee messe in circolo in questi anni da Pietro Ichino. Da un punto di vista di cultura politica sono fiero di aver contribuito a questa prospettiva.

    In quei giorni critici del 2011, quando lo spread era al massimo e Berlusconi era ancora “in sella”, Scelta civica ha rappresentato un progetto di rottura degli schemi, ha dato nuova linfa al pensiero riformista, moderato e liberale, ha messo finalmente le competenze delle persone in primo piano.

    Tutto ciò, lo sappiamo, non basta per “fare politica”, per organizzare una azione duratura e coerente sul territorio, ma l’energia messa in moto ha sicuramente contribuito all’evoluzione del pensiero politico attuale, mettendo alcuni temi a noi cari in cima all’agenda.
    Quindi, pur dispiaciuto della sconfitta, non penso che le idee di fondo fossero errate; le abbiamo messe in circolo a favore di tutto il Paese. Anche di questo Governo, che ora ha la fiducia di molti cittadini, ha potuto trarne ispirazione.

    Da persone serie auguriamo a Renzi di fare bene e di portare l’Italia fuori dalla crisi, ma non dia nulla per scontato nel proprio cammino: le resistenze al cambiamento sono ancora molte e la cultura riformista e liberale è un patrimonio da coltivare giorno dopo giorno.

  • Sì alle buone riforme, attenzione agli spot

    Pubblicato il 4 aprile 2014 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Il bicamerealismo perfetto non è un dogma, ben vengano le riforme istituzionali.
    Il Governo ricordi però che modificare l’architettura della nostra democrazia non è una “misura-spot”, di quelle da inserire nelle slide. O meglio, giusto annunciare i principi e arrivare a concludere i lavori in tempi brevi, ma senza passare da un estremo (le eterne discussioni per non arrivare a nulla) a un altro (pochi mesi e via senza alcun dibattito).

    Secondo la riforma il nostro senato non sarà più un organo legislativo con pieni poteri. La camera cioè potrà approvare delle leggi senza che siano approvate anche dal senato. Il senato sarà un organo consultivo e voterà le modifiche alle leggi. Al senato non sarà chiesto di votare né la legge di bilancio, né la fiducia al governo. Il senato non sarà più elettivo e i senatori non riceveranno indennità. Le riforme costituzionali, invece, continueranno a dover essere approvate da tutti e due i rami del parlamento. Del senato faranno parte gli ex presidenti della repubblica e i senatori a vita e alcuni rappresentanti delle regioni e dei comuni. Sarà composto da 148 persone: 21 nominati dal presidente della repubblica e 127 rappresentanti dei consigli regionali e dei comuni. Il senato si chiamerà senato delle autonomie e rappresenterà i poteri locali.

    Penso che una seria discussione parlamentare sia necessaria; altrimenti il Governo, in questa fase molto forte e propositivo, si vedrebbe protagonista unico della riforma del parlamento, una prassi politicamente pericolosa.
    Allo stesso tempo è strano riformare una camera senza aver fatto chiarezza sulla legge elettorale.
    Bene le riforme, ma la fretta non sia cattiva consigliera. L’architettura costituzionale non si fa o si disfa da un giorno all’altro perché deve garantire per anni e anni e anni il corretto funzionamento della nostra democrazia.

  • Renzi non dimentichi i lavoratori autonomi

    Pubblicato il 14 marzo 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Le misure introdotte da Matteo Renzi vanno nella giusta direzione; anche a livello comunicativo trasmettono l’idea che non c’è tempo da perdere e che “tirare a campare” non è una ipotesi praticabile in questo momento.

    Ci auguriamo che agli annunci roboanti seguano riforme vere, che alcuni partiti di maggioranza non tirino troppo la corda, che l’Europa dia fiducia al Governo e che le mille corporazioni italiane non frenino, come di consueto, ogni riforma nel classico gioco dei veti incrociati.

    La riduzione della pressione fiscale è un tema cardine per rilanciare i consumi e il premier ha fatto bene a dare una iniezione di fiducia a tutti i redditi medio-bassi: sono coloro che hanno vissuto la crisi sulla propria pelle.
    Ho apprezzato anche lo spostamento del carico fiscale dal reddito da lavoro alle rendite finanziarie, anche se dobbiamo essere realisti e sapere che i mercati finanziari sono difficili da imbrigliare; Renzi comunque ha lanciato un messaggio importante.

    Mancano tristemente all’appello tutti i lavoratori autonomi che rappresentano la spina dorsale della nostra economia, soprattutto nel nostro territorio. Artigiani, commercianti, partite IVA non sono immuni alla crisi, anzi, sono stati i primi a subire questa situazione. Parlo di tante persone che per necessità, imposizione o per scelta hanno colto la sfida dell’autoimpiego e non godono di tfr, ferie, permessi o indennità di malattia.
    Lungi da me sollevare contrapposizioni tra i lavoratori: mi auguro solo che lo spirito delle riforme vada nell’interesse dei lavoratori tutti consentendo un po’ di respiro anche a chi lavora in proprio perché se messo nelle giuste condizioni può contribuire in maniera determinante alla crescita della ricchezza del paese.

    Lo stesso spirito dovrà accompagnare la riforma del mercato del lavoro, cercando sempre di più di creare una situazione bilanciata tra i tanti tipi di lavoratori. Come ha ricordato il senatore Pietro Ichino:

    Positiva è, in particolare, la parte del disegno di legge-delega sul nuovo Codice del lavoro riferita agli ammortizzatori sociali, che tende a portare a compimento la riforma avviata dalla legge Fornero del 2012, con la riconduzione della Cassa integrazione alla sua funzione originaria e l’ampliamento e rafforzamento del sostegno del reddito ai disoccupati, coniugato con misure efficaci per il loro reinserimento nel tessuto produttivo e condizionato alla loro disponibilità effettiva.

    Spero quindi che il governo prosegua sulla strada delle riforme con lo slancio che ha in questo momento tenendo a mente tutti i lavoratori per uno sviluppo generale e armonico del tessuto economico. L’Italia ha le potenzialità per tornare a crescere, la politica crei finalmente il terreno adatto.

  • Subito riforma del fisco e del mercato del lavoro

    Pubblicato il 28 febbraio 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Renzi è al governo da pochi giorni e la crisi bussa già alle porte di Palazzo Chigi. Ora l’ex sindaco di Firenze dovrà passare dalla fase della “rottamazione” a quella delle proposte e delle politiche concrete. Un compito difficile nel quale molti hanno fallito.
    È di oggi la notizia che il il tasso disoccupazione è arrivato al 12,9%. Il massimo dal 1977.
    Per non parlare dello specifico caso dei giovani: le cifre allarmanti arrivano al 42,7%, un altro triste record.
    Il tempo delle alchimie politiche è finito e servono risposte. Renzi non ha una delega in bianco, ma deve dimostrare sul campo una autentica volontà riformatrice. In questo caso sono sicuro che troverà sponda nelle forze moderne e liberali che siedono in parlamento.
    La parola chiave è sempre la stessa: semplificazione. Come ricorda da tempo il senatore Ichino, per dare respiro al mercato del lavoro c’è bisogno di chiarezza: serve un codice del lavoro semplificato, serve l’introduzione sperimentale del contratto di lavoro a tempo indeterminato a protezioni crescenti; bisogna spostare risorse dalle politiche passive, in particolare dalla cassa integrazione in deroga, alle politiche attive, incentrate sul nuovo metodo del contratto di ricollocazione.
    Renzi, con questi dati sulla disoccupazione, deve agire al più presto.
    La riforma del mercato del lavoro va di pari passo con la riforma del fisco; tra le priorità abbiamo ad esempio la riduzione dell’IRAP, una imposta proporzionale al fatturato e non applicata all’utile di esercizio, che quindi non varia anche se le imprese sono in pari o in perdita.
    La materia è vastissima e una riforma strutturale è attesa da anni. Si parla infatti di rivedere 700 voci in materia di sconti fiscali. Ci auguriamo che si segua una politica di autentica riduzione del carico fiscale, come quella suggerita da Francesco Giavazzi, che durante il governo Monti propose un piano di riordino degli incentivi, in base alla quale i risparmi di spesa derivanti da riduzione di contributi o incentivi alle imprese dovevano essere destinati alla riduzione dell’imposizione fiscale sempre sulle imprese.
    Renzi deve prendere il “toro per le corna” e dimostrare che il suo arrivismo e le mosse spregiudicate che ha messo in atto per sostituire il precedente governo sono animate da un reale desiderio di cambiamento.
    Il presidente del consiglio si deve giocare in pochi mesi tutte le carte, il tempo stringe, non solo per Renzi, ma per tutto il paese.

  • La presa del potere

    Pubblicato il 14 febbraio 2014 giampaolo 3 commenti Condividi su Facebook

    Che senso ha questa crisi di governo? Cosa porterà il governo Renzi al Paese? Siamo sicuri che non sia la conclusione di uno scontro tutto interno a un Partito democratico che in queste settimane ha tenuto il paese ostaggio del duello tra i suoi due leader più promettenti?
    Il rischio reale è che li brucino entrambi in questi giochi di palazzo.

    È uno schema che ricorda più la Prima repubblica che il futuro radioso evocato dal sindaco di Firenze nelle sue campagna elettorali per le primarie.

    Altra quastione: il rottamatore rottamerà se stesso in qualche posizione o rimarrà contemporaneamente alla guida di Firenze, del Pd e del Paese?

    Il timore è che sia una corsa tutta personale al potere, una sorta di “batti il ferro fin che è caldo” che molti, anche tra i suoi estimatori, faticano a capire. In effetti la maggioranza parlamentare è sempre la stessa: se avesse voluto incidere nel governo non poteva “semplicemente” proporre alcuni suoi uomini? Qual è il senso ultimo di questa presa del palazzo d’Inverno? Cosa c’è oltre al gusto del potere per il potere? Dove sta la rivoluzione in una vecchia pratica come la trama di palazzo?
    Ovvio, mi auguro per il bene del Paese che qualsiasi governo arrivi riesca a essere veramente incisivo e riformatore, ma da un Partito democratico che ha dato il benservito a larghissima maggioranza e senza indugi a Enrico Letta non so cosa aspettarmi.
    Confesso di trovarmi un po’ spaesato.
    Renzi, per quanto si affannasse a negare l’evidenza, ha perseguito lucidamente questo piano da mesi; appena ottenuta l’investitura delle primarie ha iniziato a logorare ai fianchi il presidente del consiglio.
    Uno scontro che ricorda duelli epici e autodistruttivi nel centrosinistra; duelli che non hanno portato nulla di buono per il Paese. Spero, anche in questo caso, di sbagliarmi.

  • Governabilità e democrazia

    Pubblicato il 24 gennaio 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    La nuova legge elettorale dovrà garantire governabilità, chiarezza e democrazia, non suggellare un duopolio targato Renzi-Berlusconi.
    L’impianto generale è comunque un passo avanti rispetto allo stato delle cose, ma sarebbe opportuno ragionare su alcuni aspetti controversi, innanzitutto la soglia d’accesso al premio di maggioranza, uno dei cardini della sentenza della Consulta, che dovrebbe essere più alta del 35 per cento. Dobbiamo pensare alla governabilità, ma senza dimenticare la democrazia.
    Inoltre andrebbero abbassate le soglie di sbarramento, ora molto alte, per le liste in coalizione e per le liste singole. Le prime, ad esempio, dall’8% al 5% e le seconde dal 5% al 3%.
    Inoltre, per evitare l’effetto delle “liste civetta” o di altre micro-liste, il risultato di coalizione andrebbe calcolato solo sulla base delle liste che superano lo sbarramento.
    Altri aspetti su cui fare attenzione sono: pluricandidature, eguaglianza di genere, possibilità e limiti di apparentamenti ulteriori al secondo turno, limiti all’eccessiva distanza tra voto dell’elettore e suoi effetti sugli eletti e garanzie contro lo stallo provocato da un’eventuale diversa maggioranza al Senato (fino a quando avremo il bicameralismo perfetto).
    Confidiamo che sia la volta buona per ottenere una legge elettorale migliore del Porcellum.

  • L’Agenda Renzi…

    Pubblicato il 11 dicembre 2013 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Renzi ha vinto nettamente. Le percentuali ottenute dalla “vecchia guardia” post-comunista sono impietose. Segno che anche nel Partito democratico c’è voglia di un netto cambio di marcia.
    Mi auguro che ora possa emergere una linea politica chiara con la quale potremo confrontarci in futuro, dato che negli ultimi anni le cronache si sono occupate più degli scontri interni del Pd che delle reali proposte.
    Se vogliono discutere di riforme, Scelta civica è la prima forza a farsi avanti. Anche noi stimiamo Letta ma chiediamo più coraggio all’esecutivo, la situazione sociale è così pesante che non potrà tentennare ulteriormente. Alfano si metta il cuore in pace, con il gioco delle tre carte dell’IMU ha tenuto il governo bloccato per mesi.
    Di fatto molte proposte di Matteo Renzi sono vicine ai temi dell’Agenda Monti e non può che farci piacere: seppur con due anni di ritardo, anche il Pd riconosce esplicitamente il bisogno di riforme radicali.
    Il tempo del “galleggiamento” del governo è arrivato al termine. Le famiglie e le imprese sono stremate. I provvedimenti presi fino a ora sono stata la classica aspirina al malato grave poiché il governo era stretto tra le esigenze di Berlusconi e le fibrillazioni del Pd.
    Ora la situazione non può che cambiare. Non c’è tempo da perdere.
    Renzi ha proposto una segreteria formata da tanti giovani, il che è un bene, sempre che siano scelte basate sul merito e non una scorciatoia per esigenze di immagine. Staremo a vedere nei prossimi mesi. Dalle riforme istituzionali, alle liberalizzazioni del sistema economico, Scelta civica è pronta a fare la propria parte.

  • La Seconda Repubblica non la scamperà

    Pubblicato il 5 settembre 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Dopo vent’anni la sorte della politica nazionale è ancora legata al protagonista indiscusso della Seconda Repubblica: Silvio Berlusconi.
    Da un lato abbiamo un partito (o più di uno, con la nuova Forza Italia) che vive attorno alla figura del leader carismatico, dall’altra un centrosinistra, dal 2007 diventato Partito democratico, che troppo spesso ha avuto la propria ragione d’essere nell’antiberlusconismo e che nei momenti in cui poteva affermarsi si è sempre affidato a politiche suicide dettate da strateghi (o presunti tali) in eterno conflitto tra loro.

    Il problema è che il lungo scontro Pd-Pdl si è concluso in un rapporto simbiotico, negato, mal digerito, pubblicamente osteggiato, ma di fatto presente. Un rapporto che blocca il sistema politico e ci costringe a vivere in un perenne stato di eccezione.

    Il Pdl senza il leader maximo è destinato a sfaldarsi; non riesco a immaginare le varie correnti, ora tenute insieme dall’ex presidente del consiglio, dare vita a un partito di centrodestra in linea con i partiti europei della stessa area.

    Il Pd, quando Berlusconi per scelta, per età, per la conferma della condanna, si farà da parte, non avrà più il collante dello storico avversario. Probabilmente la lotta intestina a quel punto degenererà e il rimescolamento dell’intero sitema aprirà nuovi scenari.
    Nel caso Berlusconi riuscisse a ripresentarsi alle urne con la nuova Forza Italia, per il Pd sarebbe comunque una batosta: non oso pensare al morale dell’elettorato storico della sinistra che, dopo aver ingoiato qualsiasi rospo ed essersi illuso della soluzione giudiziaria, si ritrovasse ancora il Cavaliere sul campo di battaglia.

    L’abbraccio tra Pd e Pdl è la stretta di chi vede la fine vicina. Non so se ci penseranno i giudici o il tempo o la stanchezza degli Italiani, ma la Seconda repubblica è agli sgoccioli. I leader di questa stagione stanno lottando con le unghie e con i denti per rimanere a galla: penso ai pasdaran di Berlusconi o ai capi-corrente del Pd che cercano di riposizionarsi per “scamparla” anche questo giro.
    Sono sforzi di autoconservazione che possiamo capire, come capiamo lo spirito di sopravvivenza, ma che non hanno prospettiva politica né storica.

    Sta crescendo un’area di centro, riformista, pragmatica e vicina alle esigenze del Paese.
    Allo stesso tempo si stanno muovendo i sindaci di Verona (che con la nuova fondazione punta a lanciare la propria candidatura alla leadership del centrodestra) e di Firenze (che dichiaratamente mira ad uscire dal perimetro classico del post-comunismo).

    Il futuro bussa alle nostre porte. Chi negli ultimi tempi ha fatto finta di niente verrà travolto. Noi continuiamo invece a lavorare perché crediamo che rappresentare l’Italia moderata sia la giusta strada per rimettere in sesto il Paese dopo l’immobilismo causato dal monoblocco Pd-Pdl.