Solo un altro blog targato WordPress
Icona RSS facebook
  • Sì alle buone riforme, attenzione agli spot

    Pubblicato il 4 aprile 2014 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Il bicamerealismo perfetto non è un dogma, ben vengano le riforme istituzionali.
    Il Governo ricordi però che modificare l’architettura della nostra democrazia non è una “misura-spot”, di quelle da inserire nelle slide. O meglio, giusto annunciare i principi e arrivare a concludere i lavori in tempi brevi, ma senza passare da un estremo (le eterne discussioni per non arrivare a nulla) a un altro (pochi mesi e via senza alcun dibattito).

    Secondo la riforma il nostro senato non sarà più un organo legislativo con pieni poteri. La camera cioè potrà approvare delle leggi senza che siano approvate anche dal senato. Il senato sarà un organo consultivo e voterà le modifiche alle leggi. Al senato non sarà chiesto di votare né la legge di bilancio, né la fiducia al governo. Il senato non sarà più elettivo e i senatori non riceveranno indennità. Le riforme costituzionali, invece, continueranno a dover essere approvate da tutti e due i rami del parlamento. Del senato faranno parte gli ex presidenti della repubblica e i senatori a vita e alcuni rappresentanti delle regioni e dei comuni. Sarà composto da 148 persone: 21 nominati dal presidente della repubblica e 127 rappresentanti dei consigli regionali e dei comuni. Il senato si chiamerà senato delle autonomie e rappresenterà i poteri locali.

    Penso che una seria discussione parlamentare sia necessaria; altrimenti il Governo, in questa fase molto forte e propositivo, si vedrebbe protagonista unico della riforma del parlamento, una prassi politicamente pericolosa.
    Allo stesso tempo è strano riformare una camera senza aver fatto chiarezza sulla legge elettorale.
    Bene le riforme, ma la fretta non sia cattiva consigliera. L’architettura costituzionale non si fa o si disfa da un giorno all’altro perché deve garantire per anni e anni e anni il corretto funzionamento della nostra democrazia.

  • Fisco più equo anche per partite IVA

    Pubblicato il 21 marzo 2014 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    La settimana scorsa riflettevo sul fatto che le interessanti riforme proposte da Renzi non tenevano purtroppo in considerazione i lavoratori autonomi.
    Sappiamo che al giorno d’oggi ci sono molti autonomi che soffrono la crisi, quanto e più dei dipendenti e molti altri che hanno aperto la partita IVA più per necessità che per scelta. Quindi fare una distinzione tra i lavoratori in certi casi non ha molto senso: si rischia di guardare alla “forma” dell’impiego più che alla “sostanza” del lavoro.
    Una interessante proposta di Scelta civica prevede che per le partite IVA con fatturato fino a 25mila euro sviluppato tutto nei confronti di un unico committente, trovino applicazione tali e quali le maggiori detrazioni IRPEF previste per i lavoratori dipendenti in luogo di quelle minori previste per i “veri” lavoratori autonomi.

    Mi sembra una proposta equa per le partite IVA con monocommittenza che forse potremmo definire “finte partite IVA”, cioè lavoratori sostanzialmente dipendenti, ma teoricamente autonomi.
    Questa distorsione è frutto di un sistema contorto che va comunque riformato nella totalità. L’importante è che le riforme tengano conto del valore del lavoro nel suo complesso senza creare situazioni paradossali come quelle che troppo spesso abbiamo incontrato.

  • La riforma (mancata) delle professioni

    Pubblicato il 14 giugno 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    La riforma delle professioni è uno dei grandi temi per il rilancio del Paese che non è mai stato affrontato a dovere. Dalla questione dell’esame di stato (lo definivo “un incubo per migliaia di giovani“) alle associazioni tra professionisti i nodi aperti sono tanti.
    Questo articolo apparso sul sito del Corriere è un ottimo spunto di riflessione.

    Non parlategli di conflitto generazionale. Giuseppe Valenti, 57 anni, civilista del foro di Latina, non accetta che la questione sia posta solo in questi termini. «Non si può più ragionare così – afferma Valenti – la situazione attuale ci ha riportati al Medioevo: siamo divisi in baroni e contadini.

    La verità è che il 10 per cento degli avvocati ha in mano il 50 per cento del fatturato della categoria. Gli altri si dividono le briciole. Ed è normale che a soffrire siano soprattutto i più giovani». La generazione degli under 40 però arranca, denuncia redditi proletari e rischia di rimanere vittima dell’eccessiva concorrenza. «È vero. Però bisogna spiegare che il problema non sta nel fatto che ci sono 240 mila avvocati quanto dal fatto che sono in attività 170 mila studi. C’è troppa frammentazione.

    Il nostro sistema economico e sociale non può sostenere un numero così alto di piccoli studi professionali in concorrenza spietata tra di loro. Continuiamo a vivere la professione come 50 anni fa. E oggi non è più possibile». Al punto che se gli over 40 cominciassero oggi la professione guadagnerebbero molto meno rispetto ai loro esordi.

    «Non c’è dubbio – concorda l’avvocato laziale – ma oggi non si può più pensare in quei termini: bisogna differenziare, dedicarsi all’internazionale, alla mediazione, aggregarsi in strutture più ampie. Soprattutto bisogna pensare di operare su un territorio più vasto: andare a competere anche all’estero. Io l’ho fatto molti anni fa e solo grazie a quella scelta oggi riesco ancora a svolgere la professione con una certa soddisfazione».

    Per farlo però servono fondi, capacità aggregative e il sostegno delle istituzioni. La riforma forense invece ha sempre visto male le società tra professionisti. «E non è un caso. Se oggi tanti giovani avvocati sopravvivono a stento e sono a un passo dall’abbandono. Forse qualcuno che guida questa categoria dovrebbe fare il mea culpa. Ma scommettiamo che non lo farà?». Scommessa accettata.

  • Emergenza lavoro

    Pubblicato il 22 maggio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Oggi l’istat ha diffuso i dati del rapporto incentrato sulla situazione economica delle famiglie italiane. L’Italia ha “la quota più alta d’Europa” di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano. Si tratta dei cosiddetti Neet, arrivati a 2 milioni 250 mila nel 2012, pari al 23,9%, circa uno su quattro. In un solo anno sono aumentati di quasi 100 mila unità. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno).
    Non se la passano certo meglio le persone di mezza età che restano disoccupate: ricollocarsi a 50 anni è sempre più difficile.
    La disoccupazione è una piaga sociale e il governo in questo momento ha una grande priorità: il lavoro

    Le tasse sul lavoro fanno sì che in Italia un lavoratore arrivi a costare all’impresa circa due volte il suo stipendio netto. Nel resto dell’area euro il rapporto è inferiore: 1,7. Quindi le tasse sul lavoro sono un macigno per imprese e lavoratori. Per riportare il cuneo fiscale (cioè la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto incassato effettivamente dal lavoratore) a livelli europei servono circa 50 miliardi.

    Si è parlato molto anche di IMU in questi mesi; sicuramente la sospensione della tassa rappresenta una boccata di ossigeno per le famiglie, ma dobbiamo guardare al sistema generale della fiscalità, che andrebbe riformato.
    Le imposte sul patrimonio e quelle sui consumi sono le meno distorsive; al contrario, quelle sui redditi da lavoro e da impresa sono le più dannose per l’economia, perché scoraggiano gli investimenti e lo sviluppo.
    La composizione del prelievo, anche a saldi invariati, influisce sulle prospettive economiche. Tradotto: ricavare 100 da una tassa anziché da un’altra non è la stessa cosa per il tessuto economico del Paese. Questoè un fattore da considerare.
    Come ha ricordato Giampaolo Galli su Europa del 21 maggio:

    L’Italia rispetto agli altri paesi Ocse e Ue ha un prelievo fortemente concentrato sulle basi più distorsive e con maggiori effetti negativi sulla crescita. Molti paesi dell’Ue hanno spostato il prelievo su queste altre basi da molto tempo e alleggerito notevolmente quello sui fattori produttivi (si veda Taxation Trends, European Commission, 2013).

    Torniamo sempre alle grandi questioni: la fiscalità e il lavoro.
    Bisogna ridurre il cuneo fiscale mettendo a disposizione delle aziende e dei lavoratori, almeno in via sperimentale, un modello di rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato meno costoso e più flessibile, che per un verso consenta la regolarizzazione di tutte le posizioni lavorative a rischio senza shock di costo o di rigidità per le aziende. Bisogna agevolare il più possibile i nuovi incontri fra domanda e offerta. Interessante in questo senso la proposta di Scelta Civica per superare il dualismo tra protetti e non protetti:

    Proponiamo di rispondere all’emergenza offrendo a imprese e lavoratori la possibilità di sperimentare, in sede di regolarizzazione di vecchie collaborazioni autonome continuative, o di costituzione di nuovi rapporti, un modello di contratto di lavoro dipendente meno costoso (per la riduzione drastica del cuneo fiscale e contributivo che separa il costo del lavoro dalla retribuzione netta) e capace al tempo stesso di conciliare la massima possibile flessibilità delle strutture produttive con la massima possibile sicurezza del lavoratore nel passaggio dalla vecchia alla nuova occupazione, in caso di licenziamento. (Leggi tutto)

    L’obiettivo di ogni azione è sempre lo stesso: che le aziende tornino ad assumere e che  i lavoratori si ritrovino con più soldi in busta paga. La grande sfida del Governo è razionalizzare la spesa, tagliare gli sprechi e dismettere parte del patrimonio pubblico per dare ossigeno al lavoro e far ripartire l’economia.

  • Rivedere il sistema fiscale

    Pubblicato il 14 settembre 2012 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    E’iniziato in questi giorni alla Camera l’iter di approvazione della delega al Governo per la revisone del sistema Fiscale.
    Il rilancio dell’economia, ma anche una maggiore equità sociale passano da una riforma strutturale del nostro sistema.

    Prima di soffermarsi sui numeri, è necessario uno snellimento delle procedure affinché i nostri imprenditori pensino più al loro lavoro che alla burocrazia; allo stesso tempo i profesisonisti che li assistono non devono essere relegati a semplici “passacarte” dell’Ageniza delle Entrate.
    Quindi serve una semplificazione delle aliquote, un calendario fiscale chiaro ed equilibrato e servono delle procedure snelle che evitino sovrapposizioni e doppioni. Così le imprese potranno dedicare più tempo alla produttività, all’innovazione e alla crescita.
    Se paragoniamo l’Italia ai partner europei emerge un fisco più pesante, un’energia più cara e maggiori oneri sul lavoro: sono elementi strutturali che disincentivano chi vuole investire nel nostro paese.
    Non è una novità: siamo molto in basso nelle classifiche della competitività delle imprese e dell’attrattività per gli investitori.

    Un occhio di riguardo va alle piccole e medie aziende, anime di tanti distretti della nostra economia. La delega fiscale prefigura un’aliquota proporzionale sul reddito d’impresa che, combinata con le misure che premiano il reinvestimento degli utili, dovrebbe favorire la crescita dimensionale delle aziende.

    Anche l’equità sociale passa attraverso una riorganizzazione del fisco. Negli ultimi quattro anni abbiamo assistito a un impoverimento del ceto medio e di tante famiglie. Le fasce deboli non possono sostenere ulteriori tagli e interventi. La classe media, storicamente spina dorsale del nostro Paese, si sta progressivamente riducendo e impoverendo. Allo stesso tempo, chi versa in condizione di povertà assoluta non può aggrapparsi a nessuna misura strutturale di contrasto al fenomeno.Anche per questo, per contrastare la crisi, possiamo considerare una sorta di patrimoniale puntando ai grandi patrimoni immobiliari e finanziari. Tartassare le persone fisiche, quelle che di fatto già sono note al fisco e contribuiscono alla fiscalità generale, significherebbe colpire ulteriormente i soliti noti.
    E per dare respiro alla classe media e favorire l’occupazione bisogna anche alleggerire il carico sul lavoro dipendente, spostare maggiormente il carico dal lavoro e dalla produttività alle rendite improduttive.

    La sfida è ottenere un fisco più equo, trasparente e orientato alla crescita; un lavoro che parte dalla visione generale del fenomeno e che si dovrà poi articolare in un grande numero di decreti attuativi, vista la complessita del fenomeno. E’un’impresa titanica, ma cruciale per ritornare a crescere.

  • On. diciottenne?

    Pubblicato il 22 settembre 2011 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook
    E’passata alla Camera la proposta di legge di modifica costituzionale per permettere ai 18enni di candidarsi alla Camera e ai 25enni al Senato. Oggi sono richiesti rispettivamente 25 e 40 anni.
    Si tratta di una riforma della Costituzione e quindi l’iter è lungo: la proposta deve essere approvata da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi. Il testo e’ frutto di un’iniziativa bipartisan e ho letto commenti soddisfatti di molti colleghi, ma francamente mi sembra una modifica più che altro di principio che poco inciderà nell’avvicinare i giovani alla politica. Per queste ragioni mi sono astenuto.
    Non penso che avere deputati diciottenni – ammesso e non concesso che ne avremo – rappresenti la svolta contro la gerontocrazia.
    Spero invece che tanti diciottenni si candidino nei consigli comunali e facciano esperienza per una decina di anni sul territorio prima di arrivare alla politica nazionale.
  • Riformare la politica, più trasparenza e rappresentatività

    Pubblicato il 29 luglio 2011 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook
    Siamo nel mezzo di una profonda crisi, non solo economica, anche politica.
    Il discredito rischia di colpire la politica tutta e di lasciare campo aperto al cinismo più bieco, alla disillusione, alle scelte di pancia. Ci sono delle analogie con la crisi del sistema dei primi anni ‘90 e c’è il rischio che nel totale clima di disorientamento si apra la strada a soluzioni dettate più dalla rabbia che da una visione strategica. Pensiamo allo stesso Berlusconi “rivoluzionario” del ‘94.
    Le teorie del fango, da qualsiasi parte politica provengano, non rappresentano però una risposta ai cittadini, alla stampa e all’opinione pubblica.
    Non possiamo dare l’impressione di voler sviare, di non prendere il problema di petto o di cercare soluzioni di ripiego.
    La nostra risposta deve essere chiara, netta e politica, senza tentennamenti.
    La politica tutta, non solo il Partito democratico, ora deve togliersi qualsiasi ombra ed essere senza macchia, rispettare un codice etico che ponga i rappresentanti dei cittadini al di sopra dei sospetti.
    Disciplina, chiarezza, trasparenza, rappresentatività sono le parole chiave da mettere in campo per riconquistare il credito degli Italiani.
    Non è questione di superiorità o inferiorità morale; i cittadini vogliono che indichiamo una strada per uscire dall’impasse e rilanciare il Paese. Questo è il compito storico del Pd in questo momento, la grande sfida che abbiamo di fronte.
    Della reazione di Bersani ho apprezzato più il richiamo a una legge sui partiti che garantisca bilanci certificati, meccanismi di partecipazione e codici etici, rispetto al richiamo alla battaglia per vie legali. I cittadini non capirebbero una class action di partito. Non è la risposta che il Paese si attende.
    Altro cardine: la riforma della legge elettorale.
    Una proposta di riforma del “Porcellum” rappresenterebbe una svolta per il sistema.
    La proposta del Pd prevede un sistema maggioritario uninominale con doppio turno per l’assegnazione del 70% dei seggi disponibili e una quota proporzionale del 28%, distribuita su base circoscrizionale, il restante 2% dei seggi sarebbe attribuito con metodo proporzionale per il diritto di tribuna, ossia una quota minima nazionale assegnata con criteri proporzionali.
    Dimostriamo la nostra “diversità politica” mettendo le proposte di riforma del sistema nero su bianco, continuando a rispettare la magistratura e chiedendo a gran voce che la giustizia faccia il proprio corso.
  • Professioni, l’esame di Stato non può essere gestito dagli Ordini

    Pubblicato il 20 luglio 2011 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    In una intervista rilasciata ad eutekene.info ribadisco la necessità di intervenire su ordini professionali ed esami di stato. Io non sono per l’abolizione degli ordini, ma per una riforma. Vanno affrontati e ripensati molti temi, come quelli legati all’accesso al mercato del lavoro.
    Sugli esami ho dichiarato infatti:

    L’esame non dovrebbe essere gestito dagli Ordini che hanno la facoltà di decidere la percentuale di promossi e bocciati. Ci si può affidare, ad esempio, a professori universitari. In più, andrebbero modificati i meccanismi di correzione dei compiti. Perché, ad esempio, in alcuni casi i compiti vengono inviati, per le correzioni, in altre Regioni, e in altri rimangono nella stessa Regione in cui sono stati svolti? Perché i ragazzi che sostengono l’esame non possono vedere i propri errori e nemmeno fare ricorso al TAR, dal momento che sono già impegnati a fare un nuovo esame? Insomma, non si può andare avanti così. Non possiamo permetterci di tenere bloccata un’intera generazione di ragazzi, quasi sempre preparatissimi, che, nonostante tutti i sacrifici sostenuti, sono costretti a ripetere l’esame di Stato anche 7-8 volte”.

    Leggi l’intervista

  • La riforma delle professioni

    Pubblicato il 15 luglio 2011 giampaolo 2 commenti Condividi su Facebook

    La recente manovra fiscale conteneva inizialmente misure riguardanti la liberalizzazione degli ordini professionali.

    Su pressione di alcuni avvocati-parlamentari il Governo ha poi deciso di togliere gli emendamenti in questione.

    La riforma però va affrontata, è uno dei nodi fondamentali che il Paese deve sciogliere; anche la Comunità Europea da anni ci sprona ad intervenire e non dobbiamo più nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi.

    Da un lato c’è la funzione, costituzionalmente prevista, di valorizzazione e di  tutela delle professioni, dall’altro però l’esigenza di adeguarsi ai tempi nuovi.

    Possiamo concordare sul fatto che tale riforma non poteva essere affrontata come uno dei tanti commi della manovra, non possiamo invece pensare di archiviare il problema.

    Dobbiamo guardare ai paesi più avanzati e contemplare una organizzazione degli studi professionali sempre più articolata e competitiva. Solo grande specializzazione e organizzazione “d’impresa” permettono di affrontare in maniera autorevole e qualificata le problematiche complesse della modernità.

    Quindi, iniziamo subito una discussione ampia ed approfondita  per una riforma delle professioni che garantisca un approccio moderno, aperto, senza timori di confrontarci con quello che sarà il ruolo del professionista nell’economi degli anni a venire. All’estero lo hanno già fatto. Chiusure a riccio e rinvii sine die non risolveranno il problema.

    Per questa ragione la scossa, pur brusca, dell’emendamento contestato avrebbe sicuramente smosso le acque; ma temo qualcuno preferisca la palude dell’immobilismo.

    Ricordo che un tempo le tante botteghe dei nostri paesi dicevano che gli ipermercati non sarebbero mai arrivati, che era una cosa “americana” e “da telefim”. Oggi invece gli ipermercati sono ovunque e tante piccole botteghe hanno chiuso. Non vorrei che tra non molto la stessa cosa dovesse accadere anche agli studi professionali.

    Il mio pensiero infine non può non andare ai tanti giovani meritevoli che dopo anni di studi vedono il loro talento imbrigliato nelle maglie della burocrazia, degli esami farsa e dei praticantati vicini allo schiavismo. E penso anche alle tante famiglie che hanno fatto grandi sacrifici per accompagnare i figli nel percorso di studi. Negli ultimi anni si è parlato spesso di “bamboccioni”, come possiamo pensare di sacrificare e tenere ferma una intera generazione di giovani che ambisce a mettersi in gioco? Come possiamo pensare di tenere il paese fermo e non competitivo rispetto a chi è molto più avanti di noi? Il futuro è alle porte e l’immobilismo non farà il gioco né dei professionisti, né dei nostri giovani, né dell’economia del Paese. E’tempo di agire.

  • Fondazioni liriche, convegno Pd a Verona

    Pubblicato il 29 aprile 2011 giampaolo Nessun commento Condividi su Facebook

    Oggi ho partecipato al convegno organizzato dal Partito democratico sulle Fondazioni liriche presso la sala Giovanni Paolo II (Loggia di Fra Giocondo, piazza dei Signori).

    Ho voluto ringraziare il Pd di Verona per lo sforzo organizzativo ed il Pd nazionale per aver compreso la centralità della nostra città nel dibattito sulla riforma delle fondazioni.

    Ho sottolineato che i tagli alla cultura che sono stati presentati come riforma non sono una riforma, non sono una politica. L’arte, la musica, la cultura in Italia non sono un settore tra i tanti, sono invece una questione vitale per la nazione, hanno a che fare con la sua libertà come nutrimento della coscienza civile.

    Per questo ho ribadito che tra le strade percorribili per affrontare la crisi delle fondazioni vi è sicuramente la maggiore presenza in esse dei privati. Era tra gli obiettivi, non concretizzati, delle precedenti riforme.

    Mancano adeguati vantaggi per le aziende che volessero contribuire finanziariamente alle fondazioni per la scarsità delle agevolazioni fiscali connesse.  Si prevede infatti, per le persone fisiche, le imprese e le società, una detrazione d’imposta o la deducibilità del 19% della somma erogata, ma solo entro il limite del 2% del reddito complessivo dichiarato; una sovvenzione che ritengo limitata e che dovrebbe essere elevata, con conseguente possibilità di sgravi per i privati che si avvicinassero alle fondazioni.

    Una riforma sensata dovrebbe intervenire non solo sui tagli ma anche su aspetti di natura squisitamente fiscale

    Per la nostra città, come ho ribadito, il valore della lirica c’è; è unico, è grande e va preservato: l’apertura della stagione lirica dovrebbe avere lo stesso impatto del Vinitaly.

    Ho concluso ricordando Giuseppe Verdi, il quale scrivendo nel 1883, già senatore a vita, al Ministro dell’istruzione di allora Guido Baccelli, a proposito dei teatri, se ne usciva con questa espressione: «Dote ai teatri. Dote ai teatri e non imposte». «Dote» è la parola appropriata, quella che evoca un’eredità da trasmettere per il futuro, in quanto senza i teatri non ci sarebbe stata l’Italia unita, quella che anche Verdi aveva costruito perché non rimanesse – come disse – «povera, debole, senza libertà e semibarbara.