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  • L’economia sociale di mercato per guardare al futuro

    Pubblicato il 19 luglio 2013 giampaolo 1 commento Condividi su Facebook

    Nel 2007 il governo francese nominò una commissione per rilanciare la crescita presieduta da da Jaques Attali (economista e consulente economico di F. Mitterand) e composta da intellettuali europei sia di destra che di sinistra.
    La Commissione Attali formalizzò una serie di proposte che prevedevano una riforma del welfare, una nuova ridefinizione dei rapporti tra stato e mercato e tra politica ed impresa.
    Tanti concetti legati all’economia sociale di mercato che molti paesi europei alla ricerca di un di modello per uscire dalla crisi e affrontare il futuro conciliando welfare e sviluppo devono rimettere al centro del dibattito.

    Alla commissione Attali partecipò Mario Monti che fece allora notare: «Lo studio della commissione è stato apprezzato, nel suo complesso, dagli innovatori, dai liberali, dai riformisti del centrodestra e della sinistra francese ed è stato parimenti criticato, com’era prevedibile, dai conservatori di destra e di sinistra, e dai difensori di rendite, privilegi, interessi corporativi o localistici».

    La Francia per certi versi aveva delle similitudini con il nostro paese e la commissione Attali riuscì ad aprire una breccia nel dibattito pubblico del paese più statalista d’Europa spingendo temi come liberismo e concorrenza.

    «Le nostre proposte rafforzano potere d’acquisto, tutela del consumatore, diritto alla casa come capitale familiare, come servizio, come strumento di mobilità e crescita», spiegò allora al Corriere della Sera il professore della Bocconi. «In sostanza – diceva Monti – si smette di credere che liberalizzare significhi trasformare il mercato in una giungla. La sinistra lo ha creduto spesso. È vero il contrario: il liberismo garantisce i più deboli, la mancanza di concorrenza avvantaggia corporazioni e monopoli».

    In quel periodo, per la cronaca, in Italia teneva banco il caso Alitalia, l’ennesimo carrozzone pubblico che privatizzava gli utili e socializzava le perdite…

    Il tema del welfare quindi è legato e non antitetico allo sviluppo di una economia sana.
    «È di importanza vitale per l’Italia far aumentare la produttività complessiva, la competitività, la crescita; e ridurre le disuguaglianze sociali», scrisse il presidente della Bocconi. Ma «ciò deve essere conseguito, ovviamente, non allentando la disciplina di bilancio ma rimuovendo gli ostacoli strutturali alla crescita. Essi sono numerosi, ben radicati in molti settori e hanno in comune una cosa: derivano dal corporativismo e da insufficiente concorrenza».

    Per capire questa prospettiva è bene riaprire la riflessione sull’economia sociale di mercato.
    La “Soziale Marktwirtschaft” venne elaborata dalla scuola di Friburgo da Walter Euckene e Andreas Muller-Armack. Propone un incontro equilibrato tra il liberalismo classico e teorie che puntano alla regolazione pubblica. Si caratterizza per la centralità dell’uomo e la sua responsabilità individuale rispetto allo Stato. Vi sono tre principi cardine: il principio di individualità (che conduce all’idea liberale della libertà individuale), il principio di solidarietà (ogni essere umano è inserito in una società interdipendente), il principio di sussidiarietà (regola istituzionale che pone in rapporto individualità e solidarietà).

    Il mercato non vive a prescindere dallo stato o contro di esso. Lo stato ha un ruolo fondamentale nel garantire il regolare svolgimento dell’azione delle forze di mercato. Infatti l’economia sociale di mercato presuppone un sistema federale costruito su istituzioni statali forti ed autorevoli, su istituzioni regionali e locali altrettanto forti e legittimate e su forti ed indipendenti autorità per la tutela del mercato: banca centrale indipendente e autorità antitrust.
    Ludwig Erhard, economista della scuola di Friburgo e poi Cancelliere tradusse in programma politico i principi dell’economia sociale di mercato.

    L’Europa deve molto a questa dottrina. Tra il 1945 ed il 1950 la Germania, che venne rasa al suolo durante la guerra, ricostruì un’economia solida che portò alla piena occupazione.

    La cultura dell’economia sociale di mercato ha una lunga evoluzione che parte da quel filone del liberalismo europeo chiamato ordoliberalismo e arriva all’originale interpretazione di don Luigi Sturzo in Italia.
    I capisaldi rimangono comunque l’economia di mercato, la libera iniziativa, la lotta ai monopoli (pubblici e privati) e la stabilità monetaria. È distante sia dalle dottrine interventiste che dal capitalismo selvaggio. Al centro c’è l’idea che il sistema economico, per esprimere al meglio le proprie funzioni produttivo-allocative, dovrebbe operare in conformità con una “costituzione economica” che lo stato stesso pone in essere.

    Per ridare speranza a un’Italia incancrenita crediamo che ritornare ad approfondire questi temi sia fondamentale. Dobbiamo valorizzare il merito, i talenti, le capacità di tutti.

     

    Una risposta a “L’economia sociale di mercato per guardare al futuro”

    1. L’economia sociale della scuola di Friburgo da lei invocata, come ben saprà, trova in Wilhelm Röpke il realizzatore principale dell’ideologia il quale riconosceva la necessità di un controllo dello stato e del sistema capitalista. Il diritto, i valori morali sono elementi decisivi, che a differenza del mercato lo stato e le banche devono sempre operare tenendone conto.
      Quando le politiche attuate dai governi come quello del sig. Monti amplificano , soprattutto in materia fiscale, leggi retroattive in deroga allo statuto del contribuente, con accertamenti con l’inversione dell’onere della prova basati su presunzione semplice in cui la presunzione è di colpevolezza salvo consentire al cittadino di provare la propria estraneità, attribuire priorità all’investimento militare (mi riferisco agli F35) quando le risorse per altri settori come la scuola o il sostegno delle famiglie bisognose latitano, elargire prestiti al Monte dei Paschi per miliardi di euro senza, quale primo atto, limitare i compensi del corpo dirigente che ha creato quei danni, introdurre l’IMU che, per i proprietari di prima casa soggetti a mutuo, è un’imposta sui debiti e non sul patrimonio, e a livello di europeisti, prelevare a norma di legge il denaro, sopra una soglia stabilita, parcheggiato dai correntisti nelle banche europee, che trova in popolari europeisti come Jeroen Dijsselbloem e Klaas Knot commenti del tipo “è corretto che a pagare per il fallimento di un istituto siano anzitutto, coloro che hanno beneficiato dei suoi servizi e che con esso hanno intrattenuto rapporti. Anche perché il libero mercato prevede che ciascun soggetto debba assumersi i rischi delle proprie azioni, senza gravare sulla collettività”. La morale invocata da lei con la scuola di Friburgo citando Röpke proprio non ne vedo.

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